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Commento a “L’esperimento di Ponza e Ventotene nella riforma socio-amministrativa dei Borbone (1)”, di Sandro Romano

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di Rosanna Conte
Veduta del Golfo di Gaeta del 1790

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Per l’articolo di riferimento, di Sandro Romano, leggi qui

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Caro Silverio, ti devo dare atto che sei un vero maestro. Anch’io ho letto con qualche perplessità il ragionamento di Sandro e devo dire che mi sono persa nel coacervo di riferimenti storici che delineavano il quadro generale.
Pensavo di commentarlo alla fine, ma, sarà che sono più lenta di te a fare la sintesi (c’è anche che sono un po’ più impegnata di te in questo periodo festivo), sono rimasta ancora all’analisi del primo pezzo. Così comincio ad inviare una prima tranche di osservazioni che, penso, si sposino bene con quanto tu hai scritto e che ritengo vadano fatte per correttezza storica.
Rosanna

Porto e Golfo di Napoli col Vesuvio 1771

Jacob Philipp Hackert – Porto e Golfo di Napoli col Vesuvio 1771

Le  idee illuministiche del ‘700 si diffondono nei salotti aristocratici e fra i borghesi, non erano certamente discusse dai “movimenti popolari più radicali”. Il popolo, allora, non sapeva né leggere né scrivere e, sottomesso alla religiosità retriva della chiesa, non avrebbe mai pensato di abbattere la monarchia perché non conosceva altra modalità di governo, anzi il re rappresentava spesso un baluardo di difesa contro i signori che lo vessavano. Figurarsi il superamento del liberalismo che nasce nella seconda metà del ‘700 ed è appannaggio della borghesia che vuole scalzare, questa sì consapevolmente, l’assolutismo regio.

Nel ‘700 non c’erano “poteri totalitari” che sono propri del ‘900. Allora c’erano le monarchie assolute che governavano stati con caratteristiche ancora feudali.
Gli interventi dei sovrani assoluti miravano a rafforzare il potere statale, dal punto di vista anzitutto militare e finanziario, attraverso organismi che dipendevano direttamente dal re e che si sovrapponevanoi o facevano scomparire quelli precedenti di origine feudale.
Nasceva così la burocrazia, mentre la vecchia aristocrazia feudale perdeva man mano il suo potere politico e si trasformava in nobiltà di casta. Era, pertanto, un processo di accentramento di potere nelle mani del sovrano.

I totalitarismi, invece, sono regimi (come il nazismo, il fascismo, lo stalinismo sovietico, ecc…) che mirano a controllare la società in tutti i suoi ambiti, imponendo un’ideologia comune. Essi prevedono un unico partito che controlla lo stato e la mente dei cittadini in modo da cambiare radicalmente il modo di vivere  della società.

 

Carlo III, quando arrivò a Napoli, non si trovò a fronteggiare “movimenti popolari”, ma dovette affrontare la decadenza economica del regno ed usò le strategie che erano comuni ai suoi contemporanei: far entrare metalli preziosi e denaro nelle casse del regno favorendo l’esportazione di prodotti di lusso (teoria mercantilistica), impiantare le fabbriche reali come quella di S. Leucio (seta), di Capodimonte (ceramica), di arazzi e pietre dure, firmare  trattati commerciali con le potenze europee, fortificare le coste per tenere lontani i pirati barbareschi.
Il tutto avveniva sotto l’ombrello del protezionismo.
Il re non aveva alcun dilemma perché non conosceva il liberalismo, ma voleva combattere il feudalesimo e, oltre ad avviare provvedimenti in campo giuridico che fallirono perché trovarono molti ostacoli, fa avviare al Tanucci la riforma del catasto che è uno strumento fondamentale per uno stato moderno.

È questa la vera rivoluzione del regno di Napoli. La registrazione delle proprietà, infatti, consentiva di riscuotere le tasse con regolarità senza dover ricorrere ai prestiti bancari come era sempre successo in precedenza, dando certezze alle casse dello stato.

Quindi Carlo III procede secondo le modalità dei sovrani assoluti che prevedevano il paternalismo illuminato, che non affondava le sue radici nel cattolicesimo sociale che era ancora di là da venire  (ci vorrà più di un secolo ancora).
Egli non avvia un sistema inedito, ma vuole comunque costruire uno stato moderno.

L’intervento compiuto sulle isole Ponziane non è una modalità di realizzazione di un’utopia. Le isole erano possesso personale del sovrano e su di esse Carlo III era liberissimo di fare quello che voleva. La sua decisione di inviare i coloni ischitani come premio per aver festeggiato il compleanno della madre nulla toglie all’aspetto economico dell’iniziativa.
I terreni vengono dati per essere migliorati e, dopo tre anni di franchigia, se c’è stata migliorìa, il rapporto diventa di colonìa.

Carlo III, come qualsiasi proprietario oculato (e questo, bisogna dargli atto, era un caso raro nel regno di Napoli), mette a frutto un suo possedimento.

Teniamo presente che le isole, essendo feudo del sovrano, sono gestite dall’Intendenza dei regi allodiali e dipendono dalla Segreteria della Casa-Reale.
Tutto quanto avviene in esse è per libera volontà del sovrano e il Castellano incassa, per conto del re, le tasse sui diritti del porto poste su tutti i tipi di barche, le decime sulla pesca dei coralli e la quinterìa su tutto il pescato.
Ma erano previsti anche i privilegi – come era consuetudine nei rapporti feudali – ed essi andavano rispettati, per cui i coloni non pagavano tante altre tasse, avevano una giurisdizione propria con un giudice locale, erano esenti da servitù personali e così via, come accadeva anche negli altri feudi farnesiani dal 1539.

La concessione in ‘enfiteusi’ ai contadini nullatenenti delle terre da portare a migliorìa fu un esperimento molto limitato.
Nelle nostre isole, che godevano di assenza di ingerenze dei signori del tempo, diede un possesso stabile nel tempo, ma in Sicilia, in particolare, là dove, dopo l’espulsione dei gesuiti, si posero in vendita i loro beni non fu così.
Inizialmente andò molto male, perché furono dati ai nullatenenti le terre peggiori e nessun aiuto per avviare  e sostenere i lavori.
Successivamente, dopo pochi anni, constatato il fallimento, il Tanucci rivide la legislazione in merito alla ripartizione dei beni demaniali e diede ai nullatenenti le terre già migliorate.
Comunque le terre e le persone coinvolte erano molto limitate: non furono coinvolti “tutti i contadini nullatenenti” e “l’esperimento” non turbò più di tanto la nuova borghesia agraria e la nobiltà terriera.

L’eversione della feudalità, con la fine dei beni feudali, avverrà nel decennio 1806-1815 con Giuseppe Buonaparte e Gioacchino Murat, quindi la nobiltà meridionale non poteva avercela con i Borboni per una cosa che non avevano fatto, ma solo desiderato.

Il Regno di Napoli
Il regno di Napoli

Il regno delle Due Sicilie

Il regno delle Due Sicilie (1)

Stemma del regno delle Due Sicilie

Lo stemma del Regno delle Due Sicilie

 

(1) – Il Regno delle Due Sicilie fu uno Stato sovrano dell’Europa meridionale esistito tra il 1816 ed il 1861. Il regno venne istituito dal re Ferdinando di Borbone allorché, dopo il Congresso di Vienna e il Trattato di Casalanza, soppresse il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia e la relativa costituzione che li teneva separati [notizie da Wikipedia]

 

Immagine di copertina – Paesaggi del Regno di Napoli dipinti tra il 1771 e il 1791 da Jacob Philipp Hackert (1737 – 1807). Il golfo di Gaeta (1790)

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2 commenti per Commento a “L’esperimento di Ponza e Ventotene nella riforma socio-amministrativa dei Borbone (1)”, di Sandro Romano

  • Rita Bosso

    Io mi ci perdo sempre, nei riferimenti storici… perció, dopo aver apprezzato i contributi di Rosanna Conte, Sandro Romano e Silverio Lamonica su un tema tanto interessante, andró a rileggere il romanzo “Il resto di niente” – tra l’altro l’autore aveva qualche legame con Ponza -: rapporti tra monarchia e nobiltá, ruolo degli intellettuali e del popolo, assenza di borghesia: nulla poteva esser detto meglio che in questo splendido romanzo.
    Buon 2014 e buone letture a tutti noi.

  • arturogallia

    Carlo avvia il popolamento e la costruzione dei nuclei abitativi nelle isole non solo per metterle a frutto (legna e pesce li poteva ottenere anche altrove), ma anche per poter controllare efficacemente questi territori e impedire che cadessero in mani nemiche. Dagli anni ’90 del Seicento fino al 1731 le isole passano sotto il controllo degli austriaci, dei francesi, degli spagnoli prima che una serie di accordi ne sanciscano la proprietà personale di Carlo in quanto ultimo erede della casa Farnese.
    Il primo popolamento è del 30 maggio 1734, ovvero solo 20 giorni dopo il suo insediamento a Napoli, prima della sua incoronazione. Perché questa fretta? Proprio per rendere saldo il controllo delle isole. Una volta “messa la bandiera” un po’ se ne dimentica, e bisogna aspettare gli anni ’60 del Settecento: il Ministro Bernardo Tanucci (il vero uomo politico alle spalle di Carlo, prima, e di Ferdinando, poi) pensa a un nuovo popolamento, ma questa volta pianificato. Ma per pianificare serve conoscere il territorio. Ecco allora che invia una spedizione di ricognizione, che non solo riporti una descrizione accurata del territorio insulare, ma che censisca i fuochi (le famiglie) e la distribuzione dei terreni e il loro stato (“campesi”, “vitati” o “a bosco”). L’agrimensore Agostino Grasso al termine della spedizione produce una relazione (17 dicembre 1766) a cui sono allegati due prodotti cartografici: una carta dell’Isola di Ponza, di cui è conservata anche la bozza; un volume che raccoglie 24 tavole “proto-catastali” dei terreni coltivati. Queste carte le ha pubblicate già il buon Vincenzo Bonifacio nel suo volume (2010) e si trovano alle pp. 82-89.
    In seguito alla relazione sullo stato dell’isola, viene redatto il progetto del nuovo porto (Winspeare, 1768) intorno al quale sorse poi il nucleo principale di Ponza. Pochi anni dopo, per controllare anche il versante settentrionale si decide di fondare il nucleo di Le Forna (1772).
    Più che la visione illuminata del Re (o del suo ministro), è evidente quanta fosse la preoccupazione per il controllo dell’isola. Il primo tentativo, con l’insediamento imposto ma spontaneo e non assistito, non diede i frutti sperati e fu necessario provvedere a forme di interesse del governo centrale più intense e impegnate (anche economicamente). Di fatto, questo sistema permise a Napoli di mantenere sempre il controllo dell’isola (eccezion fatta per l’esperienza francese del 1799-1815, ma questa è un’altra e più ampia storia…).

    A tal proposito ho scritto qualcosina qui:
    http://www.academia.edu/5150840/Gli_usi_del_suolo_nellisola_di_Ponza_attraverso_la_lettura_diacronica_della_cartografica_storica_secoli_XVI-XIX_

    http://www.academia.edu/1856508/Il_porto_come_elemento_di_trasformazione_e_di_continuita_nel_paesaggio_costiero_dellisola_di_Ponza

    http://www.academia.edu/3671190/_POSTER_Insediamento_urbano_e_trasformazione_del_territorio_nellisola_di_Ponza_XVIII_secolo_

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