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0022-022 0037-037 foto-03 3 4 Il corallo solitario:  Balanophyllia europea

Cadetti venezuelani

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di Carla Bielli
Cadetti

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Da Carla, un racconto anni ’50 che comincia in un porto e finisce con un gatto.
La Redazione

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Quel giorno aveva una data unica e precisa: 27 agosto 1955, tre giorni alla fine delle vacanze, ma il pomeriggio era simile a tutti gli altri passati al porto a passeggiare insieme alla zia.

Il porto è pieno di gente, il pomeriggio, a quell’ora. Tanto per cominciare ci sono gli abitanti del porto: alcuni in divisa estiva, con prevalenza di un bianco abbagliante, si aggirano con passo svelto da e verso i pochi edifici, oppure verso e dalle navi militari: finanzieri, marinai, poliziotti, altri, invece, mezzi nudi, in pantaloncini e canottiera, abbronzatissimi, si danno da fare intorno a navi o barche con corde, secchi, pennelli. Le voci sono forti e le comunicazioni tra gli abitanti del porto sembrano trattare invariabilmente qualcosa di estrema urgenza. Poi ci sono i visitatori. Per esempio loro due, la zia e lei che passeggiano avanti e indietro, possono fermarsi per comprare il gelato, oppure per salutare dei conoscenti, come loro a passeggio nel fresco del pomeriggio. Proprio così, perché gran parte del porto il pomeriggio è all’ombra e si può godere un fresco delizioso a passeggiarvi.
I gruppi di visitatori sembrano sciamare per il porto, un po’ per l’andatura, ma soprattutto per il brusio che producono parlando, le parole non si distinguono, ma il suono è continuo e un po’ a ronzio, come farebbe uno sciame di insetti svolazzanti nel fragore di un’officina.

A lei del fresco importa poco, non ha quasi mai caldo. Se potesse uscirebbe molto prima di casa, subito, dopo pranzo. Ma invece, d’estate è segregata in camera sua mentre tutti gli altri dormono. Sono anni che va avanti questa storia: ormai fa le medie e ha l’aspetto di una donna grande come mamma e zia, ma ancora la costringono.

A lei piacerebbe invece incontrarsi con Annalisa, in casa, ma anche fuori all’ombra, ce n’è da qualche parte, anche alle due del pomeriggio. Annalisa è l’amichetta del piano di sotto e parlano sempre degli attori del cinema dei quali sono innamorate e dei ragazzi veri che a loro piacciono. Ma anche da Annalisa vige il coprifuoco del sonnellino pomeridiano ed è segregata come lei. Insomma, fino alle quattro e mezzo si vive in isolamento. Per fortuna ci sono i libri e anche Topolino, quando non glielo prende suo fratello.

Poi, prima di uscire la zia ci mette tre ore a prepararsi: e scegli il vestito e truccati, insomma, sono quasi le sei quando si riesce a mettere il naso fuori di casa.

Uffa, ecco qua, come al solito la zia ha rimorchiato. Lei abbassa gli occhi, si chiude a riccio e affretta il passo. Si aspetta che la zia faccia altrettanto, e invece no, chissà perché questa volta la zia risponde al saluto con voce cordiale e anzi, rallenta il passo, mentre due giovanotti in divisa le affiancano, decisi di unirsi a loro nella passeggiata, non senza aver chiesto educatamente il permesso.

Lei neanche li guarda, li sente parlare con un tono molto educato e un accento straniero. Un’ occhiatina rapida e furtiva: sembrano due ragazzi molto giovani, ma che brutte divise, un colore verde ancor più cacarella e una foggia  molto più a fagotto di tutte le altre, sì decisamente poco eleganti.

Ora che fa la zia, fa le domande? Sì, con voce decisamente diversa da quella da rimorchio chiede: – “Di dove siete?”.
Loro sono di un paese molto lontano, il Venezuela e sono cadetti dell’Accademia Navale: si tratta di uno scambio culturale tra la Marina venezuelana e la Marina italiana.
La zia si rivela veramente interessata all’argomento: comincia a fare domande su questo accordo bilaterale Italia Venezuela e ancora, sono contenti di studiare in Italia, quanto si fermeranno e così via.
Lei è sbalordita dal comportamento della zia; cerca di ricordarsi che cosa ha studiato in geografia sul Venezuela, ma le vengono in mente soltanto le Ande e la canzone “lascia le mute Ande sotto la nieve, sotto la nieve”.

I due le invitano a sedersi al bar.
“Ma certo, sentiamo che dice la mia nipotina, ti va tesoro, vero?”
Lei si stringe nelle spalle e le esce un “ va bene” a mezza bocca.

Seduti al bar, mentre la zia conversa ormai come quando è in salotto con le sue amiche, lei, rassegnata apre un quadernetto e comincia a scrivere con una penna che stava tra le pagine a tenere il segno. È una specie di diario segreto, ma anche un utile strumento anti-noia quando è in visita con la mamma o la zia in situazioni simili a questa. Insieme a tre persone che parlano di cose per lei assolutamente prive di ogni interesse, una mezz’ora o forse anche un’ora da passare seduta, il suo quaderno è prezioso.
Con la penna sospesa in aria, fruga negli avvenimenti della giornata: che è successo oggi di speciale? Ah, sì, certo, la mattina alla spiaggia è riuscita a vedere il ragazzo tedesco, quello bello che gioca sempre a pallone. Notevole anche l’incontro con la ragazza dal braccio ingessato: ”Non posso fare il bagno per altri dieci giorni, ma tanto oggi non l’avrei fatto lo stesso, sono indisposta!”.
Una pausa ad effetto, uno sguardo indagatore gli occhi negli occhi: – “Lo sai che vuol dire, succede anche a te?”
Lo sapeva, lo sapeva e succedeva anche a lei. Stava per disegnare la ragazza, quando un “Come ti chiami?” la fece girare sorpresa.
La zia e l’altro ragazzo continuavano a conversare e il loro parlare era un sottofondo, lui invece aveva smesso da un pezzo di parlare del Venezuela e della marina e stava guardando lei, forse da un po’ di tempo, anche se lei se ne accorgeva solo ora.
Disse il suo nome e, per educazione chiese quello di lui. Forse si stava annoiando come lei, ma chi gli impediva di andarsene con una scusa. Lei se ne sarebbe andata eccome. Lui cominciò a farle domande su quel quadernuccio eppoi anche altre che film ti piacciono, che scuola fai; ma a un certo punto tacque e mentre la guardava fisso, le prese la mano, con la scusa di distrarla dallo scrivere e a bassa voce le disse, con accento ispanico ma in perfetto italiano: “Torna domani, ti aspetto. Ti aspettavo anche i giorni scorsi, non mi hai mai visto? Ero vicino al gabbiotto dei finanzieri”.
Il respiro le si bloccò per un’istante, deglutì e disse che l’aveva visto, ma non era vero. Guardò verso la zia e l’altro ragazzo, erano completamente presi dalla conversazione.
– “Non ti preoccupare” – un’espressione maliziosa e una strizzatina d’occhio – “il mio amico non molla”.
Lei deglutì e questa volta la saliva le andò di traverso. Vuoi vedere che dimostrava davvero sedici anni, tutto un trucco per rimorchiare lei!
– “Beh, va bene, domani torno” – e diventò subito rossa perché aveva cominciato a innamorarsi e rilassò la mano che lui teneva e gli sorrise. Non sapeva più che dire, lui la mano non la mollava.
Lei con un filo di voce gli chiese: “Quanti anni hai?”
– “Diciotto rispose lui e tu?”
– “Sedici” – mentì, ma era già tutta rossa da prima e la bugia passò liscia.

Cominciarono a parlare e a ridere e lei gli faceva vedere il suo quaderno e lui le foto che teneva nel portafoglio.
“E’ ora di andare” – disse garrula la zia – “arrivederci, mi ha fatto piacere conoscervi, tanti auguri per le vostre carriere”.
“A domani” – “A domani” – fecero in tempo a dirsi loro due.

– “Che ragazzi carini, così giovani in giro per il mondo” – La zia era entusiasta e caracollava sui tacchi verso casa.
Lei era dimezzata: una parte camminava svelta con la zia e parlava con lei, un’altra parte invece provava una sensazione di struggimento e non poteva distogliere il pensiero dal viso di lui con quell’espressione speciale.

Per tre giorni di seguito andò al porto per incontrarsi con lui. Andò sola, non si fece accompagnare da Annalisa, perché era sicura che si sarebbe messa a ridere in faccia a lui, come usavano fare quando incrociavano un ragazzo che piaceva a una delle due. Diceva di uscire con un’altra amica che non abitava nel palazzo e le credevano, al massimo potevano pensare che avrebbe mangiato due gelati invece che uno solo. E temeva molto di essere scoperta, ma per fortuna non accadde.

Poi la fine delle vacanze e la partenza per la sua città. Il cuore spezzato, si capisce. Era impensabile lasciare recapiti e indirizzi. La storia finì li, con il terzo incontro e un saluto triste: – “Pensami… pensami”.

La scuola ricominciò, la terza media, una classe da grandi; infatti le compagne sembravano donne fatte. I compagni no, anche se un po’ più irsuti dell’anno prima , sembravano ancora bambocci, non come il suo uomo di diciotto anni e marinaio.

Ci pensava… eccome se ci pensava; tutto a un tratto gli attori del cinema erano diventati scipite apparizioni. E non era più divertente andare con le amiche, tutte in gruppo e ridere in faccia ai ragazzi per i quali qualcuna aveva preso una cotta.

“Mannaggia” – pensava – “che faccio oggi” . E per qualche mese andò avanti così: pomeriggi da sola con la musica e il diario segreto, ma sempre in compagnia dei pensieri per lui.

Gattino bianco

Tornava da scuola a piedi, un bel giorno e trovò un gattino. Si chinò a raccoglierlo e quello fece subito le fusa. Decise di portarlo a casa per tenerlo con sé e di lottare per far cadere il divieto della mamma. Cominciò a pensare che cosa doveva dire, le promesse da fare sullo studio, la collaborazione in casa e a cosa poteva rinunciare pur di tenere il gattino. E intanto lo portava con sè nell’incavo del collo e sentiva quanto era liscio e quanto erano sonore le fusa di quel batuffolo così piccino.
Neanche si accorse di non pensare più al suo marinaio.

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