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Fari e ricordi (8) – Quando mi rifugiavo nella torre del faro

di Vincenzo (Enzo) Di Fazio

 il fabbricato del faro con la torre [1]

La torre di un faro e la sua lanterna rappresentano, da sempre, le parti più affascinanti di queste sentinelle del mare.
Sono anche le più misteriose poiché, quantunque si abbia la fortuna di visitare un faro, non sempre si ha la possibilità di arrivare fino alla sua vetta.
Lì c’è il cuore del faro e la delicata strumentazione che lo fa funzionare, lì c’è il grande occhio luminoso che veglia sui naviganti, da lì partono i lunghi fasci di luce che accarezzano il mare.
I guardiani sono gelosi di quell’anima perché è un po’ l’anima loro conoscendone la struttura, i particolari, le fragilità.
Quando ero al faro ed arrivavano dei turisti per farvi visita ricordo che mio padre me li affidava per portarli in giro a mostrar loro i locali, a dire della storia di quel gigante, a raccontare di come funzionasse. Ma mi raccomandava anche, nel caso mi avessero chiesto di salire sulla lanterna, di consentirlo solo a condizione che avessero mostrato rispetto per il luogo in cui si trovavano e si fossero tolte le scarpe prima di salire per la scala a chiocciola.

Si, proprio così: togliersi le scarpe.
D’altronde era quello che facevano anche i nostri padri fanalisti e noi appresso a loro.

Il primo scalino, quello più grande, posto all’ingresso della torre era di marmo ma tutti gli altri che formavano la spirale erano di cemento, abbelliti da uno spesso strato di pittura grigia.
Se ci si passava con le scarpe o con le “ciabatte” potevano rimanervi le impronte delle stesse con i riporti di calce che spesso i fanalisti utilizzavano per imbiancare il piazzale del faro.

I primi tempi quando percorrevo quegli scalini sentivo il cuore arrancare, lo sentivo pulsare forte fino a percepirne i battiti in gola. Non tanto per la fatica quanto per l’emozione che mi prendeva per quello che mi apprestavo a vedere.

Prima di arrivare alla lanterna si passava per una saletta circolare che un po’ intimidiva per le attenzioni che i fanalisti le dedicavano.

la saletta circolare [2]

Al centro, protetta tra quattro colonne, c’era la teca con la strumentazione tutta di ottone costituita da cilindri dentellati tenuti tra loro in una maniera così armonica da ricordare la cassa di un orologio ed il meccanismo di un carillon. La teca aveva una porticina per consentire l’ispezione e la pulizia. Sotto le colonne, in corrispondenza con il pavimento della saletta c’era un foro circolare del diametro di circa mezzo metro. Vi passava una corda di acciaio flessibile spessa un centimetro che, avvolta attorno al tamburo-motore contenuto nella teca, faceva ruotare le lenti man mano che andava a srotolarsi nella torre sottostante grazie al peso del disco di ghisa, largo quasi quanto il foro, posto alla sua estremità. I fanalisti a turno, durante la notte, utilizzando una manovella che veniva infilata dall’esterno della teca nell’asse del tamburo-motore, dovevano darvi la “carica” ogni 3 ore per assicurare che il peso non toccasse mai il fondo della torre, scongiurando così l’arresto della rotazione delle lenti.

Ero affascinato da quel cuore meccanico che vedevo incredibilmente piccolo rispetto alla grandezza di tutto il resto ed alla mole della piattaforma sovrastante ove era collocato l’apparato delle ottiche.
Piccolo ma capace di assicurare il regolare funzionamento di quel gigante, come d’altronde fa un cuore nell’organismo di ogni essere vivente .
Seduto su uno scanno che era lì nella saletta mi fermavo a volte ad osservare, quando il faro era acceso, i movimenti degli ingranaggi di ottone dentellati del congegno ad orologeria, sempre lucidi come nuovi. Per percepirne il delicato rumore bisognava stare in silenzio e distogliere lo sguardo e la mente dai cuscinetti a sfera che, collocati sotto la piattaforma, muovendosi, producevano, invece, un tintinnio molto più presente.

Quella saletta aveva le pareti abbellite da pannelli di legno con appesi in punti diversi un barometro, un termometro a muro ed una piccola mensola con due robuste lanterne, il che la faceva somigliare alla cabina del comandante di una nave.
La luce fioca di una lampadina a piccolo voltaggio rendeva l’ambiente ancora più caldo e misterioso.
Una piccola porta di legno larga poco più di mezzo metro consentiva l’accesso al ballatoio poligonale dove, appena usciti, si veniva accarezzati dall’aria fresca che saliva dal mare ed avvolti, secondo le stagioni e la direzione dei venti, dalle essenze del finocchio marino di cui la montagna vicina era piena.

C’era poi una scala di ferro che ti portava alla gabbia della lanterna, grande quanto la saletta sottostante ma apparentemente molto più ampia per via degli enormi vetri che, in un avvolgente abbraccio, ne costituivano le pareti. Al centro di questo ambiente c’era la piattaforma rotante con l’apparato delle ottiche e la gigantesca lampadina che mio padre, ancor prima che la vedessi, mi aveva descritto essere tanto grande da non poterla contenere in un abbraccio.

l'apparato delle ottiche [3]

Tutt’intorno un calpestio di ferro che ti consentiva spaziare lo sguardo dai faraglioni del Calzone Muto alla punta Capobianco, dalla montagna della Scarrupata alla sagoma di Palmarola passando per l’orizzonte infinito che incontravi in direzione di mezzogiorno.

dalla gabbia di vetro la vista sui faraglioni del Calzone Muto [4]

 

vista dell'orizzonte in direzione di mezzogiorno [5]

 

dalla gabbia di vetro la vista sulla punta del fieno e su Palmarola [6]

Stare lassù era come stare sulla plancia di una nave; girandoti intorno avevi la percezione immediata di come stesse cambiando il tempo; così le increspature sempre più evidenti dal lato di Palmarola erano il preludio ad un ponente fresco, come l’addensamento minaccioso di nuvole dal lato di Zannone rappresentavano l’annuncio di una tempesta di levante.

Levante e ponente, ponente e levante: questi i venti che ho imparato a conoscere per primi proprio stando al faro.
Dai vetri della lanterna li seguivo nel loro nascere e nel loro evolversi; quando imperversava il ponente rimanevo affascinato dal fragore delle onde che si infrangevano contro il costone di roccia dal lato del fieno; nell’impatto creavano un enorme cordone di albume montato da cui le correnti strappavano brandelli di spuma che la mia fantasia di bambino traduceva in improbabili forme di draghi e di serpenti.

il faro visto da monte Guardia - la schiuma del mare di ponente [7]

Ed era bello, dopo essersi fatto ammaliare dall’incedere dei cavalloni, volgere lo sguardo verso la pacificazione del lato di levante dove le acque piatte si increspavano appena, sotto l’azione delle “refole” di vento, solo verso l’estrema punta del faraglione là dove la roccia arpiona il mare.

il faraglione che arpiona il mare [8]

Durante le burrasche, di giorno, mi piaceva osservare la tempesta da vicino per cui correvo su in cima nella grande gabbia di vetro e lo facevo nonostante, salendo per la scala a chiocciola, avvertissi la paura dilatarsi. Sentivo il vento ululare attraverso le feritoie, lo sentivo spingere al portone d’ingresso, sentivo la pioggia schiaffeggiare i vetri delle finestre quasi a volerne saggiare la resistenza, sentivo i filari di ghisa dei parafulmini bacchettare i cornicioni del terrazzo ma mi fidavo della forza e della protezione del faro.
Essere lassù era come stare sospesi tra cielo e mare che diventavano un tutt’uno quando vento e pioggia si accomunavano nella furia. La sensazione di isolamento e di sospensione si accentuava quando ti accorgevi che i faraglioni del Calzone muto da una parte e la Punta del fieno dall’altra sparivano perché avvolti in una densa nube fumosa.

Rimanevo ore seduto sul calpestio di ferro ad ammirare i giochi della pioggia tagliente contro le vetrate e le rincorse dei cavalloni fino all’infrangersi sui macigni della Scarrupata dove alzavano enormi colonne di schiuma.

mareggiata [9]

Per me era una sfida stare lassù; grazie alla fiducia che traevo dalla protezione del faro potevo godermi, vincendo la paura, uno spettacolo straordinario della natura.

 

Ma era bello andare lassù anche nelle notti estive quando il cielo stellato sembrava un grande luna-park illuminato e potevo mettere in pratica i primi insegnamenti di mio padre nell’individuare la stella polare e l’orsa minore, l’orsa maggiore e la luminosa Sirio.

costellazione con l'orsa maggiore [10]

 

O per ammirare il volo e le acrobazie dei gabbiani nelle giornate di vento fresco.

gabbiano controvento [11]

Vi andavo spesso anche quando, di notte d’estate, sentivo avvicinarsi i lamenti delle berte , che volgarmente chiamavamo “parlanti” per quello strano modo di vociare tanto simile al grugnito di un maiale o al pianto di un bambino, lamenti strazianti che mettevano i brividi.
Guardando cauto attraverso la piccola porta che dava sul ballatoio, senza uscire, cercavo di capire come fossero fatti quei misteriosi uccelli che si facevano vivi solo in assenza di luna richiamati dalla luce del faro.

L’ho imparato negli anni successivi quando, d’estate di giorno, mi è capitato di vederli, simili a dei piccoli albatros, volare a pelo d’acqua alla ricerca di pesci minuti di cui abitualmente si nutrono.

  berta minore che vola a pelo d'acqua [12]                                                                                                           

Quanti dualismi nella vita di un faro. Il ponente ed il levante, la tempesta e la calma piatta, il buio e la luce, la paura ed il coraggio.

Nei fari stessi c’è una doppia natura.
Scrive Cristina Bartolomei, un ingegnere che da anni studia l’architettura dei fari “…di giorno mostrano, apparendo nella loro figura maestosa, solidità, certezza, una forte presenza a segnare il passaggio; di notte l’architettura perde la sua consistenza e cede il passo alla luce… Sospesi tra terra e mare sono sinonimo di orientamento e sicurezza. Ma evocano anche significati poetici e metafisici…”

Ancora oggi mi capita ogni tanto di rifugiarmi nella torre del faro… come è accaduto nel raccontare questi ricordi.

Faro della Giardia con Palmarola sullo sfondo - foto di Giancarlo Giupponi [13]