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La Corradina

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di Carla Bielli

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Benvenuta tra i collaboratori del sito a Carla Bielli, che come esordio ci propone una storia di gatti e di marinai.
La Redazione

La Gattara. Dipinto a olio di Lamberto Paris

 

La Corradina diceva che il suo gatto aveva ventiquattro anni. Lo potevi vedere, in casa, adagiato su un cuscino morbido e pulito, un po’ in disparte, in mezzo alla confusione di oggetti e cianfrusaglie sparsi ovunque, anche sul pavimento. Aveva gli occhi cisposi e il mantello spelacchiato qua e là, ma era in buona salute e mangiava ancora con appetito.

Corradina era orgogliosa della longevità del suo beniamino, ma l’accudirlo non bastava a soddisfare la sua passione per i gatti: per farlo doveva nutrire tutti quelli del paese almeno due volte al giorno, ma proprio tutti, anche quelli che avevano casa e padroni.

Corradina non era nel fiore degli anni e non si vestiva mai, neanche per uscire. Stava tutto il giorno in sottoveste e si copriva con una vestaglia: leggera a fiori d’estate, di flanella celestina, pesante, d’inverno. Soffriva di emicrania e, quando era sotto attacco, girava con una benda strettamente legata intorno alla fronte.

Una maledetta estate il gatto di ventiquattro anni morì. Senza sofferenze, nel sonno, come un vecchio saggio. E così Corradina corse in vestaglia a chiamare il fotografo, perché scattasse un’ultima immagine del suo beniamino.

Chiese ad un vicino di casa il permesso di seppellirlo nell’orto, in modo da poter piangere sul cadaverino un po’ di tempo ancora. Il vicino, tale Ferruccio, acconsentì, purchè la tomba fosse nella parte dell’orto, quella in salita dove non cresceva quasi niente.

Verso sera, con il fresco, Corradina scavò una piccola buca. Vi ripose la sua più bella e colorata scatola di latta: aveva contenuto un assortimento di biscotti finissimi e ora custodiva la salma dell’adorato vegliardo. E con gli occhi velati di lacrime cominciò a ricoprirla di terra, a palettate piccole piccole, piano piano, con garbo. E il suono ritmato sul coperchio di latta, era un ritmo triste, una musica da funerale.

E ogni volta che Corradina si piegava verso la fossa, s’intravedeva la sottoveste, proprio là dove cominciava la pelle appassita della scollatura e anche là, poco sotto il ginocchio, dove la vestaglia aveva perso i bottoni. La grazia leggera di quel merletto sobrio e setoso raccontava di tempi migliori vissuti dalla Corradina.

Quando, tanti anni prima in una città di mare un marinaio le regalava biancheria fine e un bel giorno, ventiquattro anni fa le aveva regalato un gatto e non era più tornato.

Colmata la buca alla meglio, Corradina si avviò verso casa.
L’aria fresca della sera e un po’ di brezza che si era alzata dal mare vicino asciugavano come una carezza le lacrime sulle guance rugose e un po’ ruvide, ma lei non se ne accorgeva. Sentiva soltanto come delle leggere martellate nel petto, leggere, ma dolorose e il suono che producevano, neanche tanto regolare, ritmato nelle orecchie.
Era il dispiacere, lo sapeva, lo aveva provato allo stesso modo, pensando di morire, ventiquattro anni prima, un giorno dopo l’arrivo del gatto.

Ma quando era arrivato invece era stata una festa!
Il marinaio, sorridente sulla porta di casa le porgeva il cestino con quella testolina che spuntava… E lei Corradina di slancio abbracciava il dono e il donatore, andandogli incontro con la leggerezza e la grazia di una danzatrice.
Le ore successive erano state le più belle di tutte, tra lei e il marinaio, fecero come sempre l’amore, ma giocarono anche a lungo col gattino ridendo e lo coccolavano, ora l’uno ora l’altro, guardandosi con gli occhi brillanti di gioia, come avrebbero fatto due bambini con un giocattolo meraviglioso, sognato a lungo e finalmente avuto in dono.

Lui uscì, sussurrando come sempre “a domani”, dopo l’ultimo bacio sulla porta di casa.
E invece non tornò mai più.

L’indomani, per l’intera giornata Corradina lo aspettò, seduta vicino alla finestra, a guardare verso il portone, immobile. Il cucciolo d’argento vivo non stava un momento fermo: saltellava e inseguiva tutto ciò che si muoveva, compresi i granelli di niente brillanti nella luce.

Non l’aveva mai dimenticato quel giorno, la Corradina; anche ora, nonostante quello che era successo, così come era, tanto più vecchia e in vestaglia, con la paletta della sepoltura in mano, al ricordare veniva risucchiata nella carne inerte di quella giovane donna elegante e ben pettinata, sempre lì, a soffrire prigioniera di una sedia vicina alla finestra.

Inciampò in una zolla, si riscosse e affrettò il passo, non era il caso di raddoppiare la tristezza.
Si sorprese a pensare così: mai, prima aveva osato scacciare quel ricordo che ogni volta la inchiodava a quella sua croce. Ma successe tutto in un attimo: il lutto del principio si raggrumò in quello della fine, l’immagine del marinaio si allontanò fino a diventare un anonimo puntino all’orizzonte dei pensieri e il sapore dell’ultimo bacio abbandonò la bocca. Il corpicino del gatto adagiato nella bara di latta divenne l’unica immagine dolorosa presente nella mente e scacciò tutti i pensieri.
Anche perché era arrivata a casa e, aperta la porta, si rese conto che il cuscino era sempre lì per terra e lei ce lo aveva lasciato apposta per l’ultima fotografia, ma ora era lì per il semplice motivo che non aveva poi avuto e non aveva ancora il coraggio di spostarlo.
Si fermò sulla soglia, le palpebre andavano su e giù veloci, come se avessero voluto snebbiare lo sguardo: le sembrava una casa diversa dalla sua casa. Si sentì indebolire e vorticare un poco. Lasciò cadere la paletta e, sussultando al rumore metallico che risuonava sguaiato sulla pietra si riprese.
Ebbe d’improvviso la facoltà di guardarsi intorno e di vedere.
Le cartacce, le scatolette vuote, tutte le sue cianfrusaglie polverose e sparse. E apparve anche una vecchietta, anzi, no era l’immagine di una vecchietta in quello specchio sbilenco e appannato appeso sulla parete lì vicino. Come era vecchia questa donnetta! …la vestaglia era come la sua, quella bella, ma ridotta uno straccio, sgualcita impataccata e quasi senza bottoni. Alzò una mano e la vecchia donna nello specchio fece lo stesso. Deglutì Corradina e anche l’altra. Si tolse la vestaglia e la guardò: era lo straccio senza bottoni che l’altra aveva addosso, infatti anche quella lì era ora in sottoveste là nello specchio.
Una sudarella copiosa la costrinse ad asciugarsi il viso con la vestaglia cencio. Aveva l’odore del gatto che lei rivide subito, ma non come era all’ultimo, bensì un gatto nel fiore degli anni liscio e paffuto che le veniva incontro e si strusciava, con certe fusa che si potevano ascoltare a venti metri di distanza. Un gatto fatato, un incantesimo che era durato ventiquattro anni.
Ora basta, però, basta! …pensò Corradina; si raddrizzò e riconobbe nello specchio i suoi occhi chiari e brillanti tra le rughe, si guardò intorno e cercò un pettine, dovrebbe essere qui…..

Qualche ora dopo andò a bussare a Ferruccio. Si era messa una gonna e una camicetta, fuori moda ma di colori che stavano bene insieme. Aveva domato i ciuffi solitamente scomposti dei capelli, costringendoli in un foulard a fascia poco sopra l’attaccatura. Chiedeva dei sacchi per la spazzatura.
Lui la riconobbe appena; le dette un po’ di sacchi senza fare domande e la invitò a cena quando avesse finito: panzanella con le cipolle e i pomodori del suo orto, formaggio, pecorino e vinello fresco. Un bel quadretto di pomodori rossi e verdi, lucidi d’olio, inanellati di cipolla tagliata fina e mescolati al basilico, si apparecchiò nei pensieri di Corradina, un profumo appetitoso s’impose e spazzò via l’odore stratificato di scatoletta per gatti; un fiotto di saliva dolce le inondò lingua e palato. Accettò, torno dopo, torno dopo… tra poco, ho fame.

Quella sera i gatti del paese dovettero arrangiarsi per mangiare; lo capirono e si dettero da fare con rospetti e topini dopo aver fissato per qualche minuto increduli, con quei loro occhi a lampadina, i piattini vuoti nei cantoni.

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In copertina. “La gattara” dipinto a olio di Lamberto Paris

 

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