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L’etnia kurda. (3). La strage di Halabja (seconda parte)

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di Sandro Russo
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Per le generalità sul Kurdistan e la questione kurda, leggi qui
Per la prima parte di quest’articolo, leggi qui

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Il 16 marzo 1988 Halabja è bombardata a tappeto da successivi stormi di aerei. Viene sganciata una bomba chimica ogni venti metri, in modo da non lasciare scampo.

In un primo tempo le vittime sono calcolate in oltre cinquemila; poco dopo si parlerà di dodicimila, tutte fra i civili.
Uomini, donne, bambini sorpresi nella loro vita quotidiana, senza alcuna possibilità di difesa. Dopo gli attacchi chimici, Halabja è distrutta con la dinamite, edificio per edificio, come già era successo ad altre città del Kurdistan (e come accadrà ancora, l’anno successivo, a Kala Dize).

Il rapporto Heyndrickx

L’11 aprile 1988 una missione diretta dal professor Aubin Heyndrickx, direttore del Dipartimento di Tossicologia all’Università Statale di Ghent (Belgio)) partì dalla citta iraniana di Kermanshah a bordo di un elicottero per esaminare sul campo l’effetto del bombardamento cui era stata sottoposta meno di un mese prima la citta di Halabja.
II tossicologo belga descrisse in questo modo la situazione, dopo essere stato ad Halabja:
“Arrivammo in una città devastata e completamente morta… C’erano cadaveri e carcasse di animali in putrefazione. Dall’interno di quello che rimaneva delle abitazioni, completamente sbriciolate, proveniva una puzza di materiale putrefatto, probabilmente di cadaveri.
Gli esperti in chimica che erano con noi conoscevano bene i problemi del gas. Abbiamo cominciato a contare i morti, probabilmente erano molti di piu di 3.500.
Gli iracheni avevano mescolato tre tipi differenti di gas chimici e abbiamo potuto constatare che dopo l’esplosione questa miscela provoca una grande tossicità. L’abbiamo visto sul posto. Guardando i cadaveri è possibile stabilire quale tipo di gas sia stato usato: il cianuro può uccidere subito. Uccide in macchina, non hai neanche il tempo di frenare.
Gli organo-fosfati, cioè il gas nervino che i tedeschi hanno sviluppato durante l’ultima guerra mondiale e che conoscevo bene perche hanno fatto delle prove nel mio campo di concentramento sui prigionieri politici, uccidono generalmente in otto-dieci minuti.
E infine abbiamo l’yprite, il gas del 1914-18, che ha ucciso tanti soldati francesi.
Questa miscela di gas è fulminante. Perché ogni tossicologo sa che se si mescolano questi gas, la loro tossicità e amplificata e danno dovuto alla contaminazione è ancora maggiore (…). Il 60% di quelli che noi abbiamo visto erano bambini e madri di famiglie”.

I medici dell’equipe del professor Heyndrickx raccolsero campioni di terra dai numerosi crateri provocati dalle bombe, di frammenti delle bombe, vestiti, capelli di donne e di bambini.
Questi campioni vennero esaminati dai laboratori del Dipartimento diretto dal professor Heyndrickx ed evidenziarono senza ombra di dubbio l’uso delle armi chimiche:

“Da tutte le analisi che abbiamo fatto sui pazienti e sui campioni prelevati ad Halabja, abbiamo concluso che non vi è alcun dubbio che la città è stata colpita da gas di guerra: gas mostarda (Yprite), organo-fosfati che inibiscono l’azione della acetilcolinesterasi (Tabun, Soman, Sarin o altre sostanze analoghe), nonché cianogeni o derivati (cloruro cianogeno, CN o sostanze analoghe). A causa della limitata quantità di campioni a nostra disposizione non possiamo neanche escludere la presenza di micotossine (la ‘pioggia gialla’) o di fosgene (ossicloruro di carbonio, COCl2)”.

Ma la certezza assoluta venne raggiunta dall’equipe del professor Heyndrickx quando venne inviata all’Università di Ghent un’abbondante quantità di campioni biologici (capelli, urine, sangue) prelevati da alcuni pazienti che dall’Iran erano stati inviati tempestivamente in Belgio per essere curati. I risultati delle analisi effettuate su questi campioni, e le relative inequivocabili conclusioni, sono stati pubblicati da un’associazione di solidarietà con il popolo kurdo che ha sede in Germania e da allora sono conosciuti come il “Rapporto Heyndrickx”.


La scarsa o nulla circolazione delle notizie – in un’area già segregata geograficamente e per di più in una zona di guerra – fu fondamentale a mantenere la vicenda ‘nascosta’ agli occhi dell’opinione pubblica internazionale.
I pochi superstiti furono osservati e curati in ospedali iraniani trovandosi la cittadina di Halabja in una zona prossima alla frontiera
Quando Teheran, che all’epoca controllava quell’area, dopo aver diffuso le prime immagini di Halabja, consentì l’ingresso della stampa estera nella città della morte, avvenne anche una mobilitazione dell’opinione pubblica nel mondo.

Ma le operazioni di soccorso (?) furono avviate con molto ritardo, per l’impervietà della zona, la scarsità delle informazioni e il voluto rallentamento delle stesse operata dal regime iracheno. Oltre alla ‘cattiva coscienza’ della maggior parte delle nazioni sul problema kurdo; controprova ne è un messaggio dell’allora presidente americano Reagan a Saddam Hussein, a quattro mesi dalla strage di Halabja, che passa completamente sotto silenzio quanto accaduto (Cfr. file .pdf in fondo al presente articolo).

Cimitero Halabja. Bandiere


Epilogo

Il Direttore dell’Istituto universitario di afferenza, quando gli fu presentata la Tesi di Laurea pretese, prima di apporre la sua firma e dare l’autorizzazione alla discussione, che essa fosse preceduta dalla seguente dichiarazione (!):

“La compilatrice del presente elaborato, che viene presentato come Tesi di Laurea in Medicina e Chirurgia, dichiara di assumersi l’intera responsabilità delle notizie qui riportate, non evidentemente mediche e non direttamente estrapolate dalle fonti bibliografiche ufficiali citate”

La tesi è corredata da 31 voci bibliografiche, che spaziano dalle informazioni più specificamente medico-tossicologiche ai rapporti di Amnesty International, dai documenti delle Nazioni Unite (Commission des droits de l’homme) ai rapporti tratti da diverse ‘Gazzette Ufficiali’ del Parlamento Europeo (1988); inoltre da diverse fotografie di particolare crudezza, prese dai primi soccorritori nei giorni successivi alla strage, che si sono volutamente omesse nel presente articolo.

La presentazione della tesi, in seduta di Laurea, fu seguita da vivo interesse e molti dei Membri della Commissione confessarono di non aver mai sentito parlare prima degli eventi che vi erano riportati.

Flag_of_Kurdistan

La bandiera del Kurdistan fu disegnata durante i tentativi d’indipendenza curdi dall’Impero Ottomano. Il sole d’oro ardente, l’emblema al centro dello stendardo, è un antico simbolo religioso dei kurdi e rappresenta nello Zoroastrismo la saggezza. Anche i colori della bandiera hanno un significato simbolico: il rosso simboleggia il sangue dei martiri curdi e la continua lotta per la libertà e l’indipendenza del Kurdistan; il verde simboleggia la bellezza dei paesaggi del Kurdistan; il bianco simboleggia la pace e l’uguaglianza.

 

Non c’è dubbio che la strage di Halabja, insieme ai massacri con armi chimiche che l’avevano preceduta nel 1987 nelle provincie di Sulaimania e Arbil e i successivi attacchi nel Badinan, sia stata uno degli episodi – il più vistoso ed emblematico – di una pianificata operazione di genocidio.

Il genocidio è definito dalla Convenzione delle Nazioni Unite del 1948 come l’espressione della “intenzione di distruggere in tutto o in parte i gruppi nazionali, etnici, razziali o religiosi in quanto tali”.

Forse non esiste un altro esempio di dittatura che insieme al popolo diverso abbia voluto distruggere anche il suo habitat, cancellando sistematicamente ogni forma di vita in larga parte dello stesso territorio statuale.
Nel caso del Kurdistan iracheno, l’eliminazione, parzialmente attuata, del popolo diverso dalla maggioranza araba ha comportato anche la distruzione e la contaminazione nel tempo di un territorio fertilissimo, di acque, campi, foreste, ricco di villaggi e di città fiorenti, a spiccata vocazione agricola e pastorale, della sua variegata flora e fauna domestica e selvatica, delle sue memorie storiche risalenti all’alba della civiltà.
Il desolato scenario da incubo del Kurdistan annientato e le sofferenze dei sopravvissuti non sono un’esperienza che si possa cancellare. Nel nome dell’umanità tutta, in attesa di una giustizia che forse per i kurdi non verrà, non dimentichiamo i venti di morte sul Kurdistan.
Non dimentichiamo Halabja.

Monument_in_memory_of_chemical_weapons_attack. Halabja 1988

Le figure, riprese nella scultura del monumento e anche sui francobolli che ricordano il tragico evento, rappresentano i corpi riversi – come furono trovati rinvenuti e fotografati – di un padre chino a proteggere una bambina di pochi mesi

Halabja.Francobollo commemorativo

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File .pdf : 20 luglio 1988 – Archivio “La Repubblica”. Reagan si congratula con Saddam

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[L’etnia kurda. (3) – (continua)]
[La strage di Halabja (seconda parte) – Fine]

 

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