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0021-021 h-22 28-07-2005-0-18-15_0000 65 allarme-aereo Ritrovamento della parte muraria del vecchio porto romano

Ciao Zio Giustino

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di Vincenzo Ambrosino
Giustino sfondo Palmarola

 .

É difficile scrivere di se stessi in questa occasione e io salutando zio, parlo di me e faccio finta di parlare di Lui, parlo e rivivo alcuni momenti, lo faccio scrivendo quindi pensando a bassa voce, da solo, nel vuoto della mio rifugio, dove c’è un enorme silenzio.

Ero bambino, forse avevo sette anni, era il giorno della befana. Io come al solito facevo il giro degli zii per vedere che cosa la “vecchia” aveva portato a loro in dono indirizzato a me. Di solito il “passaggio” di questi doni era una incombenza che riguardava le donne e quindi dalle mani della Befana, il dono passava nelle mani delle zie e poi nelle mie mani.

Ma quella volta mia zia Anna mi mandò stranamente da mio zio Giustino. “Vieni Vincenzo, ti aspettavo” – Con il suo modo di fare, di parlare sempre serio, educato, composto, mi accompagnò in una stanzetta e mi disse: “Vincenzo questo è per te, spero che ti piaccia”. 
Mi consegnò un pacco incartato lungo quasi quanto me, pesante, pesantissimo almeno questa era la mia sensazione.
Lui rimase li fermo a guardarmi con un  sorriso sornione e mi disse: “Che aspetti ad aprirlo, è per te!”.

Scartai eccitato quel pacco ed uscì fuori un fucile, grande, nero, con il mirino, automatico a gommini.
Io lo guardai senza dire niente ma evidentemente i miei occhi parlavano la lingua della gratitudine; lui commosso, mi disse: “Ti piace? per adesso sparerai solo colpi di gomma ma da grande forse se ti piacerà verrai a caccia con me e t’insegnerò tutti i trucchi del grande cacciatore”.  
Zio Giustino ha avuto due figlie, alle quali non ha potuto fare il regalo che lui riteneva forse più importante e quell’anno avrà espressamente fatto una richiesta alla sua Befana per l’unico bambino maschio in famiglia.

Lo salutai, ero felice, non divenni mai cacciatore, ma quel regalo l’ho molto gradito.

 

Per anni ci siamo incontrati nel suo regno al Fieno e forse anche per imitare la sua vita è nata la casa di Antonio e tutto il resto di una nostra esistenza al di là del monte.
Un giorno,  Ernesto aveva organizzato una festa per Giustino; doveva essere una festa d’incoronazione alla presenza di tutta la corte riunita del Fieno, disse a me e a Salvatore di preparare uno stemma e noi pensammo  al Granducato del Fieno: l’asinello e il cane ai due lati, lo scudo al centro con quattro immagini di vita del Fieno, in alto una corona. Fu una vera festa d’investitura e tutti gli uomini del fieno compreso i cani fecero la loro parte.

 

Qualche mese fa l’ho incontrato dal barbiere, zio Giustino, è stato bello rivederlo e soprattutto risentirlo.

Mi ha chiesto della famiglia dicendomi: “Complimenti per i tuoi figli… Sai, dovunque sono, comunque sono accompagnati quando mi vedono mi salutano con affetto; fa sempre piacere essere salutati, ci fa sentire che esistiamo ancora”.

“Esistiamo ancora”. Facciamo parte ancora dei vivi, delle persone che hanno ancora qualcosa da comunicare.

Mi ha detto che quando è bel tempo va ancora al Fieno, salendo piano, fa varie tappe e ripercorre il vecchio tracciato della sua vita. Saluta con gli occhi le viti, accarezza con le mani tutte le pietre delle parracine, respira la salsedine, entra nella cantina e senza toccare niente come in un museo, ripete gesti e parole come un attore e senza aspettare l’applauso; poi in silenzio ritorna a casa da sua moglie che lo attende.
Mi ha detto: “Mi sono sposato a 26 anni, mia moglie ne aveva 22 e sembra tutto un sogno il tempo è volato via senza fare rumore.
Mi  ha detto anche che quando scende giù in Piazza si sente perduto, i suoi amici coetanei sono morti ma anche di quelli più giovani tanti sono già andati via”. Poi guardandomi negli occhi mi ha chiesto: “Quant’anni hai?”
Gli ho risposto – “Ne ho cinquantasei”.
Mi ha detto: “È una bella età.  Anche io ho avuto cinquant’anni e mi ricordo che un giorno si parlava della morte di un nostro compaesano che aveva settantacinque anni” – e commentavamo tra noi –  “E chi ci arriva a quella età? Metteremmo la firma per arrivare a quella età?  Vedi oggi ne ho ottantacinque e mi sembra impossibile che sia volato tutto questo tempo, sembra ieri che dicevo quelle cose forse sciocche, anzi spesso rivedo come in un film ogni momento lieto e triste che ho vissuto da non rendermi conto di tutto il tempo trascorso in una batter di ali.”
Gli ho detto: “Zio tu hai fatto una bella vita, il Fieno ti ha ispirato e la campagna riempie la vita in tutte le quattro stagioni”.
E lui commosso: “Quello è un luogo magico e chi l’ha vissuto è diventato magico e tu l’hai conosciuto: incontrarsi per fare la colazione e poi salutarsi la sera e rivedersi al mattino era vivere come degli eterni bambini sempre a giocare anche faticando e sudando la vita”.

Ci siamo salutati.

Zio Giustino, ha detto che il suo tempo è volato ed io so che lui tutti i suoi attimi li fissava la sera in un suo diario, un diario prezioso con cui parlava e al quale avrà confidato con fiducia tutte le emozioni di una vita impostata alla gentilezza nei confronti di stesso e di tutto il mondo che lo circondava.
Di solito sono i giovani, gli adolescenti che tengono ancora un diario, gli uomini no perché hanno cose più serie da fare.
Zio Giustino invece trovava bellissimo confidare al suo diario le sue emozioni questo per dire, che quando si è appassionati della propria vita si è sempre giovani.

Io penso che il tempo passa e noi lo facciamo passare, ma mai dire quanti anni aveva quell’uomo: gli uomini belli, non hanno età e quando li incontri li senti sempre giovani perché hanno tanto da dire, ed è sempre un piacere ascoltarli.

I nostri amici, parenti, genitori, i nostri morti ritornano forse di notte, arrivano e ti parlano in sogno o forse al mattino ti vengono a trovare quando fai la colazione, quando vai al Fieno e calchi quelle pietre che resistono per ricordare, o forse siamo proprio noi che li invitiamo in una cena tra amici comuni; i nostri morti sono sempre presenti in mezzo a noi. Fanno parte di noi, della nostra memoria, della nostra vita e dopo averli accolti in sonno o invitati a colazione, o ci siamo fatti accompagnare in una passeggiata, o in una cena dove abbiamo loro riservato il posto d’onore, dopo averli accompagnati alla porta con la promessa di rivederci in un’altra occasione, li salutiamo come sempre abbiamo fatto perché abbiamo qualcosa da fare, non fosse altro che vivere al meglio questa vita anche per loro.

Ciao Zio Giustino.

Foto storica del Fieno

Foto storica del Fieno, di cui Pasquale Scarpati con l’aiuto del fratello Carlo ha riconosciuto quasi tutti i componenti (cliccare per ingrandire): da sinistra in alto: Vittorio Scotti, Giustino Mazzella ancora ragazzo, Giovanni Ronca, il panettiere, poi il Direttore delle Poste (di cui non ricordo il cognome); a seguire: Aristide Baglio, Giulino Migliaccio, Federico Conte, di sopra la Dragonara, armatore di bastimenti, poi, ultimo a destra, mio padre. Seduti, da sinistra, Salvatore il padre di Giustino, poi il Direttore del Ufficio del Registro, inoltre cumpà Tatonno Guarino e Pasquale Ronca, cuoco, fratello di Giovanni Ronca e marito di Lucietta Tricoli. Si trovano, al Fieno, in prossimità delle cantine di Salvatore e di Giulino Migliaccio.

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