Voci di Ieri

Lontano da Ponza. Trova tutti gli articoli nel menù: “Storia”

Immagini

h-28 v5-3a 14 26 63 5-2

Elucubrazioni di Pasquale. (12a)

Condividi questo articolo

di Pasquale Scarpati
Silvano Braido. Gli abitanti

.

Per gli articoli precedenti sullo stesso tema, digitare: – Elucubrazioni di Pasquale – nel riquadro CERCA NEL SITO, in Frontespizio
.

L’incontro

In una di quelle giornate limpide e fresche; quando il Sole, nel mezzo del suo cammino,  allunga i suoi raggi per riscaldare tiepidamente le case e le rocce, e buona parte degli esseri viventi si rintana per ripararsi dal rigore o dorme lungamente – solo alcuni, imperterriti, forse sconsiderati, affrontano e neve e bufere -, me ne andavo, solo soletto, per quella strada che, come serpe strisciante, si inerpica su per alcune colline, lasciando ammirare ampi squarci di paesaggio.
Giunto là dove un terrazzo lascia godere, dominando, l’ampia falesia che, multicolore, strapiomba su una spiaggia ciottolosa, vidi un uomo che, in piedi, era rivolto verso quel paesaggio d’incanto. Non appena percepì il rumore dei miei passi si girò e cordialmente mi salutò.
Lo riconobbi e, sorridendo, mi avvicinai. Notai che aveva gli occhi umidi ed una lacrima scendeva lungo il suo viso, ben rasato e curato.
Non ebbi il coraggio di chiedergli il perché, un po’ per rispetto della sua tristezza, un po’ perché credevo di intuirne la causa.
Non volle stringermi la mano: “Perché – disse – coloro che abitano sul nostro corpo non devono trasmigrare altrove”.
Senza profferire alcunché ci avviammo verso la salita che conduce alla località chiamata Guarini. Lui camminava con passo regolare e mi precedeva sempre di qualche metro, un po’ perché più energico, un po’ perché io mi attardavo ad ammirare il monte Guardia che domina, verdeggiante, e sembra quasi incutere rispetto e timore.
Con i pensieri andavo a quando quelle cupolette bianche non esistevano, quando ci si arrampicava e poi si scendeva a scavezzacollo verso il Fieno nel giorno di ‘Pascone’.

Questi miei pensieri furono distratti dalla sua voce che giunse alle mie orecchie.
– Perché – disse – non vieni al mio fianco? Hai, forse anche tu paura come tutti gli altri?
Feci cenno di no, ma mi avvicinai titubando. Mi aspettava.
Veruccio, questo è il suo nome, è un uomo non alto e non basso, a seconda da come lo si guarda; dall’età indefinita. Ha i capelli brizzolati che tiene, come tutto il suo essere, sempre ben curati: neppure uno fuori posto. I lineamenti del viso sono perfetti. Gli occhi sono limpidi e talmente cristallini che potresti specchiarti. L’abito che indossa e tutti gli accessori sono curati nei minimi particolari, quasi maniacale. Ha un portamento talmente eretto che avresti potuto immaginare in quell’abito un corpo dalle forme di Policleto e dalla morbidezza di Prassitele nello stesso tempo: euritmia divenuta persona.
Conosce benissimo tutte le lingue anche quelle parlate dagli abitanti dei più sperduti villaggi situati nel profondo della foresta dell’Amazzonia, o nella penisola della Kamchatka o nelle vallate degli alti monti del Pamir. La sua cultura abbraccia tutto lo scibile umano.
Per conoscere, però, dove abita, bisogna essere molto accorti perché non basta chiedere ma bisogna riflettere un pochino. Se, per scrupolo, infatti, chiedete in giro, può succedere che quelli che lo sanno vi indirizzeranno altrove; altri, più onestamente, dichiarano di non sapere; altri ancora, credono di sapere, per sentito dire, ma, in realtà, si buttano ad indovinare; vi sono infine, quelli che fingono: vi diranno di non saperlo per ragioni personali o per invidia; perché Veruccio è, in definitiva, un po’ inviso.

È, invece, molto socievole. Quando, infatti, esce di casa, vorrebbe stare sulla bocca di tutti, anche per un semplice saluto. Succede, invece, che quasi tutti quelli che incrocia sul suo cammino fanno finta di non vederlo, volgendo gli occhi altrove. Per non parlare poi di quelli che, vedendolo da lontano, o cambiano marciapiede o addirittura cambiano strada. Se per caso non ne possono fare a meno perché la strada, molto stretta, li costringe, giocoforza, ad impattarlo, invece di salutarlo, non solo non gli lasciano spazio per passare ma lo riempiono di invettive e di improperi.
Dicono, infatti, che è troppo maniacale, pedante, che è al di fuori del comune sentire, che è un solitario- presuntuoso perché ritiene di possedere soltanto lui la verità. Lo tacciano, quindi di falsità.
Lui, modestamente e con tanta tristezza, si difende dicendo che la sua è soltanto riflessione ed approfondimento, mentre la sciatteria è indice di superficialità e di pressapochismo.

In verità ci sono stati e ci sono alcuni che si accompagnano a lui e gli hanno voluto e gli vogliono bene. Costoro, però, sono stati trattati alla stessa stregua, se non peggio.
Il più delle volte, infatti, non solo sono stati perseguitati, cacciati dalle loro città, ma hanno messo a repentaglio la propria vita; alcuni, ad esempio, sono stati costretti a darsi la morte, altri ad abiurare, dopo essere stati torturati fisicamente e moralmente, un Altro, dopo aver subìto tutto questo, è stato innalzato su un infamante patibolo.
Anche di questo viene accusato. A tal proposito  lui replica che ognuno è libero di seguire la propria strada ed è questo un grande privilegio che il Creatore ha dato ed aggiunge poi che il momento del trapasso, in definitiva, è uguale per tutti.
Ma tra quelli che restano ci sono alcuni che si addolorano, altri che fingono di addolorarsi, altri che seguono la scia, spinti soltanto dal comune sentire, altri, invece, si rallegrano nel dare la morte, anzi hanno escogitato ed escogitano ancora oggi i sistemi più truculenti per porre fine ai giorni; i seguaci di costoro non solo hanno attuato materialmente i sistemi ideati, ma, e sono i più, si rallegrano a vederli anche nelle finzioni, quasi una trasposizione della ferocia insita nell’animo.
Comunque, inesorabilmente, allontana da sé o per meglio dire caccia via in malo modo, coloro che, in suo nome, opprimono o, peggio ancora, sopprimono gli altri.
Dice che i peggiori di tutti sono quelli che azzerano la dignità altrui, cercando, oltretutto, pretesti per non sentirsi in colpa.
Per tutto ciò e soprattutto perché deve continuamente difendersi e giustificarsi, è sempre dispiaciuto e rattristato.
Questo è Veruccio.

Mentre ognuno era assorto nei suoi pensieri, giungemmo in una curva che è terrazzo di un palcoscenico sospeso tra mare e cielo. La giornata era talmente limpida che si poteva mettere la mano sul vertice del triangolo di Zannone e il “Caciocavallo” era così vicino da sembrare un dito che invitava a guardare verso l’alto. Il Sole, scintillante, scintillava in una miriade di puntini di diamanti che il mare increspava quasi a voler raccogliere ogni chicco di luce.
Estasiato da simile bellezza, anche se a me molto nota, mi soffermai, come sempre, ad ammirare ancora una volta l’antico ed anche il nuovo, mentre Veruccio rimaneva fermo ma un po’ distante.
L’abbaiare furioso di un cane mi distolse da quello spettacolo. Vidi che il quadrupede, bardato con una coperta di color cremisi e portato al guinzaglio da una signora sulla cinquantina, si rivolgeva verso Veruccio.
Un po’ impaurito per me e per lui mi avvicinai e dissi: – Lascialo stare, è solo un animale.
– Sst.. – disse Veruccio – non dire più questo termine.
Aggiunse sottovoce: – Non chiamarlo animale perché si offenderebbe e neppure cane perché non capirebbe; loro preferiscono essere chiamati: Esseri viventi.

Guardai Veruccio con un fare interrogativo, poi mi strinsi nelle spalle.
– Tant’è – pensai. L’Essere vivente abbaiava ancora più furiosamente, perciò non potetti fare a meno di domandarmi il motivo di tutto ciò. Come se mi avesse letto nel pensiero Veruccio mi disse: – Sta protestando.
Vedendomi ancora più meravigliato aggiunse: – Protesta perché non vuole essere bardato. Dice, infatti, che lui vuole stare come Dio l’ha creato. Si sente oppresso ed infastidito.
Debolmente osservai: – Sicuramente la padrona, che gli vuole molto bene, lo vuole proteggere dal rigore del freddo.
Veruccio mi guardò con un’aria di sufficienza, poi replicò: – Noi abbiamo bisogno dell’abito, loro no.
Aggiunse: – E’ vero che  l’abito serve per proteggerci, ma è anche vero che serve soprattutto per distinguerci. Se, infatti, qualcuno veste in un modo poco consono al suo ruolo, immediatamente se ne fa gran caso, come di cosa eccezionale. Specialmente se ciò dovesse accadere tra quelli che vanno per la maggiore. Le favole, appunto perché tali,  contengono simili stranezze. L’abito, poi, ci serve per nascondere e per nasconderci. Agli Esseri viventi non serve. Loro, infatti, non hanno quella che noi chiamiamo vergogna perciò sono, come dire, “al naturale”. Non trucchi, non camuffamenti. Noi, invece, spesso, per nascondere una realtà poco edificante diamo valenza morale alle azioni. – Smise di parlare.
Anche l’Essere vivente aveva smesso di abbaiare, io non sapevo cosa rispondere a questo discorso un po’ astruso, per cui stetti zitto.
signora cercò, con una certa forza di tirare l’Essere vivente. Immediatamente quello riprese ad abbaiare.
Avendo intuito che Veruccio oltre al linguaggio umano, capiva anche quello degli altri esseri viventi, mi rivolsi a lui: – Che altro vuole costui? – chiesi.
Veruccio sospirò e disse: – Questa volta protesta per il guinzaglio.
Al che io, ricordandomi del celebre episodio della “vergine cuccia” del Parini, non senza enfasi, dissi: – Ma quello è per il suo bene, perché assolve una duplice funzione. La prima è quella che non va ad assaggiare lo stinco di qualche passante evitando guai a lui stesso e alla sua padrona; la seconda è di ordine affettivo perché non rischia di finire la vita sotto le ruote di qualche veicolo.

Veruccio mi guardò e sospirando: – Tu credi – aggiunse – che lui preferisca stare al guinzaglio piuttosto che vagare libero, annusando per ogni dove, lasciando, quanto più possibile, la sua impronta sul territorio? Gli Esseri dalla schiena eretta, così ci chiamano, invece, vogliono che tutto si conformi ai loro voleri altrimenti fanno in modo che si venga eliminati. Ma gli stessi Esseri, però, che amano tenere il guinzaglio non si preoccupano o non vogliono, a loro volta, stare al servizio degli Esseri viventi e così, tanto per fare un esempio, non amano armarsi di paletta e sacchetto, oppure li abbandonano dopo averli usati o peggio ancora li maltrattano. I guinzagli, poi, stanno dappertutto e bisogna stare attenti. Molti, infatti, credono di stare dalla parte di chi tira, mentre, in realtà, basta un attimo di distrazione, per trovarsi, inopinatamente, dall’altra parte. L’essere disattento, infatti, può essere facilmente preso al laccio.

Silvano Braido. Sulla chioma dell'albero. Animali
Immagini di copertina e nel testo: opere di Silvano Braido

.

[Elucubrazioni di Pasquale. (12a) – Continua]

Condividi questo articolo

Devi essere collegato per poter inserire un commento.