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Il porto dimenticato

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di Francesco De Luca (Franco)
La punta gialla da dietro la Caletta

 .

Ieri  stavo passando per la piazzetta della chiesa e ho visto un ragazzo che pescava con la cannella sulla spianata gialla, giù, vicino all’attracco della nave cisterna.

Ho ricordato dei bagni da bambino e mi è sovvenuto che lì (a ponta gialla) c’è, una vasca (quadrata?) incisa nel tufo.
Una vasca intagliata nel fondo !
Ho fatto un po’ di ricerche e ho appurato che lì doveva operare ai tempi dei Romani, un piccolo porto. Un porto dimenticato !

Nel parlare dei porti di Ponza si indicano, di solito, quello di Santa Maria, dove è stato ritrovato, lì dove la tradizione locale chiama  “mare  ‘i coppa”, ossia mare di sopra, per distinguere quel terreno dove l’acqua dolce incontrava il mare in una piccola palude, fu trovato il rubinetto in piombo (fistula acquaria – forse di età traianea – De Rossi , pag. 39) che dava acqua alle navi romane.

Oggi la palude si è trasformata in quella spianata chiamata i pezze. Il mare è frenato dall’entrare dalla spiaggia di Santa Maria. L’acqua dolce proveniente dalle colline sovrastanti è stata incanalata in un alveo (u lavo). Insieme all’epistomium in bronzo, rinvenuto a Cala dell’Acqua dove sgorgava la fonte, il rubinetto di cui ho detto giace in deposito presso il Museo Nazionale di Napoli. L’acqua che lui regolava non scende più dalle cisterne poste più in alto (la grotta del serpente).

Solo per inciso, perché non sono uno specialista, vorrei far rilevare la differenza nella conformazione del territorio, dai tempi dei Romani.

Praticamente il mare arrivava fin nelle  pezze !

Indubbio è che i Romani avevano edificato a Santa Maria una villa per i mesi invernali sulle pendici ove ora corre la strada provinciale. Accanto funzionava la grande cisterna (la grotta del serpente) e presumibilmente in basso c’era un approdo. Lì trovavano termine le condutture idriche venienti dalle zone lontane come Le Forna, e da quelle prossime come la diga di Giancos.

Avevano scavato anche un percorso che collegasse questa villa invernale con l’altra estiva, edificata sulla collina della Madonna. Il percorso, o via Circèa (detta così per la credenza che a Santa Maria avesse dimorato Circe), era dotato di tunnel.

Tutto per dire che l’interesse dei Romani per l’isola fu enorme.
Ponza offriva un naturale luogo di approdo in grado di ospitare stabilmente e di proteggere per lungo tempo una flottiglia da utilizzare prevalentemente per il pattugliamento di un ampio e frequentatissimo tratto di mare antistante la costa laziale”  (De Rossi  – pag. 34).

Qui doveva dimorare gente illustre, con servitù annessa,  per i lavori domestici e di coltivazione della terra (presumibilmente al Fieno, su piana Incenso, nella Padula  – confermati dal rinvenimento di varie aree di frammenti fittili, con ceramica per lo più del I° sec. d.C., legate probabilmente a piccoli cascinali  – De Rossi – pag. 41).

L’isola inoltre si trovava sulle rotte fra Roma e Napoli, fra Roma e la Sardegna, fra Roma e la Sicilia. Strategicamente importante perché distante dalla costa ma non tanto da non essere anticamera di Roma.

In questo quadro logico-pratico, che è la cifra interpretativa dell’operare dei Romani, occorre inserire anche il piccolo porto chiuso fra la punta gialla (dove è sorto l’attracco della nave cisterna) e la parete dell’ ex-mattatoio, che oggi ospita Orestorante”, e che ha come insenatura, la piccola spiaggia retrostante la caserma dei carabinieri.

Questo è il porto dimenticato sul quale vorrei soffermarmi.
Gli altri sono noti: l’approdo di Chiaia di Luna è documentato dalla strada scavata per arrivarvi. Non certo per godervi dei bagni quanto piuttosto come cala protetta dai venti del quadrante Est; il porto borbonico, attualmente l’unico ben evidenziato dalle due banchine: molo Musco e banchina Di Fazio.

Torno al porto dimenticato.

Bisogna partire da una realtà non molto affermata ma documentata da ritrovamenti murari, lapidi e da scritti da cui gli studiosi hanno tratto il convincimento che Ponza in epoca romana (dalla fine della repubblica al periodo imperiale), fu oggetto di una vera urbanizzazione. Di natura prettamente imperiale (sono stati rinvenuti nell’area della villa di S. Maria laterizi bollati ossia che attestano il possesso dell’edificio – De Rossi pag. 39). Ossia  le isole ponziane – conviene dire così perché nelle citazioni storiche la distinzione fra le isole dell’arcipelago erano oscure – erano di appartenenza dell’imperatore e gli insediamenti residenziali risentirono di tale provenienza. Come attestano la villa di Santa Maria, quella  della Madonna e quella in località Padula (di fronte all’altura di Sant’Antuono, imboccando la strada per Chiaia di Luna, a destra).

Esse erano tutte supportate da cisterne che davano acqua dolce di origine piovana, erano dotate di approdi, e collegate da strade.

L’ingente impegno nello scavare i tunnel (di S. Antuono, di Giancos, di Santa Maria, di Chiaia di Luna), per collegare le ville e gli attracchi, l’altrettanto ingente impegno nel creare cisterne che dessero acqua a sufficienza, la costruzione della diga a Giancos, l’acquedotto da Cala Inferno (collegato con la cisterna di Cala dell’Acqua), fanno capire che si cercò di dotare Roma di un porto strategico, nel mezzo del Tirreno, in cui trovare rifugio e provvigione.

La conformazione geomorfologica dell’isola e in particolare quella orografica dettarono i parametri della urbanizzazione, insieme a quelli del paesaggio, dell’esposizione al sole, della vicinanza al mare.

Ma il punto di partenza furono i porti.

Quello che chiamo porto dimenticato probabilmente doveva già essere stato individuato da antichi navigatori. Il Tricoli scrive del porto borbonico e dice: “E’ stato edificato sugli avanzi dell’antico porto al costume greco-fenicio” (pag 59).

Planimetria di rilievo del Porto

Dai disegni di Winspeare (disegni preparatori del costruendo porto borbonico) appare evidente come ci fosse una delimitazione nella roccia, un arco che andava da ove è l’attuale chiesa alla Punta Bianca. Doveva esserci una parete rocciosa (oggi chiamata a Ponta) che degradava a sinistra (verso il Municipio) e a destra (Punta Bianca – Sant’Antuono); una spiaggia comprendente l’attuale Mamozio e la banchina Di Fazio)

Scrive  De Rossi in “Le Isole Pontine  attraverso i tempi – Guido Guidotti Editore – 1986”: Si può “ubicare una cala d’approdo alle spalle dell’attuale caserma dei Carabinieri. Qui si vede oggi una piccola insenatura scavata nel tufo che apparentemente sembra troppo piccola per aver ospitato un approdo. In realtà, e sino agli interventi del Carpi (nota mia: costui lavorò sui progetti di Winspeare, talvolta modificandoli) nel secolo XVIII, questa rientranza era molto più ampia arrivando sin quasi alla rampa di accesso a piazza del Comune” (pag. 41).

Tale porto disponeva anche di una vasca, ben visibile, intagliata nella roccia, la cui funzione precisa non so né è stata da alcuno ipotizzata, ma che doveva averne una, se insiste in un complesso portuale.

La vasca in tufo dal piazzale della Chiesa
Anche qui, nella mia poca dottrina, vorrei sottolineare l’ingegno e la perizia dei Romani nel riuscire a modellare la roccia sotto il livello del mare. Come fecero nelle Grotte di Pilato, come fecero nel porto di Ventotene. Chiunque ne esamini lo stato magnifica le doti ingegneristiche dei Romani!

La modifica del territorio fu effettuata  a partire dal 1772 dai lavori borbonici che chiusero un ingresso creando il molo (oggi detto  Musco). Al molo fecero seguire il rinforzo della scogliera preesistente. Cosicché commenta il Tricoli: “E’ un seno di sicurezza per circa 60 navi con la entrata a levante” (pag 59 – Monografia per le isole del gruppo ponziano – Editrice Caramanica).

Il Tricoli scrive nel 1858 e riferisce dei lavori dei Borbone, mentre a me interessa sottolineare come la piccola insenatura trovasse importanza per diverse ragioni, ai tempi dei romani.

A  –  Era l’approdo più vicino al grande complesso della villa della Madonna, dove oggi sorge il cimitero. Riporto le parole di Jacono riprese da Apollonj Ghetti: Nell’orto attiguo al cimitero sussistono ancora alcune grandiose cisterne di acqua piovana, comunissime costruzioni, secondo sappiamo, delle antiche ville; e tali cisternoni sono costruiti in opera reticolata, al pari delle muraglie ben visibili di un edificio semi-elittico, a diversi gradini, la cui parte dorsale è inserita nella naturale concavità della valletta e l’apertura, di m. 31 di corda, guarda lo stupendo panorama di tutta l’isola, che s’incurva di là dal mare. Sul fondo della semielisse è accertato che furono rinvenuti “rottami di marmo, colonne, capitelli e varii pezzi d’alabastro”.

Un po’ più innanzi, verso il porto, e proprio sull’arco di apertura di una grotta naturale, adattata a ninfeo marittimo mediante esedre laterali, il ciglio della roccia fu irrobustito da solidissimo muro in opera quadrata, sulla quale ancora oggi si possono vedere avanzi di reticolato della demolita villa. Nella sottoposta caverna (nota mia: chiamata d’ u voie marino) insieme ad altri rottami, fu rinvenuto un grande blocco di marmo lunense scolpito a forma di nicchia con bassorilievi ai lati di eccellente fattura. Festoni, patere, situle ” (pagg. 43 – 44 – L’arcipelago pontino nella storia del medio Tirreno –Fratelli Palombi Editore – 1968 ).

B  – Proprio dietro ai Carabinieri il Dies individuò la grotta dove trovarono alloggio prima e morte dopo santa Domitilla e i suoi servi. Il Tricoli chiama quel posto Martirìa perché secondo diversi autori in quelle grotte ebbero dimora  molti cristiani relegati sull’isola per la loro fede. Il Tricoli addirittura fa dimorare lì anche san Silverio. Non è un caso che nei lavori  effettuati da quelle parti sono stati ritrovati tombe e coperchi di tombe – e questo lo so per conoscenza diretta.
Termino: perché ho voluto togliere dalla dimenticanza questo porto ? Perché  sarei molto più contento se quel ragazzo sapesse di pescare in un antico approdo romano!

 

 

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2 commenti per Il porto dimenticato

  • Domenico Musco

    Vorrei aggiungere che un altro porto dimenticato ma ancora riconoscibile dell’antica Roma si trova al Bagno Vecchio, esattamente all’estrema destra della “Scarrupata” guardandola dal mare.
    Esso è formato da una lingua di roccia grigio/bianca “‘a taglimma” che protegge una piccola darsena. Ancora ben visibile lo scavo perpendicolare della roccia sul lato interno con lo scalino di accesso a terra; si vedono anche i resti di bitte scavate nella roccia .
    È interessante la posizione, perché di fronte ad esso ci sono delle grotte magazzini, alcune con resti di frane che ne ostruiscono l’ingresso. C’è anche un passaggio interno costituito dalla grande grotta (usata in passato come deposito di barche) che collega la “Scarrupata” con la spiaggia del Bagno Vecchio.
    A circa i 2/3 a destra della spiaggia c’è ancora una vecchia scala scavata nella roccia tuttora funzionante che collega il luogo agli Scotti e di conseguenza a Ponza centro.

  • Franco De Luca

    Caro Domenico,
    vero quello che dici eccetto che sull’origine. Non è menzionato in alcun libro, studio, ricerca, come fatto dai Romani. Più verosimile è che quello che noti sia stato fatto allorquando lì si costituì il “bagno penale “ – da cui il nome al luogo: Bagno vecchio. Luogo di lavoro dei prigionieri che tagliavano la montagna nella cava sovrastante. Ma siamo in epoca borbonica.

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