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Ponza e le terme

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di Leonardo Lombardi (*)
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Giuseppe Tricoli, che scrisse nel 1855 la “Monografia per le isole del gruppo Ponziano” (fatto ristampare da Giuseppe Mazzella nel 1976), indica, nell’area di Giancos, “un grandioso tempio dedicato a Nettuno”. Questo era decorato da mosaici a rettangoli e semicerchi.
Certo la descrizione è vaga ma, indicando Nettuno, sembra voglia dire che i mosaici avevano riferimenti al mare e, presumibilmente, erano in  bianco e nero.
Mosaici di questo tipo erano caratteristici delle Terme romane.

E’  possibile che a Ponza esistesse un edificio termale? Che cosa era una terma? E come mai a Giancos?
A queste domande si può rispondere con quanto oggi, e non da oggi, sappiamo sulle terme, su Ponza e su Giancos in particolare.

La civiltà romana aveva ereditato da quella greca l’uso delle terme. Quelle greche erano più spartane, prive dei sistemi di riscaldamento e utilizzate soprattutto da giovani sportivi, che si cimentavano in esercizi, e si aspergevano poi con acqua fredda.

I Romani si inventarono qualcosa di più sofisticato. Le terme, lo dice il nome stesso, erano caratterizzate da complessi sistemi di riscaldamento degli ambienti e dell’acqua.

Impianto-riscaldamento Terme Stabiane. Pompei

Schema impianto di riscaldamento

Impianto di riscaldamento delle terme Stabiane a Pompei e (sotto) schema generale del sistema termale

Dalla figura si ricavano gli elementi essenziali. Il forno (a) che consumava legna, scaldava un’intercapedine tra due pavimenti tenuti sollevati da pilastrini, le pilae (b-c), attorno ai quali circolava il calore. dell’ambiente; canne fumarie (d) espellevano il fumo e mattoni cavi che circondavano le pareti (e) consentivano il riscaldamento dell’aula.

Con lo stesso sistema si potevano riscaldare le vasche per avere acqua calda in cui immergersi. Altrimenti si impiegavano caldaie in bronzo poste su forni e l’acqua calda, o miscelata, veniva trasferita alle vasche.

Le terme consentivano ad un vasto pubblico di radunarsi per bagnarsi, in acqua calda e fredda, di sudare nei laconica, vere saune secche o umide, e di esercitarsi in lotte e giochi ginnici.
Ma le Terme, oltre ai canonici consigli dei medici di quel tempo, che prescrivevano come cura l’alternarsi di caldo e freddo, erano anche centri culturali importanti.
Nel tempo divennero sempre più articolate, con sale conviviali, biblioteche, aule per concerti e conferenze; non mancavano punti di ristoro, popinae e  cauloniae, dove bere e mangiare qualcosa. Con il passare del tempo le terme assunsero un importanza fondamentale per garantire al potere il consenso.

In epoca romana si diceva panem et circenses, pane e giochi di circo, elementi essenziali per sfamare il popolo, farlo divertire e farlo stare calmo. Ma le terme assunsero, nel tempo, un ruolo ancora più importante del circo, e divennero strutture caratterizzanti l’urbanistica romana assieme al foro (l’agorà dei Greci, o la piazza dei tempi moderni), al teatro e agli acquedotti.
Le terme ebbero un successo strepitoso; nella sola Roma, nel III secolo, ve ne erano 11 imperiali, quasi sempre gratuite, e immense e oltre mille  private. Si valutò che, a Roma, frequentavano le terme tra cento e duecentomila persone al giorno.

Gli imperatori, i senatori e i patrizi facevano a gara per realizzare terme sempre più belle. Statue, colonne, pavimenti e pareti ricoperte da marmi e vasche, di tutti i tipi e dimensioni, con acqua calda o fredda.

Tuttavia per realizzare una terma occorreva, oltre la legna per il riscaldamento, che poteva essere trasportata anche da lontano, soprattutto l’acqua. Doveva essere l’acqua la regina dell’edificio termale; fontane, vasche, la piscina (la natatio). Si può ricordare che la piscina delle Terme di Diocleziano, a Roma, era una vasca di 90 metri per 45 m.

Ponza non poteva fare eccezione, ma l’acqua dell’acquedotto delle Forna era scarsa ed era potabile; serviva al consumo umano e alla flotta. Per realizzare l’acquedotto avevano realizzato un sistema di gallerie che dalle sorgenti di Cala dell’Acqua, dopo un vano di decantazione, l’acqua correva in sotterraneo fino a cala Inferno, dove vi era una prima bocchetta di prelievo, per proseguire fino al porto di  Santa Maria. Il tunnel era scavato sempre a breve distanza dalla parete per facilitare le necessarie aperture, per eliminare i detriti di scavo.
Questa scelta fu fatale; numerose frane interrompevano periodicamente il tracciato, facendo cadere a mare tratti di galleria; ciò obbligava i tecnici ad allontanarsi sempre più dalle pareti con enorme dispendio di fatica e denaro.

Ritornando a Giancos, i tecnici non potevano usufruire dell’acquedotto per cui previdero, per  l’impianto termale, l’uso di acqua accumulata in un serbatoio a cielo aperto, una diga, appunto la diga di Giancos, che si trova a monte dei rinvenimenti, ancora visibili nell’800, di resti di mosaici in bianco e nero tipici delle Terme. L’area di Giancos era ideale per realizzare la diga. Si tratta di una valle, con la confluenza di modesti fossi che, durante le piogge, potevano consentire il riempimento dell’invaso. In caso di piogge tropo intense e continue, i progettisti inventarono un sistema di “troppo pieno” veramente geniale”. L’acqua non era molta e, forse, le terme erano aperte al popolo  periodicamente e solo in occasioni speciali.

Diga Giancos vista dall'alto

Diga vista dall’alto

Diga Giancos. Schema

Disegno schematico della diga di Giancos. 1. pozzi di troppo pieno; 2. pozzo di scarico a mare

 

La diga è comunque un capolavoro tecnico e solo degli incompetenti possono non valutarla a pieno e lasciare che poco alla volta scompaia. E’ l’unica diga ad arco romana ancora intatta. Ve ne erano altre due, ma di esse sono rimasti solo lacerti e tracce nelle fonti.

È possibile che nelle Terme vi fossero anche vasche di acqua di mare protette dal moto ondoso e quindi usufruibili da tutti. D’altronde basta una visita superficiale a S. Stefano per ammirare un vero teatro scavato nella roccia al cui centro vi è una vasca, comunicante con il mare, utilizzata probabilmente per spettacoli o cerimonie. Di questo monumento non ho trovato traccia nei testi consultati.

Il sito di Giancos, come tanti altri a Ponza e nelle altre isole dell’arcipelago, potrebbe diventare un oggetto di studio e interesse turistico che potrebbero essere messi a disposizione di turisti e specialisti interessati alle capacità tecniche dei Romani e alla complessa storia di queste isole.

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(*) – L’Autore ha già presentato su questo sito la sua opera analitica sull’acquedotto romano che collega, attraverso un lungo percorso, la Cala dell’acqua a Le Forna, all’abitato di Ponza. Digitare – Impianti idraulici romani – nella funzione CERCA NEL SITO, in Frontespizio. Analogamente si può ricercare il materiale già pubblicato su  – La diga di Giancos

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