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Il Natale di Pasquale (2)

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di Pasquale Scarpati
Presepe 2008 a Le Forna. Foto di Sandro Vitiello

 .

Il Presepio. Dell’Albero a Ponza non v’è traccia perché l’uomo, ancora rispettoso dell’ambiente, preferisce che ogni cosa rimanga al suo posto.

Il tepore dei rasieri ma soprattutto quello della festa mitiga il vento freddo che cerca di insinuarsi anche nelle sciarpe che, noi bambini, avvolgiamo intorno al collo mentre andiamo a scuola. Sulla piazza o sulla parata sembra quasi che ci voglia sollevare in aria e, camminando, guardiamo di sottocchio e giriamo il volto come per difenderci dai suoi violenti schiaffi. Ma sia pur di traverso, riesco a guadagnare l’entrata della tabaccheria di Genoveffa per comprare un pastore per il presepe che ho allestito. Zia Malvina è la mia “ banca”. A lei mi rivolgo ogni qual volta necessito di denaro per comprare cose assolutamente vietate: giornaletti e figurine. A casa mia, nella mia infanzia, il “pastore” per il presepe è tollerato. Molti anni prima, infatti, a mio fratello il presepe da lui allestito “vulàie ’ncoppa ’u summariello”- (volò giù alla siaggia di Sant’Antonio). Non si conosce la ragione: forse in casa  mio padre aveva bisogno di spazio,forse non amava tutta quella “gente” e quella “ confusione” nella stanza, o più probabilmente mio fratello aveva commesso qualcosa che a mio padre non piaceva. Il fatto è che, sicuramente, il presepe era considerato una “concessione”, uno “sfizio” dei bambini e per i bambini e come tale, sottraendolo, si pensava di punirli.

Due tavole da letto, appoggiate su due cavalletti, fanno da supporto. Sono andato presto presto dint’ u ciardìne e aggie spezzat’ ‘na schiant’ da un frondoso albero di arancio. Le “pastocchie”  le ho raccolte nei luoghi all’ombra ed anche ho preso un po’ di “sparagìne”.

muschio
Zio Peppe mi ha dato un filo intrecciato bianco con due porta-lampada a cui ho avvitato due grosse lampadine. Le ho sistemate in mezzo alle “schiante”.
Pataccone mi ha regalato un po’ di pezzetti e bastoncini di legno di diverse misure, un po’ di “pampuglia” ed ho chiesto un po’ di sughero a Filomena che non se l’è fatto ripetere due volte.
Mi aiuta, come al solito, zia Malvina. Le “schiante” le ho addossate alla parete dove mia madre ha messo un cartone; sulle tavole da letto ho posto le pastocchie cercando di non far cadere la terra sul pavimento.
Ho creato con il sughero la capanna per la Sacra Famiglia sulla cui sommità spiccano due piccoli angeli che espongono uno “striscione” su cui è scritto “gloria in excelsis deo”.
La stella, dai puntini scintillanti, viene delicatamente poggiata su un rametto frondoso al di sopra della capanna. Il più lontano possibile ho elevato, con del cartone, un monte su cui ho posto: la reggia di re Erode, i suoi soldati  e, nelle vicinanze, i Re Magi a cavallo dei cammelli.
Qualche altro rilievo è stato ricavato da qualche scatola di scarpe che, bucata, funge anche da “puteca” per il macellaio o qualche artigiano; non mancano un carretto trainato da un bue con le botti,  il pastore che beatamente dorme attorniato dalle pecorelle brucanti, la lavandaia ed il buon pastore che porta l’agnello sulle spalle.

Pastori presepio.1

Pastori Presepio.2

Pecorelle Presepio

Pastorelli che si sono aggiunti a mano a mano nel corso degli anni. Tra quelli più vecchi si nota qualcuno con un braccio amputato o con una gamba mancante. Vanamente  ho cercato di rimettere gli arti rotti, ma le “tecniche” del tempo, come per gli uomini, non consentono simili “miracoli”. Una carta argentata che scende da un costone di sughero funge da cascata. Ai suoi piedi qualche piccola conchiglia, un “occhio di Santa Lucia” e qualche stella marina, doni di zi’ Giuseppe, padre di Filomena. Sistemato il tutto, mi accingo ad illuminare il presepe. All’atto di infilare la spina nella presa di corrente una fiamma ed un botto escono dal contatore posto in alto sul muro vicino alla porta d’ingresso, per fortuna senza alcuna conseguenza. Mamma gira la chiavetta di ceramica che è posta su una base rotonda anch’essa di ceramica  da cui si dipartono i fili intrecciati che, come lunghi vermi addossati alle pareti, gironzolano per le pareti e sul soffitto: nulla.

Vecchio impianto elettr.

Non mi perdo d’animo: già altre volte ho visto come zio Peppe ha agito. Sotto al contatore c’è una scatolina di ceramica di forma rettangolare. Ha un coperchio anch’esso di ceramica. Lo tolgo e vedo che al suo interno si nota un filamento spezzato; non oso però toccarlo, perché mamma mi ha ripetuto, tantissime volte, che la “luce” è pericolosa, che si “piglia la scossa” e si può morire… Vado al negozio, alla banchina, e chiedo l’aiuto dell’”esperto della famiglia” . Mi assicura che, non appena chiuderà il negozio , verrà a sistemare il tutto. Giunge infatti nel primo pomeriggio e subito subito il guasto è riparato. Intanto  nello stretto budello si ode il suono caratteristico delle fredde giornate: non è il solito vento ma gli zampognari.
Mi affaccio e li vedo arrivare dalla curva dove c’è il forno di Giovanni d’Atri. Suonano le nenie e ogni tanto si fermano. Mamma è indaffarata in cucina e non mi presta attenzione.
Quando giungono all’altezza della casa di cumpa’ Tatonno ‘u janchiere, visto che  sono pronti per intonare la loro musica con il piffero e le zampogna, spalanco le porte a vetro di casa (la porta principale che affaccia direttamente sulla strada è composta da due vecchie e grosse ante di legno che hanno una grossa serratura che si chiude o si apre con una chiave altrettanto grossa e scura)  e li invito a fare una suonata davanti al presepe.

Zampognari

Il gatto acchiappa-topi, cerca di guadagnare il suo luogo preferito: lo scantinato; trovando la botola sbarrata schizza via col pelo arruffato e si va a nascondere chissà dove, in attesa di acque meno agitate. Mamma, invece, sentendo quella musica vicino vicino, si affaccia dalla cucina.
Guarda meravigliata e nello stesso tempo divertita, poi si avvicina e, pulendosi le mani ’ncoppa u’ mandasino”, sottovoce mi dice: “Hai fatto bene”.
Invita i due a prendere un bicchierino di rosolio, offre loro qualche pasticcino insieme al denaro. Mi sento soddisfatto. Dopo la nascita del Signore, ogni giorno faccio fare dei passetti ai pastorelli in modo che, nel giorno dell’Epifania, tutti, anche re Erode, il cattivo, con i suoi soldati, si trovino davanti alla grotta  per salutare il Bambino per l’ultima volta.

Il giorno dopo si ritorna a scuola e, nel pomeriggio, si rimette tutto a posto a cominciare dai pastori che vanno riposti delicatamente, avvolti in fogli di giornale, nei cartoni che mamma mette, salvaguardati, in un cantuccio.

Pace e serenità a tutti
Pasquale Scarpati

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[Il Natale di Pasquale (2) – Fine]

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Immagine di copertina: Presepe 2008 a Le Forna (foto di Sandro Vitiello)

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1 commento per Il Natale di Pasquale (2)

  • silverio lamonica1

    Caro Pasquale, hai suscitato in me i ricordi dell’infanzia, quando nella casa di Via Padula (già mensa dei confinati) preparavamo il presepe. Dirigeva le operazioni mio fratello Tommaso (il più grande). Su un piano apposito, sistemato nell’angolo di una stanza, sagomavamo il tutto;
    nell’angolo la “montagna di sugero”, destinata a nascondere, al suo interno, il contenitore per la fontana: un clistere in vetro con il tubo di gomma e all’estremità il “rubinetto” nero da cui, a comando, fuoriusciva l’acqua che andava ad alimentare il ruscello, costruito da mio fratello Peppino, con assicelle di legno disposte a zig-zag e ben stuccate,il quale a sua volta alimentava un laghetto (che di volta in volta, bisognava svuotare).
    Ordinavamo i pastori a zio Francesco (fratello di mio padre) che insegnava nelle scuole elementari di Napoli e da San Gregorio Armeno ci faceva arrivare, anno dopo anno, la lavandaia, il macellaio, le pecore ecc. su “ordinazione” mia e di mio fratello Francesco che ci prodigavamo nel raccogliere le “pastrocchie” e l’asparagina su per la “Masseria”.
    Allora la “pace” e la”serenità” si ottenevano con poco, per cui ora mi associo ben volentieri al tuo caldo augurio.

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