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Perché saliamo su una barca

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proposto da Patrizia Angelotti

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Patrizia Angelotti – amica di scrittura di lunga data – è un’insegnante elementare in pensione.
Ci dice che forse dal nonno paterno ha ereditato un vivo senso della giustizia e dalla nonna materna il rifiuto di giudicare chicchessia (“Chi vede il male, ce l’ha dentro” – le diceva), il che ha determinato o almeno contribuito a farle scegliere da che parte stare: con chi non ha voce, chi è deprivato dei diritti inalienabili di ogni essere umano.
Per questo, dopo anni di attività politico-culturale di base, oggi insegna italiano ai migranti, in particolare agli analfabeti o poco scolarizzati in lingua madre, perché come dice il prof. De Renzo: “Senza lingua non ci sono diritti esercitati”.
Ponza racconta è da sempre sensibile alla (flebile) voce dei diseredati; solo qualche mese fa Enzo Di Fazio scriveva sul sito “Il mare non ha confini” a proposito dell’ultima tragedia nelle acque intorno a Lampedusa (leggi qui).
Su questi temi e per quanto altro vorrà proporci, siamo onorati di ospitare Patrizia sul nostro sito e le diamo il benvenuto.
Sandro Russo & Redazione 

 

Migranti

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Perché saliamo su una barca
di Awas Ahmed (*)

A chi chiede: “Non era meglio rimanere a casa piuttosto che morire in mare?”, rispondo: “Non siamo stupidi, né pazzi. Siamo disperati e perseguitati. Restare vuol dire morte certa, partire vuol dire morte probabile.
Tu che sceglieresti? O meglio cosa sceglieresti per i tuoi figli?”.

Due giovani ieri sono stati uccisi a Mogadiscio perché si stavano baciando sotto un albero. Avevano 20 anni. Non festeggeranno altri compleanni. Non si baceranno più.

A chi domanda: “Cosa speravate di trovare in Europa? Non c’è lavoro per noi figurarsi per gli altri”, rispondo “Cerchiamo salvezza, futuro, cerchiamo di sopravvivere. Non abbiamo colpe se siamo nati dalla parte sbagliata – e soprattutto voi non avete alcun merito di essere nati dalla parte giusta”.
Mio cognato scappava con me.
Prima del mare c’è il deserto che ne ammazza tanti quanti il mare.
Ma quei cadaveri non commuovono perché non si vedono in TV.
Perché non c’è un giornalista che chiede ripetutamente quante donne e bambini sono morti, quante erano incinte.
Perché qui in occidente a volte sembra che l’orrore non basti, c’è bisogno di pathos. Mio cognato è morto nel deserto. Per la fame. Dopo 24 giorni in cui nessuno ci ha dato da mangiare.
A casa c’è una moglie che non si rassegna e aspetta una telefonata che io so che non arriverà mai. A casa c’è quel che resta di un sogno, di un progetto, di una vita. Un biglietto per due i trafficanti se lo fanno pagare caro e loro i soldi non li avevano.
Se fosse restato li avrebbero ammazzati tutti e due. Il suo ultimo regalo per lei è stata la vita. Lui è scappato e lei non era più utile, l’hanno lasciata vivere.

Desert

A chi chiede: “Come si possono evitare altre morti nel Mediterraneo?”, rispondo: “Venite a vedere come viviamo, dove abitiamo, guardate le nostre scuole, informatevi dai nostri giornali, camminate per le nostre strade, ascoltate i nostri politici.
Prima dell’ennesima legge, dell’ennesima direttiva, dell’ennesima misura straordinaria, impegnatevi a conoscerci, a trovare le risposte nel luogo da cui si scappa e non in quello in cui si cerca di arrivare.

Cambiate prospettiva, mettetevi nei nostri panni e provate a vivere una nostra giornata.
Capirete che i criminali che ci fanno salire sul gommone, il deserto, il mare, l’odio e l’indifferenza che molti di noi incontrano qui, non sono il male peggiore”.

(*) Rifugiato somalo in Italia

[Testimonianza raccolta da Centro Astalli  (PP. Gesuiti)/2014]

Mamma e bambino

 

 

 

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