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Ponza e Formentera: due isole a confronto

di Rosanna Conte

Isola-di-Formentera.1

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La risposta data dagli abitanti di Ponza e Formentera al problema del rifornimento idrico connesso all’avvento del turismo, è stata diversa: perché?
E’ questa la domanda che si è posto Arturo Gallia – ricercatore presso l’Università Roma Tre, Dipartimento Studi umanistici, che conosciamo per i suoi interventi sul nostro sito –
invitato a partecipare al XXIII Congresso dei Geografi spagnoli sul tema Spazi insulari e di frontiera, una visione geografica, svoltosi dal 23 al 25 ottobre di quest’anno presso l’Università delle Isole Baleari a Palma di Maiorca,

Logo Congresso [1]

Gallia ha ritagliato il suo intervento su un confronto che partiva da quanto già studiato sulla nostra isola e l’ha intitolato: La costruzione dei saperi idrici nelle isole minori del Mediterraneo. Due casi al confronto: Formentera (Spagna) e Ponza (Italia) nei secoli XVIII e XIX.
La risposta che dà è che, pur partendo le due isole da percorsi storici e di sviluppo molto simili, Formentera ha dato uno sbocco risolutivo al problema, Ponza, invece, no, per carenze nella capacità di relazionarsi degli attori locali (politici, economici, sociali e culturali). Vediamo perché.

 Formentera è molto diversa da Ponza dal punto di vista geografico.
Isola minore dell’arcipelago delle Baleari, si estende per 83,2 kmq con poco più di 10.000 abitanti circa, ed è pianeggiante con un unico rilievo, l’altopiano della Mola, di 192 m.

L'isola di Formentera [2]

Formentera. L’altopiano de La Mola

E’ collegata con frequenti corse giornaliere ad Ibiza, la vicina isola più grande, a cui fa da pendant nell’offrire un turismo diverso, più informale e più vicino alla natura.
Ambedue le isole in esame erano disabitate quando furono colonizzate, per volontà dei rispettivi governi, nel XVIII secolo.

Salina di Formentera [3]

Salina di Formentera

Formentera, allora, era frequentata solo dagli abitanti di Ibiza che vi si recavano per raccogliere il sale, e Ponza, invece, era frequentata da ischitani e torresi per la pesca delle aragoste e del corallo.

Aragosta e corallo rosso [4]

Il ragionamento di Gallia parte proprio dal momento in cui arrivano i nuovi venuti muniti delle concessioni dei rispettivi sovrani.

Formentera, che pure era stata utilizzata dai romani per la produzione intensiva di grano, non aveva conservato resti della loro presenza e aveva esaurito le fonti d’acqua che una volta c’erano; di conseguenza, per l’approvvigionamento idrico, i nuovi abitanti dovettero rimboccarsi le maniche e trovare delle soluzioni come, in prima istanza (sec. XVIII), costruire pozzi e cisterne per la raccolta di acqua piovana (oggi se ne contano circa 56), e poi (XIX sec. avanzato) costruire un vero acquedotto.

Ponza, invece, oltre ad avere diffuse testimonianze dell’antica presenza, aveva ancora efficiente gran parte del sistema idraulico di età romana, per cui i nuovi abitanti poterono utilizzarlo aggiungendo, man mano che la popolazione aumentava, la costruzione di cisterne private dove veniva convogliata l’acqua piovana raccolta dal tetto delle abitazioni [per una trattazione completa del tema, sul sito, digitare: – Impianti idraulici romani – nel riquadro CERCA NEL SITO (17 articoli)].

Fig. 3. Tracciato schematico dell'acquedotto [5]
Tracciato schematico dell’antico acquedotto romano di Ponza

Quindi, nell’esperienza del reperimento dell’acqua gli abitanti di Formentera hanno dovuto dar fondo alla loro inventiva, quelli di Ponza no, perché hanno utilizzato quanto già esistente. Ciò può aver influenzato le rispettive scelte degli anni ’70, quando, con l’arrivo del turismo, è aumentata la necessità di rifornimento idrico: i primi hanno dato una risposta innovativa e risolutiva e i secondi no.
Vediamo come è andata.

A Formentera, quando col turismo l’acqua divenne insufficiente, ci fu una iniziale risposta individuale da parte dei primi alberghi che si attrezzarono con dissalatori. Ma subito il MOP, il Servizio Idraulico delle Baleari, diede il via a studi e progetti per poter delineare una politica di approvvigionamento idrico per l’isola. Così si provvide a controllare e mantenere i corsi d’acqua esistenti, poi si progettò un impianto idraulico per la distribuzione dell’acqua che arrivasse a tutta la popolazione (calcolando anche quella estiva), e infine si avviarono impianti di dissalazione per rendere l’isola autosufficiente.
A Ponza, invece, è successo tutt’altro. Non c’era stata la cura né il recupero delle vecchie strutture, la miniera alle Forna aveva provocato la distruzione della falda acquifera dell’antico acquedotto romano e diverse cisterne, una volta piene di acqua, erano state inglobate nelle costruzioni abusive.

Miniera [6]

Il sito della Miniera, a Ponza

E, quando è arrivato il turismo massiccio degli anni settanta, l’isola ha scelto, in maniera passiva, di aumentare le corse delle navi cisterna.
Ma ciò che ha inciso di più è stato qualcos’altro, per me, incomprensibile.

Nella relazione, Arturo Gallia, sebbene la conosca, non cita l’iniziativa politica che c’era stata nella seconda metà degli anni settanta. Ricordiamo che la giunta di Mario Vitiello (leggi qui) [7] aveva fatto progettare l’acquedotto sottomarino ed aveva ricevuto una prima tranche di finanziamento che aveva utilizzato per le opere a terra sull’isola; quindi, fino a questo punto il discorso farebbe emergere una certa somiglianza con Formentera anche nella capacità di offrire soluzioni. Ma poi, gli abitanti di Ponza hanno scelto, negli anni ’80, di rifiutare l’acquedotto sottomarino progettato, approvato, finanziato e già in fase di costruzione.
E’ questo il punto che consente a Gallia di tirare le somme, perché quanto successo proprio a ridosso della soluzione definitiva a portata di mano, è certamente l’esito della incapacità a relazionarsi fra gli abitanti di Ponza, in particolare fra i gruppi attivi nella politica e nell’economia, nella cultura e nella società, cioè fra coloro che costituivano la classe dirigente locale.

Formentera. Faro [8]