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Il telegrafo nel Regno delle Due Sicilie

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di Alessandro Romano

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Ponza racconta si arricchisce di una nuova collaborazione. Alessandro Romano, ponzese d.o.c. con moglie ventotenese, rappresenta per la serietà e la profondità degli studi, uno degli “isolani” più attenti alle nostre radici. Da decenni non solo è alla ricerca di documenti e testimonianze che documentino la nascita borbonica delle nostre isole, ma ha compiuto importanti esplorazioni su figure del Risorgimento come Carlo Pisacane.
Una passione che lo vede impegnato ormai da decenni e che rilancia sul suo blog. Siamo ansiosi di riscoprire attraverso di lui pagine inedite o poco conosciute della nostra storia che, afferma, sono una continua sorpresa.
La Redazione

 

La rete telegrafica del Regno delle Due Sicilie fu, per estensione e difficoltà di realizzazione, un’impresa avveniristica di eccezionale importanza per quel tempo che, oltre a segnare un nuovo primato tra i tanti già annoverati, determinò una serie di innovazioni tecnologiche che ancor oggi costituiscono per la scienza delle telecomunicazioni un fondamento imprescindibile.

Va innanzitutto detto che l’utilizzo ed il potenziamento della “telegrafia elettrica” corse parimenti allo sviluppo delle macchine a vapore, sia su rotaia che sul mare, ed ebbe un’importanza eccezionale anche per tutte le altre innovazioni tecnologiche. Oggi c’è chi, addirittura, lo paragona all’importanza di internet.

Tuttavia, contro le prime istallazioni delle linee telegrafiche ci fu una forte resistenza alimentata da mille pretesti che, almeno all’inizio, ne frenò lo sviluppo.

Pali telegrafici. Bis

Pali telegrafici. a) Progetto; b) palo telegrafico montano

Una delle ragioni dell’avversione a questo rivoluzionario strumento di comunicazione, fu “l’impatto” che quei “fastidiosi pali scuri” che sorreggevano i fili  telegrafici, comportavano al paesaggio ed il fastidio che essi arrecavano al lavoro dei campi ed alla pastorizia. Nemmeno a dirlo, i maggiori oppositori furono gli inglesi, guarda caso i costruttori ed installatori dei “Telegrafi ottici Chappe” nati in Francia durante la Rivoluzione, che con l’avvento di questo nuovo ed affidabile strumento di comunicazione, vedevano svanire un altro loro monopolio.

Ma la certezza e l’immediatezza a qualsiasi ora dei messaggi trasmessi e la potenziale capillarità del sistema abbatterono ogni concorrenza ed il telegrafo elettrico, superate le prime resistenze, dilagò da un capo all’altro del Regno.

Telegrafo toscano

Telegrafo toscano 

Matteucci Carlo

Carlo Matteucci

Ad onor del vero, l’attivazione del primo telegrafo in Italia avvenne in Toscana tra il 1847 ed il 1848 e fu ad opera di Carlo Matteucci, su commissione del Granduca Leopoldo, e consisteva in una rudimentale linea aerea monofilo installata su pali sistemati lungo la strada ferrata che collegava Firenze, Pisa e Livorno.

Nel frattempo Ferdinando II, intuendo l’importanza di questo nuovo strumento di comunicazione, aveva commissionato lo studio per la realizzazione di una complessa rete telegrafica che collegasse tutti gli uffici postali delle province e delle principali città del Regno, Sicila compresa. Considerata l’urgenza e la totale novità di quanto si voleva realizzare, Ferdinando II ritenne di affidare l’incarico al Corpo Militare di Strade e Ponti che già in passato si era particolarmente distinto e fatto apprezzare per l’estrema preparazione e competenza, come ad esempio la realizzazione dei ponti in ferro.

Telegrafo napoletano

Telegrafo napoletano

Già dalla prima ricognizione tecnica apparve il grande ostacolo rappresentato dalla tormentata orografia di gran parte del territorio del Regno. Catene montuose alte ed impervie, vallate e gole impenetrabili, torrenti, fiumi intervallati da selve fitte ed, infine, il mare, annunciavano un’impresa oltremodo difficoltosa e costosa.

 

Tra il 1850 ed il 1852 l’Austria, attraverso la compagnia “Lega Telegrafica Austro – Germanica” estese la sua rete telegrafica imperiale anche al Veneto, alla Lombardia ed a parte del Piemonte, connettendola a quella del Granducato di Toscana ed, in seguito, allo Stato della Chiesa. Subito dopo fu collegata al Regno delle Due Sicilie ed alla Francia. E’ in questa fase che vengono decise le caratteristiche tecniche per standardizzare i messaggi scambiati tra stati diversi. Viene, quindi, adottato il “Codice Morse Continentale”.

Quando nel nord della penisola la rete telegrafica veniva in parte completata ed interconnessa, nel Regno delle Due Sicilie, nonostante le serie difficoltà affrontate nel collocare pali e stendere fili su e giù per rocce e monti impervi, le principali città erano state già tutte collegate da più di anno con telegrafi del tipo ad aghi. Ciò che però attirò l’attenzione degli scienziati internazionali sull’impresa napoletana, realizzata al limite delle possibilità tecnologiche del tempo, furono due fattori: la lunghezza delle tratte tra i punti di allaccio e l’attraversamento del mare. Questa seconda caratteristica, strettamente collegata alla prima, attirò l’interesse soprattutto dell’Inghilterra.

Samuel Morse

Samuel Morse

Anche se alcuni documenti accennano della presenza a Napoli di Samuel Morse (l’inventore americano del telegrafo via filo) lasciando pensare ad un’applicazione fuori brevetto di qualche singolarità tecnica ancora segreta, allo stato attuale non si hanno ancora notizie precise sulle caratteristiche di costruzione dei primi cavi telegrafici sottomarini e sulle modalità di “amplificazione” degli impulsi in conduttori molto lunghi, ma una cosa è certa, il tutto fu studiato e realizzato felicemente a Napoli e precisamente a Pietrarsa, in quell’opificio che tanto aveva tormentato e tanto tormentava gli inglesi. Probabilmente non si adottò un cavo unico, ma, come si fece in larga scala dopo, dei “canapi sottomarini particolari” costituiti da una coppia di “anime conduttrici in rame puro”. Inoltre l’isolamento non fu realizzato come si era fatto fino a quel momento e cioè in legno di ciliegio e gomma naturale, ma in porcellana grezza di Capodimonte e catrame denso e gelatinoso “contenuto da una guaina catramata non rigida”. Con questo accorgimento, l’acqua marina anche a grandi profondità non avrebbe mai raggiunto l’anima dei cavi (immersi nel catrame) alterandone la conducibilità elettrica.

Nemmeno sappiamo ancora bene cosa esattamente accadde in termini di brevetti o fughe di notizie industriali, ma l’attraversamento sottomarino telegrafico della Manica avvenne solo dopo che (in ordine) Capri, Procida, Ischia e la Sicilia erano state collegate alla terraferma.
Non solo l’attraversamento marino inglese avvenne molto dopo rispetto a quello napoletano, ma si interruppe dopo qualche giorno dalla sua pomposa inaugurazione.
Fu una grande brutta figura per chi deteneva il monopolio industriale e commerciale mondiale. Ufficialmente la causa dell’avaria fu addossata ad un danneggiamento involontario da parte di un pescatore, ma sta di fatto che quel collegamento restò interrotto per sempre e solo una nuova posa di un nuovo e diverso cavo (napoletano?) riuscì a collegare i due estremi.

Nuovo telegrafo napoletano

Nuovo telegrafo napoletano

Nel 1857 le ultime isole ad essere collegate alla rete telegrafica del Regno delle Due Sicilie furono Ponza e Ventotene e ciò avvenne con un cavo subacqueo lungo 30 miglia marine, che è quasi il doppio della distanza che divide la Francia dall’Inghilterra. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una vera e propria impresa per quel tempo e sicuramente un altro primato se si considera la grande profondità del tratto di mare attraversato.

A dispetto dell’avaria inglese, il cavo di Ponza fu dismesso solo 70 anni dopo quando, ancora perfettamente funzionante, fu abbandonato dal regime fascista e sostituito da un nuovo impianto, considerata la vetustà della tratta sottomarina borbonica e temendo una sua improvvisa interruzione con un insostenibile isolamento del confino politico insediato sull’isola. Nel 1942 la nuova tratta si interruppe per un ancoraggio errato di una unità da guerra ed il vecchio cavo borbonico continuò a fare il suo lavoro. C’è chi afferma che quella tratta, se rimessa in opera, oggi potrebbe funzionare ancora.

Decreto Telegrafo sottomarino Sicilia- Malta

Mentre l’Inghilterra impazziva nel far funzionare il suo telegrafo della Manica, nel 1859 Ferdinando II firmava l’inizio dei lavori di posa del cavo telegrafico tra la Sicilia e Malta. Una notizia di un’impresa colossale che fece il giro del mondo e che fece sognare i fautori di una posa oceanica tutta napoletana.

Nel 1859 i telegrafi del Veneto, della Lombardia, dello Stato Pontificio e, incredibile, del Piemonte erano gestiti da personale austriaco appartenente alla suddetta compagnia. Solo nel Regno delle Due Sicilie il personale era nazionale e militare.
Ma vi è anche un’altra caratteristica. Aperto il servizio al pubblico, il Regno delle Due Sicilie fu l’unico stato (avverrà solo in seguito anche nello Stato della Chiesa) dove era obbligatorio il “mittente certificato”.
Approfondendo l’argomento del “mittente”, emerge una analogia all’attuale internet. Infatti, con lo sviluppo del telegrafo pubblico ci fu chi, approfittando di questo strumento di comunicazione senza firma, inviava messaggi dai contenuti spesso falsi o con false firme, con gravi conseguenze per i destinatari.
Emblematico, curioso e poco noto il caso che interessò Crispi. Il 27 aprile del 1860, a pochi giorni dalla partenza di Garibaldi da Genova per Marsala, Crispi ricevette da Malta, con comunicazione telegrafica a firma di Nicola Fabrizi, il seguente telegramma: “Completo insuccesso nella provincia e nella città di Palermo. Molti profughi raccolti nelle navi inglesi giunti in Malta. Non vi muovete”.  Era falso.

 

Fonti

Archivio di Stato di Napoli – Annali Civili del Regno delle Due Sicilie 1833 – 1858.

A. Ferrario, Invenzioni ed inventori nel XX secolo, Bompiani 1938.

G.B. – Porthcurno Telegraf  Museum.

Raymond Williams, Cultura e rivoluzione industriale, 1780 – 1950, Einaudi 1972.

Greenwich – National Maritime Museum. Collection Tecnique.

U.S.A. S.W. Silver & Company – Naples 1851.

London – Submarine Telegraph Company. New discoveries, 23/85

U.S.A. Atlantic Telegraph Company: 1858 – 1871

Morse a Napoli

Morse a Napoli

Linea telegrafica sottomarina

Mappa del tragitto del cavo telegrafico sottomarino tra il Circeo e Ponza (atterraggio sulla spiaggia di Santa Maria, attuale cantiere Parisi).

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In condivisione con “Rete di informazione delle due Sicilie” –  http://reteduesicilie.blogspot.it/

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3 commenti per Il telegrafo nel Regno delle Due Sicilie

  • Gennaro Di Fazio

    Caro Sandro,
    continua a scrivere e a darci le tante notizie di storia che possiedi; il tuo contributo è necessario, visti la passione ed il rigore che hai sempre dimostrato in questo campo.

    Gennaro Di Fazio

  • rosanna

    Non bisogna dimenticare che fu proprio la presenza della linea telegrafica a consentire al re Ferdinando II di avvertire l’Intendente della provincia di Salerno, Aiossa, dell’imminente sbarco di Carlo Pisacane a Sapri. E’ vero che c’era stata anche una delazione da parte di un rinnegato liberale di Sala, ma era stata vaga ed aveva solo determinato uno stato di all’erta generale. Furono i dispacci telegrafici, trasmessi a Salerno tramite lo “Scalandro”, cioè l’ufficio marittimo di Sapri, che spinsero Aiossa a concentrare a Padula 1000 tra soldati e guardie urbane la mattina del 1° luglio 1857. E fu la fine per la spedizione. E’ vero che ci sono altre concause, dalla fretta nel porre in essere l’impresa, al cattivo tempo, alla mancata insurrezione di Napoli ecc., ma in quel momento a Padula Pisacane veniva circondato senza possibilità di scampo proprio perché aveva funzionato il telegrafo.

  • Caro Gennaro,
    ti ringrazio di cuore per la calorosa accoglienza, sarà mio impegno non deludere te ed i lettori di questa magnifica fonte di cultura ponzese. Un affettuoso saluto.

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