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Zi’ ’Innàr’ ’i mar’e coppa’ (2)

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di Mimma Califano

 . 

Fino ad un decennio fa c’era ancora gente di Santa Maria che ricordava i Rosari che con voce potente Zi’ ’Innàr’ declamava a tutte le ore: nel silenzio dell’epoca lo sentivano pregare anche d’u’ staglie – la collinetta di fronte a Mar’e copp’.

L’ultima persona che l’aveva conosciuto personalmente è stata Zi’ Rusetta  che circa un anno fa ci ha lasciati a 100 anni compiuti (leggi qui), con cui tempo addietro avevamo parlato proprio di Zi’Innàr’.

La sua figura incuteva rispetto, considerazione, ma anche un po’ di timore, proprio perchè si poneva al confine tra ciò che si vede e si può spiegare e il molto che all’epoca non si spiegava.

Viva impressione ne avevano gli abitanti di Santa Maria quando faceva gli esorcismi o qualcosa di simile. Molte volte è capitato che delle donne in preda a crisi isteriche – perché, si diceva, possedute dal maligno – gli fossero portate, e lui faceva i riti per liberarle.

Le uniche cose che si sentivano da fuori erano le grida innaturali delle sventurate e le sue preghiere, in alcuni momenti con voce tonante, in altri momenti sussurrate che nulla si capiva. A volte ci voleva molto tempo e sembra che lui le picchiasse anche. Solo quando si vedevano delle ‘lucette’ che dalla sua casa risalivano fino a sopra il ciglio, la gente tirava un sospiro di sollievo perché avevano imparato che tutto era finito e che la poveretta era stata liberata.

 

Altra sua specialità era slegare. All’epoca si credeva che le cose e le persone, per effetto di qualche maleficio si potessero ‘legare’ – nel senso di impedire a qualcuno di muoversi o a qualcosa di funzionare – e questa era magia cattiva, ‘nera’ di potrebbe dire; o al contrario ‘slegare’, cioè sciogliere il maleficio.
Zi’ ’Innàr’  sapeva fare sia l’una che l’altra cosa, ma veniva interpellato sempre per la seconda, se poi avesse usato anche della prima, alla gente non era dato sapere.

Questo episodio è forse il più noto tra quelli narrati a proposito di nonn’ ’Innàr’.

Ai primi del Novecento giù alla spiaggia di Santa Maria c’era un bel bastimento (3) che doveva essere rimesso a mare dopo un periodo di lavori effettuati a bordo.
Tutto era pronto: le enormi falanche  cosparse di grasso  – u’ sive  – , ‘i vàsule, le cime tese per tirare; ai verricelli una ventina di uomini robusti… Ohh ho… Forzaaa… Niente, il mezzo non accenna neppure a muoversi… Si prova ancora… Non succede nulla.
Si sistema meglio il tutto, si chiama altra gente, si riprova… Niente!
– Hann’ attaccat’ ’u’ vastemiént’! …Hann’ attaccat’ ’u’ vastemiént’! – la ‘logica’ deduzione.
– Comm’amma fa?

Qualcuno propone di andare a chiamare chi potesse ‘sciogliere’ il bastimento. Ma pare che in un primo momento uno dei proprietari, persona razionale e  poco propensa alla superstizione, fosse scettico all’idea che u’ vastemient’ fosse attaccat’. Ma poiché nessuno riusciva a proporre niente di utile per sbloccare la situazione, alla fine decidono di andare a chiamare Mezzapacca (4).
L’interpellato arriva, fa tutti i suoi riti.  Si ritenta di far muovere il mezzo. Niente, il bastimento non si sposta di un centimetro.
Riproviamo domani, chiamiamo … – e viene fatto un altro nome. L’indomani mattina altro tentativo, ancora niente.

Varo di bastimento a Santa Maria

Il varo di un bastimento sulla spiaggia di Santa Maria

A quel punto decidono per un intervento adeguato al problema: – Amma chiamma’ Zi’ ’Innàr’.       

Ormai avanti negli anni – è morto a pochi mesi dal compimento dei 100 anni –  arriva giù la spiaggia Zi’ ’Innàr’. Si avvicina al bastimento, gli gira intorno più di una volta, passa le mani lungo le fiancate. Inizia a parlare e pregare un po’ sottovoce, un po’ ad alta voce, sempre seguito dagli sguardi attenti dei numerosi presenti.
Poi va alla prua, gli dà una pacca e dice: – Va’ a mmare!
…E il bastimento senza alcun aiuto scivola da solo verso l’acqua!

.

Sembra che tra le tante cose che Zi’ ’Innàr’ era in grado di fare, ci fosse stata anche la rievocazione dei morti.

A distanza di qualche tempo dalla morte della sua prima moglie, provando profondo dolore e nostalgia per la perdita, decide di evocarla.
L’accaduto è stato così narrato.
Nella notte dei morti predispone tutto il necessario: un secchio d’acqua fresca, pulita vicino al pozzo, la porta della stanza dove dormivano i figli della defunta semiaperta, i bambini con le coperte scostate.
Nella grande aia di casa un ampio cerchio disegnato per terra. Lui si siede al centro con un gatto nero accovacciato sulle gambe ed inizia il rito. Il tutto nel buio e silenzio totale di quel che poteva essere Mar’ ’e copp’ nella seconda metà dell’Ottocento.

Dal viottolo, ancora esistente, che collega l’abitazione con la stradina che porta verso i Conti, camminando normalmente arriva la defunta.

Stradina Conti

Una immagine della stradina di giorno, com’è oggi

 Il suo aspetto sembra del tutto normale, il viso tranquillo. Si dirige verso il pozzo, beve. Va dai figli, li copre, li sfiora con una carezza. Passa vicino a lui, lo guarda, forse gli sorride anche. Il rito escludeva la possibilità di parlare con la defunta.

Riprende la via da dove è arrivata e si gira di schiena.

Solo allora lui si accorge che mentre davanti la sua amata appariva normale, vista da dietro c’erano solo il vuoto e le ossa. La morte non va disturbata.
Pare che Zi’ ’Innar’ da allora non volle mai più richiamare i defunti, né per sé, né per le innumerevoli persone che gliene facevano richiesta.

Corpse bride. Cut

Corpse Bride (5)

Nonostante l’avanzare dell’età nonn’ ’Iennar’ si mantenne lucido fino alla fine, continuando ad aiutare chi andava da lui.

Seppe anche predire con un certo anticipo il giorno preciso del suo trapasso, che avvenne alle ore 11 del 4 novembre.

Tutte le persone sentite hanno unanimemente riportato che al momento del suo trapasso si videro delle lucette che dal tetto della casa salivano verso il cielo.

Lucine nel buio

 

Note dell’Autrice

(3) – Ci è stato riferito che si trattava di un bastimento di Gaetano e Silverio Vitiello.

(4) – È un soprannome antico, così come ci è stato riferito. Se qualcuno conosce il suo vero nome, farebbe cosa gradita a comunicarlo.

(5) – La sposa cadavere (Corpse Bride) è un film d’animazione – delicatissimo e pieno di poesia – diretto da Tim Burton e Mike Johnson, del 2005

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[Zi’ ’Innàr’ ’i mar’e coppa’ (2). Continua]

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4 commenti per Zi’ ’Innàr’ ’i mar’e coppa’ (2)

  • polina ambrosino

    Mia madre mi dice che la persona chiamata Mezzapacca era uno zio di Adele Conte, (Adele ì Rose ì Santella), fratello di suo padre Giuseppe Conte (Giuseppe ì Mamena). La famiglia di Mezzapacca visse anche a Biserta per la pesca.

  • rosanna

    Confermo quanto scritto da Polina. In famiglia ci si è sempre riferiti a lui come zi’ Mezzapacca e nella famiglia di mio nonno pare che ci fosse anche la capacità di fare le preghiere per “slegare” tramandata secondo regole molto rigide. Mio nonno, come scrive Ernesto, “tagliava” le cod’ i zefire, ma non ha mai voluto trasmettere le sue conoscenze. Mi pare di ricordare che esse potevano essere trasmesse solo ai primogeniti in linea maschile in un particolare momento dell’anno ed in presenza di una fede sicura in quello che si faceva. Probabilmente mio nonno non aveva trovato il suo erede. Nel racconto la presenza di Mezzapacca (che poi emigrò in America) ha, quindi, un senso: zi’ Innaro aveva capacità superiori a quelle possedute dagli altri “mezzi maghi”.

  • Lino Pagano

    Avendo avuto mio nonno che praticava queste pratiche, scusate il gioco di parole, per guarire di sciatica e tantissime altre cose, confermo che i successori dovevano essere i primogeniti non solo maschi anche femmine, e solo nella notte di Natale, chi doveva essere iniziato, doveva apprendere solo in poche ore quello che serviva per le code i zéfere, il malocchio, e tantissime altre. Ne ho parlato in un racconto su queste pagine: ‘Il vecchio che guariva con le mani’.

  • Giovanni Matrone

    Innàr’ ’u Mago è stato anche il mio bisnonno.
    Mia mamma Dora mi ha parlato qualche volta di lui. Era ancora bambina (12 anni) quando morì.
    Le era rimasto fortemente impresso quello che lei ritenne il più grande miracolo del nonno, avvenuto negli ultimi giorni della sua vita.
    Chiamò i nipoti e descrisse ciascuno/a di loro per filo e per segno, senza averli mai visti (era cieco ormai da molti anni). D’altra parte era anche in grado di predire il sesso del nascituro passando la mano sulla pancia della donna gravida.

    Ancora, per ricordare in parte i rapporti – di potere ma anche di collaborazione; di mistero e di magia – che si erano stabiliti in quei tempi lontani tra i coatti e i loro datori di lavoro (nel nostro caso ’u nonno Innàr’, che da loro aveva molto imparato) si raccontava che una sera dopo il lavoro (o forse dopo cena) uno dei coatti si era messo con le braccia conserte sul tavolo e la testa affondata dentro di esse, proprio come se dormisse. Tanto che ’u nonno Innàr’ si era risentito e stava per scuoterlo: – Uè, e che… te tengo pe’ durmi’?
    Al che uno degli altri lo fermò dicendogli: – ‘Asci’u’sta’..! …chille sta parlann’ c’à mugliera! (Lascialo stare…. Sta parlando con la moglie!)

    Infine, in mancanza di foto esistenti del (bis)nonno, ho un ricordo confuso (qualcuno me lo deve aver detto, ma non ricordo di preciso) che ’u nonno Innàr’ portava degli orecchini, come non era troppo inconsueto anche tra gli uomini a Ponza, circa due secoli fa.

    Dice Mimma che era una usanza diffusa tra i naviganti: che in caso di naufragio avrebbero avuto comunque un oggetto di valore scambiabile per le necessità immediate.

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