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Zi’ ’Innàr’ ’i mar’e coppa (1)

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di Mimma Califano

 .

Alla tipica domanda ponzese: – A chi appartiéne? – fino ad una trentina di anni fa, di qualsiasi parte di Ponza fosse l’interlocutore, era facile farmi riconoscere…
A chill i’ ’Innàr’ ’i mar’e coppa (1)… E chi domandava immediatamente annuiva: …aveva capito!
Oggi solo persone molto anziane o con una profonda conoscenza della vecchia Ponza, ancora ne hanno memoria.

’Innàr’ a mar’e coppa – Gennaro Mazzella – fu Agostino e Maria Giuseppa nato a Ponza il 14/1/1830, morto il  4/11/1929 –  per diversi decenni è stato un vero punto di riferimento per tutta l’isola e per moltissimo tempo il suo ricordo è rimasto ben vivido.

Guaritore, mago, consigliere, esorcista, uomo di fede… ampia è stata la leggenda che circondava la sua figura, fatta di luci e ombre.

Nato in epoca borbonica, ’Innàr’ inizia presto a lavorare. Un lavoro duro in campagna.
Catene ancora da ricavare, parracine da costruire pietra su pietra, pozzi da scavare, sentieri da tracciare e mantenere in ordine. All’epoca la vita quotidiana sull’isola quello offriva, ed anzi si riteneva fortunato chi si poteva permettere due pasti al giorno. Se poi la terra che si lavorava era la propria allora la volontà e la determinazione di migliorare la propria condizione erano ancora più forte.
Così anno dopo anno, con i frutti del suo lavoro, sacrifici e rinunce ’Innàr’  può iniziare a comprare diversi appezzamenti di terra da aggiungere a quel che il padre gli aveva lasciato.

Come per tutti i Mazzella, la località di nascita e residenza era Santa Maria. Infatti è nella sua parte più fertile ed adatta alla produzione agricola: Mar’ ’e copp’ (1), (da cui poi deriverà il suo nomignolo) che ’Innàr’ può permettersi di costruire la sua casa, arricchita un po’ alla volta di tutti i comodi per una famiglia contadina: cantina, grotte per gli animali e per conservare la produzione agricola, pozzi, cortili ed  ampi giardini tutt’intorno da coltivare.

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La casa a mar’ ‘e coppa che si è costruita ’Innàr’: un secolo e mezzo dopo

 

Zi’ ’Innàr’ si sposa tre volte; dalle prime due mogli ebbe ben 16 figli, non tutti arrivati all’età adulta come era frequente all’epoca.
La prima moglie, a cui era molto legato,  morì di parto ancora giovane. Della seconda non si hanno notizie, ma fu quella che gli diede il maggior numero di figli.
Dall’ultima moglie, Cristo Maria Giuseppa, sposata in età avanzata, non ebbe figli, ma condivisero una lunga vecchiaia in compagnia.

Negli ultimi anni, entrambi praticamente ciechi, furono assistiti dalla famiglia del figlio Giuseppe a cui aveva concesso di costruire la casa accanto alla propria, finendo addirittura per trasferirvisi.
Questa la sua scarna biografia.
Su cosa possa aver indotto un contadino analfabeta a percorrere vie ignote, al limite tra la fede e le pratiche esoteriche, si possono solo tentare delle congetture.
Può semplicemente essere stata la casualità della vita o forse insieme ad essa ci può essere stato un percorso conoscitivo, una personale necessità, un diverso (e ignoto) fattore scatenante… ma come si diceva, entriamo nel campo delle ipotesi.
Come non potremo mai sapere cosa ci sia di vero in tutte le dicerie fiorite intorno a lui e che la facile superstizione dell’epoca, ha tramandato e probabilmente amplificato.

Resta – come elemento unificante di tutte le voci raccolte intorno alla figura di ’Innàr’ a Mar’ ’e copp’ – la sua profonda fede religiosa, che a detta dei testimoni diretti e indiretti si è andata consolidando e rafforzando con il trascorrere del tempo.

Proviamo a raccontare alcuni dei fatti salienti così come sono giunti a noi.

In età ormai adulta, per sistemare e poi coltivare tutti gli appezzamenti di terra che un po’ alla volta era riuscito ad acquistare, ’Iennar’ prese a lavorare con sé diversi condannati coatti [il confino coatto inizia a Ponza nel 1868: (leggi qui) -NdR].

Fu proprio da loro che imparò molte delle pratiche che in seguito lo fecero diventare il “Mago”.
In particolare sembra che tra i coatti ci fosse un ex-prete di Genova (o forse uno che aveva solo studiato per diventare sacerdote) che gli avrebbe insegnato gli esorcismi. Mentre da altri apprese l’arte di curare utilizzando le erbe. A quanto si raccontava aveva anche qualità di prano-terapeuta: usava l’imposizione delle mani per diagnosticare malanni  ed a volte guarire…
In un luogo circoscritto come un’isola non ci volle troppo tempo per far crescere la sua fama.

Erano cosi diffuse, consolidate e unanimemente riconosciute le sue prerogative, che diversi  anni fa, avendo necessità di individuare esattamente alcune particelle della sua eredità, andai al catasto di Latina, per fare una ricerca (era mio bisnonno per parte materna).
Con mia sorpresa appresi che fino agli anni ’50 per le registrazioni si utilizzava solo nome, cognome e quando possibile paternità, non anche la data di nascita.
Mi trovavo sconfitta di fronte ad un elenco di almeno una quindicina di Gennaro Mazzella di Ponza.
Al che l’impiegato aggiunse: – Beh, se può aiutare, di qualcuno c’e’ il sopranomesa nei paesi si usa!Ad esempio qui c’è un Gennaro Mazzella detto il Mago!
– …Detto il Mago, allora è lui! – esclamai.
Infatti le particelle alla prova dei fatti corrispondevano esattamente.   

Ma come era cresciuta la fama d’u nonn’ ’Innàr’ o, come comunemente era chiamato a Ponza in segno di rispetto, zi’ ’Innàr’ a mar’e coppa?
Per diversi motivi.
Innanzitutto l’aiuto che in qualche modo riusciva a fornire a chi stava male.                                                                         

Già… i malanni. Tanti e improbabili: ’a ianàra sott’a porta… i discenziéll’… ’i pàppule… i viérm’… ’u sole ’ncap’… ’a frève terzana…
Come alla domanda: – Di cosa è morto? – non di rado la risposta era: – È muort’ cu nu’ tocc’… oppure: – è muort ‘i subbete!

In un’epoca in cui anche la medicina ufficiale – per i pochi che si potevano permettere l’aiuto di un dottore –  era piuttosto grossolana, Zi’ ’Innàr’ diventava  spesso l’unico aiuto su cui la povera gente poteva contare; non dimentichiamoci che stiamo parlando degli ultimi decenni dell’Ottocento, primi del Novecento, a Ponza.
A quel tempo i rimedi erano i cataplasm’, ’i semment’ i line… i decott’… l’uocchio sicc’… appercanta’… Il tutto quasi sempre accompagnato da preghiere, infatti la richiesta di aiuto era sempre fatta anteponendo la frase: – Falle p’ammore ’i Die’ (2)

Una richiesta di aiuto fatta p’ammore i die, non solo era indispensabile per il buon esito dell’aiuto, ma escludeva contemporaneamente compensi economici.
Infatti sembra che tutto ciò che Zi ’Iennar’ faceva era sempre gratuito.

Zi’ ’Innàr’, come si è detto, molto imparò dai coatti che lavoravano con lui. Erano persone provenienti da varie parti della Penisola, che ancorché descritte con i termini peggiori, venivano da condizioni di vita difficili. Spesso avevano passato anni nelle galere, perciò abituati a risolvere da soli i propri problemi o chiedendo aiuto a qualche amico quando possibile.

In più si raccontava che le mani di Zi ’Innàr’ avessero la facoltà di guarire. Probabilmente man mano che la vista gli venne a mancare, faceva uso delle mani per capire quale potesse essere il  problema contando sulla tanta esperienza acquisita e tante volte avrà dato la soluzione ad un qualche problema.

In ogni caso lui stesso credeva molto nelle capacità terapeutiche delle sue mani. A casa si raccontava un particolare macabro. Nei giorni prima della morte, più volte chiese ai  familiari che lo assistevano  – mia madre era tra questi  – che appena morto avrebbero dovuto tagliargli le mani e conservarle nell’alcool, per continuare ad usarle dopo la sua morte. Nessun ne ebbe il coraggio, come si può facilmente immaginare.
Le mani di Zi ’Innàr’ – si diceva – non solo guarivano, ma spesso lo aiutavano a capire anche malanni di origine improbabile.

Anche qui si racconta un aneddoto… Una signora di Santa Maria, aveva una capra prolifica, ogni anno le faceva due capretti e tanto latte: una vera ricchezza per l’epoca. Un brutto giorno va a farle visita una conoscente dei Conti e si mette a fare apprezzamenti sull’animale.
In un primo tempo lei non dà importanza all’accaduto. Fatto sta che nei giorni successivi, portando, come tutti gli anni, la capra dal maschio – sempre lo stesso – per la riproduzione, la bestia incomincia a scalciare e non consente all’ariete di avvicinarla.
Preoccupata, la padrona corre da Zi ’Innàr’ a chiedere spiegazione di questo fatto mai successo prima.
Lui dice: Pòrteme l’animale.
La signora gli porta la capra e lui con le mani sfiora piano piano tutto l’animale; poi sentenzia: Ci’ hann’ fatt’ ’a fattura, te vonne male! (gli hanno fatto la ‘fattura’, ti vogliono male!)
– E ch’ se po’ fa’? – chiede allarmata la signora.

Zi ’Innàr’ risponde: – Non molto. Ma fa’ comme che ti dico ie… Porta ’a crapa a’ddu zimbr ’i… e le dice il nome del padrone di un ariete diverso dal solito – Vide c’a crapa te farrà ’nu crapettiéll’ sulamènte, e dopp’ murarrà. ’A fattura nun se po’ luva’, ma almene nun piérde ’a razza (Vedi che la capra ti farà un solo capretto e poi morirà. La fattura non si può togliere ma almeno non perdi la razza!).

Infatti poco dopo il parto di un’unica capretta, la capra senza nessuna ragione apparente morì.

 

Note 

(1) Mar’ ’e coppa (dialettale per “Mare di sopra”) è un toponimo ancora in uso malgrado se ne siano perse le connotazioni topografiche. Si riferisce ad una sorta di fiordo esteso per alcune centinaia di metri verso l’interno, che univa quella parte di Santa Maria alla spiaggia e al mare. Serviva ai romani come bacino di carenaggio per le navi (come testimoniano i diversi ritrovamenti d’epoca nella zona) e veniva rifornito d’acqua dalla sovrastante cisterna (attualmente conosciuto come “Grotta del Serpente”), che non era intercalata nel sistema dell’acquedotto romano come qualcuno crede, ma riceveva acqua dal bacino di raccolta costituito dal monte che ha dietro e sopra (comunemente denominato ’u ciglie ’i Santa Maria) [leggi qui …e altrove nel sito, digitando – Impianti idraulici romani, di Leonardo Lombardi – nella funzione “Cerca nel sito”]. Una prova irrefutabile è che la cisterna-grotta del Serpente si trova ad un livello di vari metri più in alto rispetto ai ‘cisternoni’ di raccolta di Santa Maria e un sollevamento di acqua di tale entità non era possibile, al tempi dei Romani. 

(2) “Falle p’ammore ’i Die” – Fallo per l’amor di Dio [Locuzione: per amor di Dio (o per l’amor di Dio) – per carità, di grazia, oppure gratis, disinteressatamente – riportato come tale anche dal vocabolario Treccani]

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[Zi’ ’Innàr’ ’i mar’e coppa. (1). Continua]

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