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La grande perdita

di Mimma Califano
Ponza di Milo Manara. Copia [1]

 .

Vista con gli occhi di altri, la realtà di Ponza appare in tutta la sua crudezza e tristezza.
Ho riletto più volte la previsione finale che il giornalista svizzero fa per Ponza (leggi qui [2]): “…un mucchio di pietre, base di alberghi… e turisti, boutique e souvenir, ma senza più un significato di isola”.
Lui parla di “significato di isola”, a me viene da omettere la parola ‘isola’.

Come abbiamo fatto a ridurci così?
Il nostro carattere individualista? Le invidie e cattiverie reciproche? Il benessere troppo rapido e troppo facile?

Viene anche da chiedermi se la nostra storia, dalla colonizzazione ad oggi, con tutte le sue intrigate vicende e frequenti vessazioni sugli isolani, non ci abbia indotto a chiuderci sempre più, a diffidare del vicino, a lavorare a testa china temendo le incursioni del potere, che nei secoli ha cambiato nome e volto, ma vessatorio è rimasto, salvo qualche rarissima eccezione.

Risposta quasi obbligata: la somma di tutti questi fattori.

Quello che qui mi viene da aggiungere è però un ulteriore elemento: la perdita della nostra cultura.

Ricordo che molti anni fa, in un incontro pubblico, ci si chiedeva se Ponza fosse riuscita ad elaborare una sua cultura o se ci fossimo limitati a conservare quel che avevamo portato dietro da Ischia, Torre del Greco, ecc…. in sostanza una generica “cultura napoletana”.
All’epoca nel dibattito prevalse la seconda ipotesi: nessuna vera elaborazione autonoma; semplice conservazione!

Con gli occhi di oggi, quelle considerazioni vanno ribaltate.
Trenta e più anni fa, non potevamo vedere; eravamo talmente intrisi nella nostra quotidianità di abitudini, dialetto, cibo, modalità e tipologia di lavoro, in sintesi “modello di vita”, da non renderci conto che in realtà, quell’insieme di elementi, costituiva “la nostra cultura”.
Chiamiamola anche sub-cultura: piccola, locale, ristretta ad un limitato numero di persone, ma comunque qualcosa che ci identificava.
Invece all’epoca, probabilmente proprio l’incapacità di definirla ed identificarla, non ci ha indotto a lavorare per conservarne la memoria.
Ma più grave ancora è stata l’incapacità di valutare la rapidità e profondità dei cambiamenti.
Globalizzazione e massificazione hanno travolto tutto, anche la piccola Ponza. Il mondo va ineluttabilmente avanti per la sua strada, per tanti aspetti anche in meglio.
Ma non essere stati in grado o forse non avere neppure tentato di trasmettere alle nuove generazioni la consapevolezza della nostra identità culturale e quindi la necessità di difenderla, questa è la nostra maggiore sconfitta.

Ieri il potere si manifestava con la violenza; oggi è più subdolo, usa la televisione, internet, il miraggio dei soldi facili, la globalizzazione e se trova un terreno sterile (la mancanza di un’identità) tanto più facilmente attecchisce, dopo solo il deserto, o… “…rocce e sassi e poco più” come pronosticato per questo nostro scoglio!

Queste tristi considerazioni tuttavia non ci fermano, al contrario diventa sempre più stringente la necessità di salvare e mantenere in vita il più possibile la nostra memoria, chissà che ad un nuovo giro di giostra non cambi qualcosa, e la tristezza che il giornalista svizzero ha letto negli occhi dei ponzesi di oggi non possa un domani tornare ad essere orgoglio per la propria isola – bella come poche altre – e della propria identità.