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Euro sì, euro no (1)

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di Vincenzo Di Fazio (Enzo)

euro si euro no il dilemma

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E’ un po’ di tempo che, andando la mattina al mercato per comprare della frutta o della verdura, sento la gente lamentarsi che non ce la fa più, che la vita è diventata impossibile e che è tutta colpa dell’euro. Per la verità è stato sempre un po’ così ma ho notato, in questi ultimi tempi, più frequenti maldicenze sull’euro, proprio in concomitanza con l’evoluzione di alcuni movimenti politici che dagli umori del popolo traggono spunto e forza per predicare solo sfascio o improbabili formule di cambiamento.

I mercati, si sa, amplificano le notizie in quanto un commento tira l’altro così come una lamentela ne rafforza un’altra.
Al mercato si prende coraggio perché si è in tanti a parlare ed è come se si fosse in piazza.
Guai a sottovalutarne la portata e le opinioni che ne derivano visto che possono essere facile preda di strumentalizzazioni.

A volte provo “a farmi strada” tra tante imprecazioni ponendo qualche domanda al fruttivendolo di turno o alla vecchietta che stenta ad arrivare a fine mese con la sua scarna pensione o alla moglie dell’operaio in cassa integrazione del tipo “siete veramente convinti che se l’economia va male è solo colpa dell’euro? ”, “non avete mai pensato che forse le responsabilità sono anche altrove?”, “vi siete mai chiesti quali conseguenze potrebbe comportare il ritorno alla lira?”

Le risposte ovviamente sono molto vaghe, giustificate piuttosto dalla situazione personale contingente e slegate dal contesto paese.
E soprattutto nessuno sa ed immagina quali potrebbero essere le conseguenze di un’uscita dall’euro.

Spostando poi, l’attenzione alle cose che dicono i giornali, notiamo, parimenti, che anche la carta stampata, in questi ultimi tempi, con interventi di giornalisti, economisti e saggisti dedica particolare spazio alle vicende dell’euro.

Su questo sito già un autorevole collaboratore, come il prof. Vincenzo Pagano – per i suoi scritti cerca nell’indice per Autore, in Frontespizio – , ha parlato di euro anche se con dichiarazioni alquanto critiche nei confronti dello stesso.

Sollecitato dall’amico Sandro Russo che pensa che questa sia materia che interessa anche i nostri lettori provo ora a dire anche io qualcosa ma a favore dell’euro: ovviamente non da studioso (quale non sono) ma da persona che cerca di informarsi e di chiarirsi le idee, persona che crede in una Europa unita, nella cooperazione tra gli uomini, nella solidarietà, nell’abbattimento delle barriere, nello scambio culturale tra i popoli, nel libero mercato,  nella libertà di circolazione degli individui…

C’è molta confusione in giro anche perché mentre i politici-governanti si prodigano a diramare notizie incoraggianti (del tipo “la recessione è finita” “la ripresa è dietro l’angolo”, “nel 2014 comincia la crescita”) da altre fonti, gli studi del Censis, quelli dei sindacati, dai dati dell’Istat, etc apprendiamo che nel paese cresce la sfiducia nelle istituzioni, che abbiamo un livello di disoccupazione che va oltre il 12% e che quello della disoccupazione giovanile sfiora il 42%.
C’è così qualcuno che afferma che il paese è ad un passo dal baratro con possibili difficoltà nei pagamenti degli stipendi, con un improvviso ritiro dei sottoscrittori internazionali dalle aste del debito pubblico cose che condurrebbero all’accentuarsi delle incertezze politiche con conseguenti possibilità di disordini sociali.

 

Tutta colpa delle rigidità che ci impone Bruxelles, per cui forse è meglio uscire dall’euro, tornare alla lira e riappropriarci della sovranità nazionale.

il crollo dell'euro

Ma è veramente possibile, prima che auspicabile, un ritorno alla lira?
Cosa prevedono i trattati internazionali?

Il Trattato di Maastricht o «Trattato sull’ Unione Europea» firmato nel 1992 ed entrato in vigore nel 1993 prevede l’obbligo di adottare l’euro per tutti i Paesi che abbiano raggiunto i requisiti stabiliti dai criteri di convergenza secondo il Trattato di Roma del ’57 ma non prevede che lo si possa abbandonare (1).
Paradossalmente esiste invece la possibilità di uscire dall’ Unione Europea, formalizzata dal Trattato di Lisbona firmato nel 2007 ed entrato in vigore nel 2009 che ha modificato i dispositivi di funzionamento comunitari rimpiazzando il più ambizioso progetto di una Costituzione europea.
Il testo non si addentra nelle modalità di una procedura finora mai tentata, limitandosi a indicare criteri generali come l’obbligo di tenere negoziati e la necessità che sia il Paese interessato a chiedere di uscire, nessuno può essere espulso.

Quindi, come affermano, peraltro, anche molti studiosi, per uscire dall’euro è necessario modificare i trattati.
Alcuni movimenti politici vorrebbero addirittura proporlo attraverso un referendum.
Ma non tutti sanno che la modifica dei trattati internazionali non è materia referendaria. L’art. 75 della nostra Costituzione lo impedisce come impedisce di indire referendum anche per le leggi tributarie e di bilancio (…ve lo immaginate cosa accadrebbe se fosse possibile un referendum sull’abolizione delle tasse? …Un plebiscito di “sì”!)
Quindi un referendum sulla modifica dei trattati internazionali non è possibile a meno di una modifica costituzionale.

Ma ammettendo che sia possibile uscire dall’euro, quali conseguenze ne deriverebbero per lo Stato, le imprese e le famiglie?

Su Repubblica del 22 dicembre scorso Mario Pirani, in un articolo dal titolo “Chi spara sull’euro” prendendo spunto da un noto saggio di Barry Eichengreen (professore di Economia e Scienza politica all’Università di Berkeley in California) nel quale è detto minuziosamente perché l’adesione all’euro sia irreversibile, scrive:
“Abbandonare l’euro imporrebbe lunghi preparativi che, tenuto conto, della prevista svalutazione, innescherebbero la madre di tutte le crisi finanziarie. Le aziende e le famiglie sposterebbero i depositi in altre banche della zona euro provocando una corsa agli sportelli di dimensioni enormi. Gli investitori nel tentativo di andarsene creerebbero una crisi del mercato dei titoli (e noi sappiamo di quale e quanta fiducia abbiamo bisogno per sostenere il terzo debito pubblico più grande al mondo pari a circa 2100 miliardi di euro).

“Un altro motivo di dissuasione dall’uscita è legato ai costi economici, all’aggiornamento o al cambio di tutti gli strumenti elettronici e contabili e, in rapida successione, ad una immediata svalutazione della nuova moneta con conseguente rivendicazione sindacale di massa e il cambio di valore di salari e stipendi. Infine i tassi di interesse del Paese uscente verrebbero immediatamente super valutati” con ulteriore appesantimento del debito pubblico.

C’è chi, allora, osserva: “Ma una forte svalutazione della nuova lira non renderebbe più competitivo il nostro sistema industriale consentendoci, attraverso un incremento delle esportazioni, di avviare una rapida ripresa?”

Potrebbe anche accadere ma non è detto, visto che abbandonando l’euro si abbandonano anche tutti i trattati che, attraverso il Mercato Unico, regolano la libera circolazione di merci, capitali e persone.
Come non è da escludere l’introduzione da parte degli altri paesi di misure protezionistiche, tipo tariffe e dazi doganali, alle merci del paese uscito dall’euro per compensare i prezzi più bassi dovuti alla svalutazione.
Un’altra conseguenza non di poco conto sarebbe l’aumento del costo, per effetto dell’aumento dell’inflazione, delle materie prime di cui non disponiamo e che siamo costretti ad importare, primi fra tutti i prodotti energetici di cui l’Italia dipende dall’estero per oltre l’80%.

E credo che non sia opportuno nemmeno per i paesi forti , come la Germania, uscire dall’euro. Per quei paesi si verificherebbe l’effetto contrario: alla rivalutazione della moneta nazionale corrisponderebbe una perdita di competitività.

Detto ciò non significa che l’introduzione dell’euro non abbia creato problemi e che la situazione attuale per l’Europa non presenti delle criticità.

[Euro sì, euro no . (1). Continua]

Nota (1) – Esistono due eccezioni e un’anomalia: le prime sono Gran Bretagna (ha ottenuto nell’ ambito dei negoziati su Maastricht l’opt-out che le consente di essere membro della Ue mantenendo la sterlina) e la Danimarca (con l’opt-in può decidere di entrare nell’ eurozona previo referendum, al momento non c’ è alcun voto fissato).
Anomalo il caso della Svezia, che pur rispettando i criteri di convergenza e non avendo negoziato clausole ha scelto la via referendaria: nel 2003 hanno vinto i «no», la corona resta moneta nazionale e la situazione congelata, sotto osservazione degli esperti di diritto (da archivio Corriere della Sera
)

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