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Commento a “L’esperimento di Ponza e Ventotene nella riforma socio-amministrativa dei Borbone (3)”, di Sandro Romano

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di Rosanna Conte
Il porto ed il castello di Manfredonia 1790

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Per il Commento.2 di Rosanna Conte, leggi qui
Per l’articolo di riferimento, di Sandro Romano, leggi qui

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Riprendiamo il discorso.

I fautori della Repubblica partenopea misero all’asta i beni demaniali posseduti dai coloni in enfiteusi” – Cioè Sandro Romano dice che i giacobini della Repubblica partenopea del ’99, “scombinarono” il piano paternalistico dei Borbone e posero fine alla vita di uguaglianza dei coloni ponzesi.

Ricordiamo che le leggi approvate dai giacobini napoletani durante l’esperienza della repubblica partenopea nel ’99, in realtà non poterono essere applicate perché non ce ne fu il tempo.
Nata nel gennaio (il 22 si forma il Governo provvisorio), la repubblica cadde il 13 giugno dello stesso anno attraversando diverse fasi in cui i repubblicani coinvolti nelle nuove istituzioni ebbero molto da fare per arginare le ingerenze e le razzie dei francesi e, dall’altro lato, per coinvolgere e soddisfare le esigenze del popolo, in particolare ‘i lazzari’.

È giusto ricordare, comunque, che approvarono l’abolizione dei fidecommessi (1) (10 febbraio), dei titoli nobiliari (7 marzo), dei feudi (25 aprile), oltre alla riforma degli apparati amministrativi, alla riorganizzazione delle province in dipartimenti (9 febbraio), alla creazione di nuovi organismi comunali.

 

Ma non furono loro a mettere all’asta eventuali terreni demaniali di Ponza che rimasero intatti come tutti gli altri fino all’arrivo dei francesi nel 1806, non solo perché Ferdinando IV – tornato sul trono nel giugno del ’99 – non cambiò nulla, ma anche perché, come dice il Tricoli, la perdita del carattere ‘allodiale’ (proprietà personale del re) e l’incardinamento nel demanio avvenne con tutte le conseguenze nel 1810.

Era stato Giuseppe Bonaparte ad incidere veramente nella struttura socio-economica e politico-amministrativa del regno, con la legge del 2 agosto 1806 che aboliva la feudalità e con i collegati decreti attuativi che aprirono la strada alle aste dei beni demaniali.

Il cambiamento che visse il regno di Napoli fu tale che, quando Ferdinando IV tornò nel 1815, fu costretto a lasciare tutto come stava e confermò anche  il passaggio di Ponza e le altre isole al demanio, con i decreti nel 1815 e nel 1817.

Forse a questo  si riferisce Sandro nel suo testo: “Quando nel 1816, scacciati nuovamente i francesi, gli isolani ritornarono a Ponza per effetto della “Restaurazione”, la comunità isolana non era più la stessa”.

Per la verità,  Ponza fu in mano ai francesi per poco più di due anni (dicembre 1809- febbraio 1813) e non certo per i dieci anni del Regno di Napoli.
In quel periodo l’isola fu abbandonata dai fedeli di re Ferdinando che andarono via con la flotta borbonica e il principe Capece, riparando in Sicilia.  I pochi abitanti rimasti si rivolsero ai francesi, proprio al re Gioacchino Murat che si trovava a Gaeta, per chiederne la tutela, in quanto privi di difesa potevano essere facile preda dei pirati. Bisogna lodare la schiettezza dei ponzesi di allora: nonostante attestassero la loro abbedienza al nuovo re, non ebbero timore di affermare che avrebbero sempre amato Ferdinando e non l’avrebbero dimenticato.

Quindi Ponza, ma anche Ventotene, in questo periodo sono scarsamente abitate. Tricoli ci dice che Murat decretò un’amnistia per far rientrare gli abitanti che erano fuggiti in Sicilia, ma non sappiamo come andò.
Sappiamo, però, che nel febbraio 1810 fu istituito il municipio con la conseguente rivoluzione amministrativa; primo sindaco fu Nicola Vitiello.
Fra i compiti del municipio c’era quello di individuare le terre demaniali da mettere in vendita.

Cerchiamo di capire come la legge interferiva con la situazione ponzese.
A Ponza i coloni tenevano le terre ‘in enfiteusi’ (2), che era da considerare come proprietà privata e la legge dei francesi escludeva dalla vendita all’asta le terre demaniali che fossero state date in enfiteusi o in affitto da almeno 10 anni (3).

Questa scelta nasceva dall’idea di fondo della riforma che mirava alla costituzione della proprietà privata come premessa per uno stato moderno efficiente, che avesse la certezza delle tasse da incamerare, e una sana economia, perché se si è sicuri del possesso di un bene, lo si fa fruttare al massimo.

Le terre demaniali da mettere all’asta provenivano dai grandi demani regi, feudali e universali; quelle da quotizzare (cioé dividere in quote da dare in enfiteusi in cambio di un canone) per i nullatenenti e i piccoli proprietari, venivano individuate fra quelle su cui gli abitanti di un posto avevano esercitato fino ad allora gli usi civici (taglio della legna, pascolo, acqua ecc) e, proprio perché le parti più disagiate della popolazione avevano perso questo sostegno non indifferente alla loro sussistenza, dovevano avere la precedenza (4).

Ovviamente a Ponza il demanio era municipale, e visti gli ostacoli frapposti alla realizzazione della riforma in altre parti del regno, è probabile che anche a Ponza la riforma non abbia avuto rapido corso.

Cosa ci dice il Tricoli?
Pur sottolineando alcuni aspetti negativi dell’istituzione municipale, non accenna minimamente ad uno stravolgimento nella distribuzione della proprietà, né per il breve periodo francese né per quello successivo. Parlando dell’incardinamento nel demanio egli evidenzia gli interventi di tutti i sovrani che si sono succeduti, da Gioacchino Murat agli ultimi re Borbone, per alleggerire, comunque, i pesi (le tasse) dei ponzesi, o per aiutare l’economia locale mediante l’esenzione dalla leva, dalla fondiaria o l’avocazione dei costi del municipio alla cassa reale.

Ecco le sue osservazioni sul periodo che va dal 1809 al 1855, anno di pubblicazione del libro.

L’amministrazione municipale fu affidata a persone inesperte, spesso rivali fra loro, che non si sono curate principalmente del bene dell’isola, ma dei propri interessi. Secondo Tricoli, ciò dipendeva anche dal fatto che l’isola era troppo lontana dai centri superiori di controllo collocati in ‘Terra di Lavoro’.

Con un decreto emanato da Ferdinando I (è lo stesso Ferdinando IV che dopo il congresso di Vienna nel 1815, da re del Regno di Napoli è diventato re delle Due Sicilie), nel 1820 Ponza diventava sede per relegare i malfattori.

Questo comportò degli svantaggi di tipo morale ma anche economico perché i relegati, lavorando anche a costi inferiori, facevano concorrenza agli isolani.

L’incardinamento nel demanio, creando la proprietà privata, comportò che “gl’isolani, non infrenati, si fecero leciti benanche svellere tutte le piante lasciate per riparare, con dissodare i ripidi pendii, e quindi col fatto è mancato il combustibile necessario, il vento distrugge i seminati e le piante, le acque trascinano a mare il miglior terreno, e maggior danno solcando il sottoposto suolo“. Sembra che gli isolani abbiano distrutto gli elementi di difesa naturale del territorio perché mancava un divieto a farlo.

Più avanti (pag. 216) Tricoli conferma il passaggio nel demanio dei terreni dei coloni ponzesi che pagavano lo stesso censo e le rendite di prima, ma non parla di vendite all’asta.

Tabella

E quando, a pag. 265, commenta i dati esposti nella tabella a pag. 255, riguardanti i proprietari – e stiamo a dopo il 1850 -, non accenna a nessuna conseguenza legata all’incardinamento nel demanio, evento che pure aveva criticato.

La presenza di soli 5 grandi possidenti, contro 30 medi e 170 piccoli  è dovuta, secondo Tricoli, “all’uso invalso nell’isola in discapito della pubblica economia, che tutti i figli passano a matrimonio, essi presto si veggono circondati da numerosa figliolanza, col suddividere così quella ristretta proprietà, fino a minime frazioni…” .

Se fosse successo effettivamente – come scrive Sandro Romano – che “Il tessuto economico-sociale era stato gravemente stravolto, gli equilibri politici compromessi e molte terre abbandonate dai fuggiaschi erano oramai di proprietà di chi era rimasto. Insomma molti di coloro che erano rientrati avevano perso ogni bene immobile, case comprese.
 I danni causati alla comunità isolana erano, quindi, irreversibili.” , il Tricoli, così attento a tutti cambiamenti, non l’avrebbe rilevato?

Considerando che il Tricoli apparteneva ad una famiglia benestante (fra le cinque dei grandi possidenti) che tuttavia stava fra quelle che nel 1809 avevano seguito Ferdinando IV in Sicilia, ci chiediamo:

1)            come poteva la famiglia Tricoli, che aveva perso tutto nel 1809  per l’accaparramento avvenuto in seguito all’incardinamento nel demanio e ritrovarsi, ritrovarsi ad essere, dopo circa quarant’anni, fra le più ricche dell’isola?

2)            Come poteva il Tricoli tacere di un fatto così grave, come la perdita dei beni della propria famiglia ad opera di accaparratori che avrebbero profittato delle vendite demaniali per comprarli?

 

Inoltre, c’è da considerare che un grande proprietario, se anche vuole tacere, in mala fede, dell’enorme rapina fatta da persone, ormai, appartenenti alla sua stessa classe sociale, in un determinato contesto storico, apprezzerà sempre e comunque gli aspetti che hanno consentito la formazione della proprietà privata. Invece il Tricoli non ne fa menzione quando parla dell’incardinamento nel demanio.

Ricordiamo, infine, che il nostro storico non fu morbido con chi a Ponza gestiva l’amministrazione comunale negli  anni a lui coevi, scrivendo addirittura dei libri apertamente accusatori. Un individuo così attento ad accusare malversatori ed altri, avrebbe potuto tacere di quell’enorme usurpazione che starebbe stata alla base della differenziazione sociale del suo tempo?

Il grande quadro scenografico che vede Ponza teatro di un esperimento che fallisce per l’imposizione esterna di nuove strutturazioni socio-economiche non mi pare che trovi riscontro né nella grande né nella piccola storia e non si può nemmeno intravvedere nella monografia di un isolano che ha battagliato anche lungamente contro le amministrazioni locali, subendo  perfino l’esilio.

Infine, visto che la vicenda legata alla vendita dei beni demaniali non è solo questione locale, ma ha riguardato tutto il Sud, mi sembra opportuno aggiungere che la formazione di un robusto ceto di proprietari terrieri non riuscì ad innescare il cambiamento verso la modernizzazione delle campagne. E certamente il governo paternalistico dei Borbone ha avuto la sua parte.

Rimasero ampi latifondi che i nuovi proprietari (ex- amministratori, e ceti professionistici in massima parte) condussero come avevano fatto i baroni in precedenza: restii agli investimenti, lasciavano ampie zone incolte, ponevano gravami ai contadini che vi lavoravano continuando ad usare contratti di affitto e di colonia di corto respiro che ingabbiavano qualsiasi iniziativa del piccolo colono o affittuario (5).

Del resto mancò nel regno una politica lungimirante che desse la spinta a legare la produzione agricola al commercio come poteva essere ad esempio la costruzione di infrastrutture (strade, ferrovie..) e stimolasse l’interesse ad investire.

A guardarla da una certa distanza, una carta che volesse far emergere le situazioni di avanguardia del regno delle due Sicilie, si presenterebbe a macchia di leopardo e se la facessimo camminare nel tempo noteremmo anche delle scomparse.

Ma qui il discorso si allontana dall’intento iniziale: rilevare delle osservazioni all’articolo di Sandro Romano.

Lo sviluppo e l’approfondimento della politica economica dei Borbone potrebbero costituire argomento a se stante da trattare successivamente.

 

Note

1)            Il fedecommesso è la disposizione testamentaria con la quale si obbliga l’erede o il legatario a conservare e restituire in tutto o in parte l’eredità o il legato. La sua istituzione risale all’epoca romana, ma già l’imperatore Giustiniano ne vietava l’applicazione allo stesso bene per oltre quattro volte, perché  impedendo la frammentazione e la vendita di beni che potevano essere o diventare molto estesi, si facilitava la stagnazione economica delle campagne. Fra il 1500 e il 1600 fu molto usato dalle famiglie patrizie per mantenere compatti i beni della casata che venivano dati in eredità al figlio maschio maggiore insieme al titolo nobiliare (maggiorasco).   Era questa istituzione che, rimasta intatta nell’Italia meridionale, aveva ostacolato la suddivisione nel tempo delle proprietà con la possibilità di vendite e l’arrivo di nuovi proprietari. Le radici della differenza fra l’Italia settentrionale e quella meridionale, ambedue assoggettate per due secoli circa agli spagnoli, affondano nel perdurare di questa istituzione nel sud; anzi in quel periodo, per fare soldi, nel mezzogiorno, si vendettero molti titoli nobiliari che andarono ad incrementare una classe aristocratica parassitaria che viveva nel lusso senza curare le proprie terre.

2)            L’enfiteusi è un diritto reale su un fondo altrui; chi tiene realmente il fondo ha gli stessi diritti che avrebbe il proprietario sui frutti, sul tesoro e sulle utilizzazioni del sottosuolo. Sull’enfiteuta gravano fondamentalmente due obblighi: quello di versare un canone periodico (che può consistere sia in una somma di danaro sia in una quantità fissa di prodotti naturali) al concedente e quello di migliorare il fondo. Sono a carico dell’enfiteuta anche le imposte e gli altri pesi che gravano sul fondo, salvo che le leggi speciali o il titolo costitutivo non dispongano diversamente.

3)            I comuni e l’eversione della feudalità. La quotizzazione dei demani nel regno di Napoli in età napoleonica, di Stefano Vinci, Atti del Convegno “Testa di Medusa”, Storia e attualità degli usi civici, Martina Franca, 5 ottobre 2009

4)            Ibidem 

5)   A. Massafra, Mezzogiorno pre-unitario: economia, società, istituzioni, Dedalo, Bari 1988

 

Immagine di copertina – Il Porto e il Castello di Manfredonia (1790). Dalla serie: Paesaggi del Regno di Napoli dipinti tra il 1771 e il 1791 da Jacob Philipp Hackert (1737 – 1807).

 

 

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