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L’esperimento di Ponza e Ventotene nella riforma socio-amministrativa dei Borbone (1)

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di Alessandro Romano

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Premessa.
Gli storici e gli appassionati della storia ponzese di solito hanno trattato le origini delle comunità isolane che nel ’700 ripopolarono l’Arcipelago Ponziano, trascurando il contesto internazionale e le ragioni politiche, economiche e sociali che indussero i Borbone ad affrontare un’impresa costosa, difficile e rischiosa.
Una carenza che non ha fatto rilevare lo spirito di avventura, le convinzioni, le speranze e le paure che animarono i pionieri borbonici, i primi ponzesi.
Ed allora è mio intento dare qualche spunto al riguardo, senza alcuna pretesa di esaurire in poche righe un argomento così importante e complesso.

Ponza precoloniale

Ponza precoloniale (ai primi del ’700)


La rifondazione del Regno di Napoli.
Dopo quasi mille anni di abbandono, i coloni borbonici arrivarono a Ponza quando in Europa si era agli albori della prima rivoluzione industriale.
L’Inghilterra cominciava a dominare la scena economica internazionale, seguita a breve distanza dagli altri stati europei.
La lenta ed inesorabile transazione dall’ancien regime al nuovo sistema liberal-borghese era iniziata e dilagava progressivamente nelle società del tempo, scuotendo dalla base le strutture statali del vecchio continente oramai obsolete ed incancrenite dai privilegi e dagli assolutismi.

Il nuovo Regno di Napoli, appena liberato dal soffocante dominio austriaco per opera del giovane e coraggioso Carlo di Borbone, era poverissimo e privo di ogni qualsivoglia possibilità di sbocco economico in un panorama commerciale internazionale occupato dalle grandi potenze.

Elisabetta Farnese

Elisabetta Farnese

Carlo di Borbone

Carlo di Borbone

In questo contesto prendevano forma le prime idee illuministe che venivano abbracciate soprattutto dai movimenti popolari più radicali. Questi, forti del nuovo pensiero riformatore, avevano tra i loro principali obiettivi non solo l’abbattimento delle antiche monarchie e dei poteri totalitari, ma anche il superamento di quel nascente liberalismo che, sottraendo agli aristocratici il potere, stava di fatto consegnando le sorti della società e dell’economia ad una nuova classe emergente: la borghesia capitalista.
Il giovane re di Napoli per salvare il suo trono non aveva scelte: o adeguarsi al dilagante liberalismo borghese, accodandosi alle gradi potenze anche sul come fronteggiare con strumentali riforme liberali le spinte democratiche popolari (rivoluzionarie), oppure riproporre il vecchio sistema feudale, rifondando un rigido regime assolutista.
La fortuna di Carlo di Borbone fu quella di avere nel Governo, composto da “tecnici stipendiati removibili”, un illuminista di eccezionali capacità e preparazione: Bernardo Tanucci. Fu questi il vero ideatore di una terza via: il “paternalismo illuminato”.

Bernardo Tanucci
Bernardo Tanucci

Ferdinando IV di Borbone

Ferdinando IV di Borbone

Questo inedito sistema politico-amministrativo che poneva il re quale garante di uno Stato comunque assolutista e che non prevedeva interclassi economiche e ceti politici intermedi tra il Governo ed il popolo, traeva linfa ideologica dalle famose ed avversate teorie del cattolicesimo sociale, tracciate secoli prima dal filosofo inglese Thomas More.
Ma soprattutto agli occhi dei politici del tempo, quell’ipotesi di Stato sociale appariva più che altro come una “inopportuna ed illiberale provocazione”, assolutamente improponibile ed irrealizzabile. Non a caso “la società dell’utopia”, descritta da More nei suoi trattati, diventò il sinonimo di immaginario, di impossibile, appunto, di utopia (“possibile in nessun posto”).
Ma i Borbone vollero crederci, anche perchè non avevano altra scelta, ed abbracciarono totalmente l’idea di rendere concreto, per quanto fosse stato possibile, ciò che era stato solo teorizzato da More.

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Thomas More ritratto di Hans Holbein il Giovane (1527)

Isola di Utopia. T. Moro

Antica illustrazione de L'”isola di Utopia”, di Thomas More [sulle isole dell'”Utopia” leggi sul sito: qui e qui]

Il fulcro di quella “fantastica teoria dell’impossibile” (ora diremmo “l’isola che non c’è”) era l’applicazione sociale (non religiosa) del Vangelo: non una teocrazia in senso stretto, ma una monarchia che traeva la sua fonte del Diritto dalla Legge di Dio, “la Legge perfetta, quel Nuovo Testamento dal quale, come per una costituzione, far discendere tutte le leggi dello Stato.

La riforma amministrativa.
Il disegno politico, economico e sociale che si stava delineando a Napoli aveva tutte le caratteristiche di una vera e propria rivoluzione amministrativa e demaniale, soprattutto se confrontato con quanto, nel frattempo, stava accadendo fuori dal regno. Infatti, mentre nel resto dell’Europa i grandi feudi stavano transitando gradualmente, con immensi passaggi di proprietà, dallo Stato (feudatari) ai capitalisti agrari (latifondisti) che, subentrando all’aristocrazia, stavano generando una nuova classe sociale, il proletariato agrario, nel Regno di Napoli i beni restarono pubblici per essere frazionati ed assegnati ai contadini nullatenenti in enfiteusi, cioè in uso e non in proprietà.

I coloni, che non potevano mai lasciare incolta la terra, pena la riassegnazione ad altri dei beni, pagavano ai comuni, alla fine di ogni “anno agricolo”, in prodotti o in denaro, la decima parte del ricavato, quale unica tassa che gravava sui conduttori agricoli (possessori di terre pubbliche).
Il sottrarre le terre demaniali ai baroni, tramutando i contadini, gli antichi servi della gleba, in feudatari di se stessi (conduttori), fu una vera e propria rivoluzione calata dall’alto, una radicale riforma agricola che ottenne due effetti immediati:
– il primo, l’assegnazione delle terre demaniali a tutti i contadini nullatenenti che da esse traevano una “sussistenza diretta” (per sé e la famiglia) ed “un’economia dell’essenziale” (non si producevano eccedenze);
– il secondo, una forte ostilità antiborbonica da parte della nobiltà italica (spossessata) e della borghesia agraria (paralizzata).
Questo secondo effetto, più collaterale che di mera strategia politica, determinò, poi, la cospirazione massonica (carboneria) e filosabauda (piemontese) che culminò con la caduta dei Borbone nel 1860.

E’ in questo delicato contesto storico che si inserisce la colonizzazione borbonica delle Isole Ponziane.

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Note
(1) – Thomas More, italianizzato in Tommaso Moro (Londra 1478 -1535), fu un umanista, scrittore e politico cattolico inglese; è venerato come santo dalla Chiesa cattolica, canonizzato come martire da Pio XI nel 1935. Tommaso Moro coniò il termine “utopia”, con cui battezzò un’immaginaria isola dotata di una società ideale, di cui descrisse il sistema politico nella sua opera più famosa, L’Utopia, pubblicata nel 1516.

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[L’esperimento di Ponza e Ventotene nella riforma socio-amministrativa dei Borbone (1). Continua]

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