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28-07-2005-0-18-15_0000 a-05 carnevale-1970 60 Un rimorchiatore rimesso a nuovo Piccola cernia, Epinephelus marginatus

L’uso pubblico della storia e il revival neo-borbonico

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di Silverio Tomeo

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Nel 1986 in Germania si aprì in un convegno un dibattito, conosciuto poi come la “controversia degli storici” (Historikerstreit), in cui Ernest Nolte avanzò le sue tesi ultra-revisioniste su nazismo e bolscevismo e sulla “guerra civile europea”.
Fu allora che Jürgen Habermas intervenne in polemica contro il dilagare nel circuito mediatico del dibattito storico ad uso della polemica nella sfera pubblica che definì “uso pubblico della storia”.
La distinzione del filosofo tedesco tra uso “etico-politico” della storia e l’attività scientifica dello storico di professione che «usa la terza persona, prende le distanze dall’oggetto indagato e controlla i propri pregiudizi» appariva da superare a Nicola Gallerano che proponeva di accettare la sfida dello storico nella società dell’informazione.
Di Nicola Gallerano voglio ricordare l’ Introduzione alla storia contemporanea scritta con Marcello Flores (Bruno Mondadori, 1995), perché è un’ottima bibliografia ragionata su Ottocento e Novecento.

Da quel 1986 ne è passata di acqua sotto i ponti, e la frattura tra Novecento e post-Novecento segnata nei primi anni Novanta ha come aperto le dighe alla ricerca di una nuova legittimazione storica dell’identità nazionale e dei fondamenti della Repubblica. Ecco che l’uso pubblico della storia nella cosiddetta Seconda Repubblica è diventato assai funzionale al “revisionismo storico”, dando la stura a tentativi radicali di revisione della storia del Novecento.
L’uso pubblico della storia sempre più è diventato uso politico della stessa.
Si è cercato di equiparare repubblichini e partigiani, di espungere l’antifascismo dal patriottismo costituzionale, di distinguere tra un primo fascismo “buono” e quello poi alleato con il nazi-fascismo, ad esempio.
Il negazionismo dello sterminio dei due terzi degli ebrei d’Europa ha cercato inutilmente di autorappresentarsi come revisionismo storico, perché è già qualcosa di oltre, una pura negazione utile a rimuovere la frattura di civiltà della Shoah e funzionale a minimizzare il disegno di un Nuovo Ordine Europeo di Hitler che produsse il secondo conflitto mondiale.

Si è detto in chiave lusinghiera oppure critica che il libro del giornalista Pino Aprile “Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani diventassero meridionali” è accostabile per effetto dirompente al libro di Giampaolo Pansa “Il sangue dei vinti”, dove in effetti entrambi questi testi contengono dati, circostanze, notizie e ricostruzioni storiche romanzate per lo più senza fonti e senza bibliografia di riferimento.

E veniamo quindi ai fenomeni distinti del revisionismo del Risorgimento e del movimento neo-borbonico che del primo si nutre giungendo a posizioni radicali apertamente anti-unitariste e anti-risorgimentali.

Carlo Pisacane

 

Carlo Pisacane (1818-1857)

Il revisionismo storico sul Risorgimento nasce già all’indomani dell’Unità dello Stato-nazione italiano, un suo punto di riferimento è quel Giacinto de’ Sivo, già ufficiale e funzionario del Regno delle Due Sicilie, con i suoi numerosi scritti. Nel 1971 fece scalpore L’Unità d’Italia: nascita di una colonia di Nicola Zitara, allora uno studioso meridionalista legato alla sinistra socialista.
Sulla base di teorie terzomondiste di ispirazione neo-marxista si ipotizzava un colonialismo del Nord verso il Sud nel processo unitario.
Nel 1973 seguì a ruota Contro la «questione meridionale» di E. M. Capecelatro e A. Carlo, che si presentava come una critica “da sinistra” alle riflessioni di Antonio Gramsci. Già in questo testo appare la considerazione balorda che “l’epopea dei Mille (…) fu poco più che una passeggiata”, e che questo appare strano e spiegabile solo con la crisi dello Stato del Regno delle Due Sicilie.
Senonchè i Mille, che erano in realtà in partenza pochi di più, e alquanto di meno con i primi caduti, ebbero subito l’apporto di migliaia di volontari siciliani e poi quello del generale Giacomo Medici con i suoi garibaldini. Già in Calabria se ne aggiunsero decine di migliaia e poi sino alle battaglie fondamentali si andò ad ingrossare esponenzialmente la consistenza dei volontari garibaldini (tra cui risulta nell’Archivio di Stato di Torino un mio trisavolo).
Zitara ebbe poi posizioni separatiste e volle ai suoi funerali l’inno borbonico e la bandiera del Regno delle Due Sicilie.

Generale Giacomo Medici

 

Il generale Giacomo Medici (1817-1882)

Già nel 1966 in Proletari senza rivoluzione Enzo Del Carria, pur riconoscendone la direzione reazionaria, esaltò come guerriglia contadina il brigantaggio postunitario. Successivamente il Del Carria finirà nella Lega Nord.
Possiamo annoverare nella vulgata recente del revisionismo sul Risorgimento anche Carlo Alianello, ma è in prossimità del 150° dell’Unità d’Italia che si affollano i pamphlet  revisionisti, come la Controstoria dell’unità d’Italia. Fatti e misfatti del 2007 di Gigi Fiore, autore di altri testi revisionistici.
Il libro di Pino Aprile, più volte ristampato, e seguito da altri suoi scritti, è del 2010. Anche i libri contro i Savoia del giornalista Lorenzo del Boca vanno menzionati in questa vulgata revisionista, senza nulla togliere alla catastrofica parabola di quella dinastia.

La memoria pubblica come “un patto” su cui fondare un’identità nazionale, i programmi di studio nelle scuole, i luoghi e le giornate della memoria, viene ad essere manipolata dal cortocircuito dell’uso politico del passato.
Si cerca, a vent’anni dal crollo della prima Repubblica, di fondare una memoria condivisa sul dolore per le vittime in quanto tali. Critico verso questa vulgata è  “La Repubblica del dolore. Le memorie di un’Italia divisa”, un saggio di Giovanni De Luna (Feltrinelli, 2011), perché non è così che si fonda una religione civile, una memoria storica come bene comune.
De Luna, che dedica il suo libro alla memoria pubblica del Novecento, accenna nella prefazione come alla retorica dell’Italia liberale riproposta dal primo berlusconismo si affiancò ben presto la riscoperta «di quella cattolica, rurale e sanfedista esaltata nei libri della professoressa Angela Pellicciari, strenua sostenitrice di una tesi che guardava all’intero processo risorgimentale come una sorta di gigantesca impostura, con un’unità nazionale realizzata ai danni della maggioranza di una minoranza (esterofila, massonica, non italiana) inferiore al due per cento che avrebbe imposto il proprio modello con intenti persecutori nei confronti della parte sana e maggioritaria del paese.».

Non è un caso che sia stato il 1993 l’anno di nascita del Movimento neo-borbonico a Napoli, anche se esistono vari altri gruppi consimili. La rottura delle culture costitutive della prima Repubblica spinse molti a “inventare una tradizione” (concetto introdotto nel 1983 dallo storico Heric Hobsbawm), con il caso più consistente dell’immaginaria Padania, con i suoi riti e culti, ad opera della Lega Nord.
Il tentativo di inventarsi una tradizione e di costruire una contro-storia incorre spesso nel complottismo a sfondo paranoide.
Scambiare processi storici tellurici e di lunga durata, con masse e popoli in movimento, come effetto di oscure cospirazioni, è  funzionale solo a intendere il presente come antistoria. La credenza neo-borbonica, come una fede settaria, è divulgata in siti web, in piccole case editrici di nicchia, senza disdegnare pubblicazioni in Controcorrente Edizioni nel cui catalogo primeggiano autori come Julius Evola, Pino Rauti, Alain De Benoist, tutte icone della destra radicale.
I neo-borbonici hanno inventato persino un grottesco “Parlamento delle Due Sicilie” oltre alle investiture onorarie con gradi cavallereschi. Come dice in un’intervista lo storico Salvatore Lupo (autore di L’unificazione italiana nel Mezzogiorno, Rivoluzione, Guerra Civile, Donzelli 2011) le posizioni e le manifestazioni neoborboniche puntano a realizzare una sorta di “leghismo meridionale” e il loro “revisionismo spicciolo” non è opera di storici. Le invenzioni di cifre e circostanze (da Fenestrelle al numero dei morti in dodici anni per effetto delle repressioni dell’esercito), mai suffragate da ricerche e fonti serie, creano leggende riprese anche da cantautori come Eugenio Bennato e Teresa De Sio.

Antonio Gramsci

Arruolare Antonio Gramsci nel revisionismo sul Risorgimento è un’operazione ardita e ingannevole. Dagli scritti giovanili alle “Tesi di Lione” e poi ai “Quaderni deal carcere” Gramsci riflette sull’egemonia moderata del Risorgimento, sui caratteri della questione meridionale, sulla questione cattolica, sulla possibilità di un cambiamento sociale.
Per Gramsci la massoneria divenne giocoforza il “partito della borghesia” nell’unificazione, per poi passare armi e bagagli al Regime fascista che cercò di legittimarsi con il mito dell’Impero romano e con una versione ultranazionalista dello stesso Risorgimento.
Fu in parte la Liberazione dal nazifascismo a portare avanti l’incompiuto del Risorgimento e di alcuni dei suoi valori migliori.

Le riflessioni di Nello Rosselli, dello stesso Carlo Pisacane, di Piero Gobetti, del meridionalismo democratico e riformista, del federalismo di Carlo Cattaneo, rappresentano assieme al pensiero di Gramsci una pluralità di voci ancora oggi feconda sulla vicenda storica della costruzione nazionale e delle sue aporie.
Per finire un ultimo riferimento a “Né Stato né Nazione. Italiani senza meta” (Laterza, 2010) di Emilio Gentile, sui travagli della memoria e dell’identità nazionale nella crisi repubblicana e alla prova del tentativo sofferto e contraddittorio di una democrazia sovranazionale nell’Europa.

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