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Cronaca di una serata al Castello, in compagnia di un sovversivo

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di Antonio De Vito
Torremaggiore. Palazzo Ducale

 .

Ecco una cronaca sul “sovversivo” pugliese che conoscete: Antonio De Vito, Autore di un libro sulla vita di suo padre, di cui anche Ponza ha fatto parte (leggi qui e qui).
Per il suo interesse al ns. sito, per i temi che propone, abbiamo pensato di annoverarlo tra i collaboratori stabili.
Benvenuto Antonio!
La Redazione

 .

Il Castello è il Palazzo Ducale di Torremaggiore (Foggia), l’appuntamento pubblico è alla “Sala del trono”. Nientemeno, tra affreschi e un respiro di antichità, per la verità ben tenuta.
Era il maniero dei Di Sangro, ricordate la figura di Raimondo, scienziato e trituratore di ossa e alchimista e mago, napoletano? Si dice che fosse il maestro di Cagliostro.
Qui siamo, dove Lui nacque. Secoli di storia, con la S maiuscola.

L’occasione è che il cronista di questa serata fra le vecchie mura, abbia scritto un libro, “Il sovversivo col farfallino. Destinazione Ponza”, dedicato al padre Giuseppe e agli altri diecimila disgraziati che l’ex rivoluzionario Mussolini (sono molto instabili questi dittatori e i loro emuli di oggi!) spedì al confino di polizia, alle isole, Tremiti, Lipari, Ustica, Ponza, Ventotene.

Lui a Ustica, nel 1927, come Gramsci. E poi subito dopo, nel 1928, a Ponza, come tanti altri, alcuni nomi per tutti, Giorgio Amendola e Sandro Pertini.

Giuseppe De Vito, ‘Peppino’ per tutti, era quel sovversivo, un oppositore e basta.
Il fascismo si difendeva confinando, azzittendo, maltrattando.

La serata al Castello è per presentare il libro del figlio giornalista e (già) un po’ scrittore.
Padre e figlio di Torremaggiore, pugliesi della Daunia. Anche l’editore e’ dauno, foggiano.
E il Comune, di cui il sovversivo fu in anni lontani vicesindaco, ha promosso il volume, dopo avergli intitolato una strada, proprio dove abitava. Questa è una storia, un pezzo di storia, tutta pugliese.

Bella serata… Arriva al Castello tanta gente, certo non è una partita di calcio, o un concerto di urlatori (e infatti i giovani sono pochi). Ma c’è interesse, partecipazione. Anche commozione, al ricordo, poiché tutto si svolge nella data, 29 novembre, la stessa del 1949 , quando gli scelbini uccisero a freddo due braccianti, Antonio Lavacca e Giuseppe Lamedica, durante uno sciopero.
Al primo un carabiniere accecato dall’odio sparò in testa, uccidendolo.
Il secondo fu lasciato morire in ospedale, dissanguato, senza cure mediche.
Storia tragica di un’altra Italia: ricordate Melissa, Montescaglioso, Modena, luoghi simbolo della barbarie poliziesca  degli anni ’40 del secolo scorso?
La democrazia era un po’ zoppicante. Chi era povero e disgraziato e magari socialista e comunista, se lo prendeva in quel posto pure assettàt’, pure da seduto, come dicono a Napoli.

La serata comincia con il saluto del sindaco, seguito da un ex sindaco che la mena per una eternità. Poi vengono letti dalla dirigente della Cultura comunale, passi del libro. Soprattutto le lamentele e le richieste dei confinati al ministero (il libro e’ un compendio di racconti di storici, di notizie attinte dai siti – grazie web! -, oltre che delle indefesse registrazioni degli spioni di Stato, delle scartoffie di polizia, carabinieri e prefetture sul sovversivo “pericoloso” per la sicurezza dei cittadini.
E figuriamoci quanto poteva essere pericoloso, nel 1926, all’epoca delle leggi fascistissime, un ebanista comunista da mandare all’acqua verde (come si diceva da queste parti) per tenerlo isolato e zitto e quieto!

Del libro parla l ‘editore, appassionatamente, comeè doveroso, ma con un approfondimento da prof. E infatti lei, Falina Marasca, delle ‘Edizioni del Rosone’ di Foggia, è una prof. Legge una pagina del libro, commenta, chiosa. Con belle parole. Introducendo così la relazione del prefatore un ex onorevole manco a dirlo comunista, nella piacevole atmosfera retro, molto d’antan, ma significativamente godibile tra facce contadine conosciute, giovanotti di ottant’anni, insieme ai figli e a qualche nipote, e tanti che il sovversivo Peppino l’avevano conosciuto.

Il figlio, l’autore, non poteva che essere contento, delle parole e degli sguardi e delle interruzioni e dei ricordi. A fianco a lui sedeva un veterano di mille battaglie contadine; c’era nel giorno infausto dell’eccidio, quel 29 novembre 1949, quando lo scrivente a causa dei tragici fatti davanti alla Camera del Lavoro, fu tenuto relegato in classe, alla prima media (!); non si poté uscire per molte ore, fino a sera, a causa dell’ordine pubblico. Il carabiniere che sparò e uccise venne assolto, il facinoroso (ex deputato e  senatore, Domenico De Simone, 87 anni), allora  giovane bracciante, si fece tredici mesi di carcere per (non) aver lanciato delle pietre alle forze dell’ordine, come stabilì la successiva sentenza.
Ricordando quei giorni e le vecchie lotte fatte assieme al sovversivo Peppino, Domenico si accalora, cita persone e fatti, un avvocato (l’unico che aveva accettato di difendere il sovversivo Peppino, l’ex confinato perennemente pericoloso e vigilato fino agli Anni 60), entrando in Pretura mandò a quel paese un cancelliere troppo spiritoso e sicuramente di parte avversa e indisponente.

Alla fine della intensa serata, conclude l’autore: il “paesano” Antonio De Vito. Che ringrazia soprattutto il pubblico che si è mosso da casa per un libro. Per rendere omaggio al sovversivo protagonista del racconto e al sovversivo come persona fisica di cui non si è spento il ricordo a Torremaggiore, dopo tanti anni.

L’eccidio del ’49 è ormai storia; quel periodo fu molto difficile e sofferto, povero e insanguinato.
Produsse una lunga scia di dolore e tragedie personali e collettive.

Il libro, aggiunge l’autore, chiamato a concludere la bella serata di ricordo, di memoria e di cultura, è storia ancora più antica dell’eccidio del ’49: tratta della stagione del fascismo e del confino, e della sopraffazione sfociata nella terribile congerie della guerra.
L’Italia subito dopo si è riscattata, ma a quale prezzo.
Sì, è stata anche guerra civile, ma c’era chi stava dalla parte giusta e chi no.
Il ‘revisionismo storico’ adesso è di  moda, la faccenda era terribile, ma non era come spesso la si racconta ora.
È come dire, distorcendo tutto, che il famigerato confino era “una villeggiatura”, così la pensava e diceva Berlusconi, il politico che conosciamo, un po’ decaduto, storia di oggi, che fa senso commentare, meglio non parlarne, dal punto di vista storico saranno i  posteri a pronunciarsi sull’ultimo ventennio.
Di un altro ventennio racconta in parte il libro, su questo sovversivo e sui tanti De Vito mandati in esilio doloroso (per lui dieci anni rubati alla gioventù’) all’acqua verde delle isole.
I libri devono parlare da sé, raccontano pagina dopo pagina, documento dopo documento, foto dopo foto, così fa questo sull’ebanista pugliese oggetto della serata, non c’è’ bisogno di aggiunte, basta prendere conoscenza dei fatti, ragionarci su e imparare, se si vuole.
L’autore – ha aggiunto l’autore che qui fa la cronaca della serata al Castello – è un  giornalista, non uno storico di professione. Anche di vicende come questa può scrupolosamente fornire solo la nuda cronaca, fatti, documenti, con corredo di foto.

Così il sovversivo si racconta, questo col farfallino in particolare, ma anche gli altri di tutta Italia che loro malgrado vissero questa esperienza.

Nel libro il lettore può trovare ampio materiale relativo alle sofferenze dei confinati, da Gramsci, ad Amendola, a Pertini. E anche dei tanti resistenti sconosciuti che , come Peppino De Vito, non si piegarono, non dando mai  – come scrivevano poliziotti, prefetti, carabinieri e scribacchini al servizio della dittatura – “segni di ravvedimento”. Irriducibili sognatori e combattenti per la libertà.

 

C’era bisogno di raccontarla questa storia a distanza di tanti anni? Sì, perché molti, troppi, di queste cose non conoscono nulla, molti vivendo soltanto di oggi, di gossip e politica stucchevole, di onnipresente televisione, non sanno da dove veniamo tutti. E la scuola da parte sua non fa molto.

Imparare è sempre utile. Non dimenticare, però, è essenziale.
Ecco il perché del libro,  un omaggio al padre, ma soprattutto un contributo alla comprensione di un po’ della nostra  storia.

La libertà ha sempre a che fare con la nostra vita, con il nostro futuro.
Ma i protagonisti della libertà, oggi come negli anni ’30 e ’40 del mussolinismo, e del confino, sono gli uomini. Gli uomini che se la sfangano anche oggi fra mille difficoltà. Ecco. Il tema è la libertà.

L’autore che qui scrive della serata al Castello, di libertà ha parlato conclusivamente nella Sala del trono, davanti ai pazienti ascoltatori.
Ha citato Francesco Nitti, “La libertà”, e Luigi Sturzo, “La libertà in Italia”, due libretti entrambi editati da Piero Gobetti nel 1925, un anno prima  di morire per le percosse di facinorosi fascisti.

Scriveva Nitti: “Noi assistiamo a una crisi della democrazia e dei partiti liberali. È un fatto grave, ma che era facile prevedere dopo la grande guerra che ha insanguinato l’Europa e disordinato l’economia mondiale. Ma noi abbiamo, ciò che è molto più grave, una crisi della libertà”.
E scriveva Sturzo: “La libertà è come la verità: si conquista ; e quando si è conquistata, per conservarla si riconquista; e quando mutano gli eventi e si evolvono gli istituti, per adattarla si riconquista. È un perenne giuoco dinamico, come la vita… Ma nonè certo la libertà di fare indifferentemente il bene e il male… La libertà è così alto dono della vita umana, che purtroppo ognuno vuole per sé e nega agli altri.
Lo sforzo della società, sforzo perenne e progressivo, è quello di equilibrare la libertà di ciascuno, in unico e vero regime di libertà …Ma non è possibile fermare il sole, e non sarà fermato neppure in Italia… Per noi l’attuale battaglia per la libertà è come un secondo Risorgimento: ha le sue fasi e le sue difficoltà, e avrà il suo epilogo; non sappiamo quando né come, ma abbiamo fede che lo avrà ; non può mancare, e l’epilogo sarà la riconquista della libertà”.

Così avvenne, dopo un ventennio (…in Italia siamo sempre alle prese con i Ventennii, storia anche di oggi).
Anche i confinati, compreso il sovversivo di Torremaggiore, conquistarono la libertà alla fine, per se stessi e per gli altri. Ma le basi erano in quella storia antica dei sovversivi perseguitati.
Perciò abbiamo bisogno di non dimenticare la storia, quella storia e quelle storie di singole opposizioni al fascismo.
Quegli  uomini tracciarono la strada. Soffrirono anche per noi, perciò dovremmo farne tesoro.
E ringraziarli.

 

Antonio De Vito

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