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La strada per il Faro

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di Maria Giovanna Luini

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Grazie alla segnalazione del nostro collaboratore Vincenzo Ambrosino, da oggi diamo ospitalità sul sito agli scritti di  Maria Giovanna Luini (*), frequentatrice della nostra isola ed appassionata di fari.
Ringraziamo Maria Giovanna per la collaborazione e le diamo il benvenuto sul nostro sito.

La Redazione

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Cammina.
Gli sterpi e i rovi sono più rassicuranti dei serpenti neri che, così facili a incontrarsi, ballano all’altezza delle sue caviglie e guizzano via veloci.
Non le sono mai piaciuti i serpenti: in Brianza è cresciuta con l’idea delle bisce che nei giardini si trovano accanto all’acqua, ma anche con lo spauracchio delle vipere che possono saltare fuori dalle pietre e morderti senza che te ne accorga.
E c’è sempre qualcuno, tra i conoscenti dei conoscenti, che è stato morso da una vipera: si è salvato perché ha sentito pungere, e di solito si trattava del piede o del polpaccio, ha controllato e visto due piccoli buchini rossi. I buchini rossi del morso della vipera.
Un’ora per salvarsi, i vecchi e i nonni solleciti dicono che se un ardimentoso non ti succhia subito il sangue il veleno entra in circolo e devono portarti al pronto soccorso entro un’ora. Ti somministrano il siero e puoi vivere, anche se il siero, poi, mette a rischio la tua circolazione. Te la dicono così, e lei non ha mai voluto approfondire. Ha letto un manuale trovato in casa, uno di quelli in serie nelle enciclopedie che bellimbusti dal sorriso smaltato ti convincono a comprare per rendere colto l’arredamento: diceva che la vipera morde anche da morta, se la si tocca ed è morta da poco tempo scatta, il suo sistema nervoso ha in memoria la reazione e ti fotte.
Non toccare una vipera morta, ha scolpito questo nel suo cervello; anzi, non toccare bisce, rettili, vermi e potenziali vipere. Vivi o morti, non ha importanza.

Cammina, adesso, e sente i muscoli tesi.
Ha le gambe grosse, tozze, sono il suo punto debole. Non le piacciono, le odia da sempre, le odiava anche quando erano magre e appena appena toniche. Suo padre la metteva in guardia con la faccia cattiva: “Diventerai grassa, le tue gambe non possono permettersi una gonna”.
A quei tempi, lo sa adesso, avrebbe potuto permettersi qualsiasi cosa, ma poi, nei mesi e anni successivi, ha avverato l’odiata profezia paterna e oggi odia le gambe. E la vita che con i quaranta si appesantisce e gonfia.
Cammina ore, ore, chilometri, con quelle gambe che non osserva mai allo specchio. E i serpenti neri, lucidi, la oltrepassano infastiditi, mettono fuori gli occhi dai muretti disintegrati di pietra lungo il sentiero che ormai non esiste più.

Dal paese si va in alto, su e su per le scale, si salutano i cani che nell’isola sono tanti e sempre sciolti, quasi randagi, si fa finta di niente al muoversi delle tendine bianche dietro le finestre: ti guardano, i pochi isolani diffidenti, si domandano cosa ci fai lì e se sei uno dei turisti scemi che, da Roma, si mettono in testa di cercare il Faro.
Nessuno ci arriva più, al Faro, almeno non dal paese. Perché una frana ha tirato giù parte del sentiero e perché fa caldo, e fatica. E non è comodo; ormai a nessuno viene in testa di camminare se è scomodo, ci vogliono le autostrade disegnate apposta dai comuni illuminati, e magari i dispensatori di acqua gratis dove la gente si ammassa con le bottiglie e le damigiane da portare a casa.

Insomma, si va in alto poi si seguono i pali dell’elettricità. Il filo nero, teso precario, dalla sommità del paese  verso il Monte Guardia. Se segui l’elettricità non puoi sbagliare, ci metti tre ore ma al Faro ci arrivi.
Si sfiorano giardini che si intuiscono curati, si saluta gente che tira su appena il sopracciglio, si notano scorci di mare e faraglioni e serpenti, appunto.

sentiero verso il faro della Guardia

I serpenti. Se fosse un sogno avrebbe un significato erotico. Temo i serpenti, ho paura del sesso. Ma non è un sogno: ogni mattina si alza, sospira sotto la doccia, si butta addosso una tuta e le scarpe che dodici anni fa ha scovato in un negozio di Bologna e parte.
– “Ancora al faro?”
Il proprietario dell’albergo, il solito albergo di sempre, quello che ha descritto nell’ultimo romanzo, sorride. Per fortuna non le chiede quale faro, perché ai neofiti chiedono questo: a quale faro vuole andare? Esiste quello del porto, a pochi metri dall’imbarco dell’aliscafo, e raggiungerlo non è altro che una passeggiata serale dopo il ristorante con il cono gelato in mano, e c’è il Faro, quello che lei ama, il suo Faro. Il Faro della Guardia. Nessuno le chiede più quale sia il faro che raggiunge: lei è lei perché va al Faro.
Con tutti i posti deve proprio andare al faro? Con questo sole in faccia e la frana, stia attenta. Oltretutto non c’è linea per il cellulare”.

Ecco. A un certo punto il cellulare smette di funzionare. Potrebbe dire che non le importa, chi se ne frega di restare isolata dal mondo tanto lei sta bene e non cerca altro. Sarebbe solo metà di ciò che è vero. Vuole isolarsi dal mondo, è già isolata, ma è il mondo che non deve isolarsi da lei.
Detesta il telefono, non sopporta che si metta a suonare, ma è un filo appeso che le dice che se qualcosa accade lei lo saprà.
Gente che ama, che ricorda, che a malapena bada alla sua esistenza ma che per lei ha rilevanza potrebbe avere bisogno. Avere bisogno, certo. Di lei. Allora il telefono che oltre il paese, lassù dove il sentiero sfiora una casa con un giardino bellissimo e invisibile, perde l’aggancio con la gente le ficca dentro un po’ di angoscia.  Non siamo abituati, non lo siamo più. Guardiamo straniti il display senza il nome di una rete telefonica e pensiamo che accadrà qualcosa, tutto ciò che abbiamo temuto negli incubi dell’infanzia si materializzerà nelle nostre ore di buio. Quando saremo ritornati e, ansiosi, stringeremo il piccolo corpo freddo del telefono troveremo sms e chiamate, e la vita non sarà più la stessa.
Più o meno nel punto della discesa al Bagno Vecchio, a pochi metri dalle due indicazione dipinte sul legno “Faro” e “Bagno vecchio” si perde il contatto e l’isola inghiotte. Lì, proprio dove le due frecce ti illudono che esista una direzione, un cartello racconta la storia. Il Faro, il Bagno Vecchio.

Faro. Bagno vecchio

Prosegui oppure ritorna indietro, questi siamo noi: sei un turista e ti vogliamo spiegare la geografia, e i luoghi che dovresti visitare. Eppure, se decidi di andare al Faro niente più esiste, e non puoi fare altro che infilare un piede davanti all’altro senza chiederti cosa incontrerai. Perché se te lo chiedi e hai paura dei serpenti non hai altro che scappare. In un’ora il siero antivipera non ti tirerà fuori dal casino, niente è raggiungibile in un’ora senza il cellulare e con le gambe che tremano per il dolore dell’ignoto.

Dal paletto di legno con le frecce che indicano il Faro e il Bagno Vecchio inizia l’avventura, quella vera. Perché il sentiero, prima accennato e franoso ma appena intuibile, il tanto che basta per non perdersi, diventa un grumo sconnesso di rovi, erba a mezzo, pietre, e ignoto. L’ignoto, appunto.
Gli animali fanno rumore, ogni passo è un piede infilato nella bambagia secca di sterpi che la pro-loco da qualche anno non si preoccupa di districare. Tanto ci saranno i ricchi, quelli che del Faro faranno un resort di lusso. Il bando è già uscito sulla Gazzetta Ufficiale (**), e se ci fossero stati dubbi basterebbe rileggerlo bene.
Un albergo o un resort di lusso, e in un’altra Gazzetta Ufficiale un bando ulteriore per una nuova società di navigazione per le Isole Pontine. Nasce Disneyland, anche qui.

la strada verso il faro della Guardia

le pietre sulla strada verso il faro

Questo sentiero che dall’alto del paese arranca fino al Faro non dovrà ritornare, che si cancelli in fretta e se ne dimentichi la memoria. Che anche lei, lei che scrive sempre del Faro e dell’isola, smetta di sperare. Tra qualche tempo si arriverà alla roccia e allo scoglio enorme del Monte Guardia con l’elicottero oppure, per essere proprio plebei, con  la barca, e si potrà salire al resort solo se il conto in banca lo permette. E il porto, là dove da qualche anno non ci sono più gli ormeggi, sarà una luce sola, con la erre moscia delle milanesi bionde e i maglioncini di cotone bianco dei mariti. I maglioncini gettati sulle spalle. Ne ha visti, di mariti così. Ne incontra decine, la mattina, prima di affrontare la salita per il Faro oppure quando ritorna indietro: aggrappati ai cellulari si nascondono nelle vie piccole e buie dietro il corso e telefonano all’amante, e sospirano, e dicono nostalgia. Poi li vede correre dalle mogli, sedute ai tavolini dei bar.
– “Amore, vuoi che faccia la spesa? Abbiamo tutto per oggi? E i giornali?”
Cammina. Pensa al gozzo che la aspetta in porto, e i pomodori rossi e caldi che succhierà in rada a Palmarola. E pensa al quaderno nero e al romanzo che sta nascendo. L’unica cosa che conta. Insieme al Faro, che avrebbe voluto comprare. I tramonti dal Faro, e un uomo seduto su un muretto accanto a lei. E niente voci, niente mani, niente chiocce che la guardano e pensano di sapere chi sia.
“Lo so.”
Una sua amica dice sempre che lo sa, sa tutto. Pretende di avere già vissuto e masticato. La odia quando la sente parlare così, è ovvio che non è vero. Non sa e non può sapere, conta sulla differenza di età e prova a illudersi che età sia saggezza. Macché. Se invecchiare costituisse un percorso verso la saggezza non ne avremmo così paura, non ci trasformeremmo in simulacri patetici che riproducono l’amore fuori tempo e fuori luogo. Sono amiche, però. Anche se la fa incazzare. Dovrebbe solo smettere di fare la mamma. La loro bellezza sta nell’essere diverse, una differenza tanto evidente che non ci sarebbe la necessità di dire. Diventa necessario quando nelle orecchie gracchia il suo “Lo so”. Come se gli amori, la testa, la pancia, ogni organo o viscere fossero identici. E mai potrebbero esserlo. Ma è lontana, là sul continente, e al Faro non arriverebbe neanche se la drogasse per regalarle la carica. Non capisce perché ci pensa, non esiste la ragione; la strada per il Faro abbacina gli occhi e incunea la mente nei ragionamenti che altrimenti terrebbe nello zaino, schiacciati sotto il pacco dei fazzoletti e il portafogli con le carte di credito ma senza contante. Ora è l’amica, tra qualche minuto sarà l’amore, poi la scrittura che è la sua unica compagna, o il ricordo di quando era altro, quando lavorava in un edificio piatto ed elegante di cemento e acciaio. Le viene in mente il suo cane, anche, oppure la macchina che forse non ha il bollo e prima o poi dovrà lavare.

Pensa agli uomini aggrappati ai telefonini che chiamano l’amante, anche suo marito ha fatto così. Tante volte. E lei l’ha compreso, e l’ha amato lo stesso. Ha amato anche l’altro uomo, che la chiamava pochissimo, la teneva buona con scarsi sms e, nelle lunghe vacanze con la moglie, si nascondeva in altre vie piccole e buie per darle la sua voce solo se temeva che non ne potesse più e se ne andasse via. Finchè è arrivata l’isola.

Ci sono i serpenti, vado avanti perché dicono che non saprò raggiungere il Faro, ma lo dicono ogni mattina e ogni mattina ci arrivo. Troverò il cancello chiuso, salirò oltre la curva e respirerò l’odore. Il Faro ha un odore, chissà se il proprietario del resort di lusso sarà capace di trattenerlo. E io cambierò isola, quando lui arriverà. Forse ruberò il paletto con le due frecce di legno: “Faro” e “Bagno Vecchio”. Tanto, Disneyland non ne ha bisogno.

Sono cattiva, oggi. O forse stanca. Oppure sono un’altra. E il mondo deve ancora accorgersi. Intanto cammino, e il sentiero cancellato non può fermarmi. Al faro, finché vive. E il mondo aspetterà.

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La stradina del Faraglione della Guardia e la discesa per l’approdo – foto di Carlo Ponzi

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(*) – Maria Giovanna Luini (pseudonimo di Giovanna Maria Gatti) è scrittrice di narrativa e saggistica, collabora con alcune testate giornalistiche e case di produzione cinematografica per consulenze e sceneggiatura.
Grazie alla laurea in Medicina e alle due specializzazioni (Chirurgia Generale e Radioterapia) è anche divulgatore attraverso media e comunicatore scientifico (medico) all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano.
L’attività letteraria narrativa si sviluppa a partire dal 2005, quando Maria Giovanna decide di aprire il blog MariaGiovanna e poi, e successivamente diventa responsabile della sezione racconti della rivista letteraria Historica, consulente della casa cinematografica Taodue per fiction a carattere medico, e recensore letterario per il sito di Mangialibri [sintesi delle notizie da Wikipedia].

(**) – Il racconto è del 2011, quando la possibilità della privatizzazione del Faro della Guardia sembrava molto realistica; la nota relativa era anche stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale  n. 5 dell’8 gennaio 2011 (NdR)

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1 commento per La strada per il Faro

  • Giovanni Matrone

    Non so se l’autrice ne sarà sollevata, per dover avere un pensiero in meno, a Ponza, o mi odierà per aver tolto pathos al racconto, ma posso assicurare che a Ponza non ci sono vipere; solo bisce timide e inoffensive. Così anche a Palmarola, e in minor numero che a Ponza.
    A Zannone poi non ci sono proprio serpenti… Mi pare di aver letto o sentito di una leggenda secondo cui questa ne sarebbe stata infestata fino a che un monaco eremita, tal Sennone (da cui il nome dell’isola), li avrebbbe ‘incantati’ e precipitati tutti in mare.

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