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Le due sorelle

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di Pasquale Scarpati
Vittorio Maria Di Carlo. Sorelle

 .

C’erano una volta due sorelle di incomparabile bellezza. Un padre padrone, cattivo e crudele, le teneva segregate, lontano da tutti  e non le faceva vedere a nessuno. Chiunque osasse avvicinarsi non solo veniva cacciato ma era anche passibile di pena capitale.
Solo pochi erano gli ammessi, ma prima di accedervi dovevano passare severi controlli e declinare le proprie generalità. Quei pochi che riuscivano a lasciare il luogo delle prigionia non potevano non tacere le loro bellezze, per cui in tutti nasceva il desiderio di conoscerle.

La prima, la più grande, era più taciturna ma covava numerosi pensieri, la più piccola, invece, era dotata di una voce argentina. Il padre, forse geloso, non si staccava mai da loro.
Un giorno, però, credendo che potesse cogliere frutti  a piene mani e con molta facilità, si inoltrò in un nera foresta, nonostante fosse già in atto in lontananza e si avvicinasse velocemente un minaccioso temporale. Fulmini e saette scoppiarono con immenso fragore, caddero dal cielo piogge acide e chicchi di grandine molto grossi che portarono la rovina su tutto.

La falce della morte colpì il padre e la sua compagna mentre le due sorelle, singhiozzando, pativano la fame e la sete accompagnate dalla onnipresente e taciturna solitudine.
Nonostante il frastuono la più piccola cercò di far udire la sua  voce squillante, ma nessuno, per il momento, porse l’orecchio perché erano tutti intenti a ripararsi ed a fuggire.

Finalmente il cupo rimbombo si dileguò lontano. Il sole riapparve e gli uccellini, svolazzando di qua e di là, tornarono a far sentire il loro allegro cinguettio.  Piano piano le due sorelle si fecero coraggio e uscirono dalla loro prigionia. Un raggio di sole le accecò perché erano vissute sempre nel buio.
Ma poi i loro occhi un poco alla volta si aprirono e videro il miserando spettacolo: alberi secolari abbattuti e macerie ovunque. Non c’era nulla da mangiare e quindi si saziarono con ciò che trovarono a portata di mano.
Soffrivano e si lamentavano, ma gli uomini, intenti a ricostruire ciò che era stato infranto e alla ricerca di ciò che si era perduto, non prestavano attenzione alla loro debole voce. Quando tutto tornò come prima, alcuni uomini coraggiosi, spinti dal desiderio di avventura, si inoltrarono in quella foresta quasi dimenticata.
Nel silenzio udirono voci soavi che lamentavano il loro stato e la loro condizione. “Ahimè – dicevano – siamo abbandonate; cielo e mare venite in nostro aiuto. Dateci speranza. La miseria ci attanaglia, la morte si avvicina. Se qualcuno ci sente, venga in nostro aiuto”. Così esse pregavano.

In silenzio, con passo felpato, guardinghi quegli uomini si avvicinarono. Ciò che videro li riempì di entusiasmo: due donne bellissime non scalfite né dal tempo né dal ciclone. Poiché esse non volevano abbandonare il luogo dove erano vissute da tempo memorabile, quegli uomini divulgarono ai quattro venti la memorabile scoperta.
Un numero impressionante di esseri umani si precipitò e fece a gara per guadagnare la prima fila, anche sgomitando, per ammirare e farsi ammirare.

La più grande, vedendo quello stuolo e sentendosi più ammirata, si riempì di orgoglio e camminava pavoneggiandosi in mezzo alla folta schiera di uomini che, bramosi, allungavano le mani per toccarla.
Mentre, seduta al sole primaverile, lasciava che i suoi biondi capelli fossero sparsi al dolce zefiro e le sue guance rosee rifiorissero e il bel corpo prendesse vigore, non si accorse che una marea di uomini si erano avvicinati minacciosamente e l’avevano circondata, quasi soffocandola. In un primo momento, presa dall’entusiasmo, dall’ebbrezza dei sensi e credendo di essere amata, lasciò che mille mani la toccassero.
Ad un certo punto si accorse che queste diventavano sempre più sudaticce, appiccicose e soprattutto untuose. Alla fine, stanca di essere viscidamente toccata, volle liberarsi invocando aiuto. Si dimenò, ma le sue membra erano troppo deboli per sfuggire alla morsa soffocante. Inoltre la sua voce, divenuta a mano a mano sempre più flebile, era soffocata dalle urla e dagli strepiti di quegli ammassi corpulenti che non lasciavano intravedere nulla.
Spinti dal desiderio di fare qualcosa e dalla pietà, intorno a lei si aggirava, un po’ impaurito e frastornato, un gruppo di uomini, a volte più numeroso a volte più esiguo, che avrebbero voluto aiutarla ma essi erano troppo gracili e soprattutto divisi per poter affrontare gli energumeni.
Qualcuno, forse impietosito, si avvicinava all’ammasso, ma veniva subito allontanato da un ringhio feroce. Altri, temerari più che coraggiosi, cercarono, anche con la forza, di staccare quei corpi e quelle mani, ma furono attaccati da violenti morsi per cui dovettero precipitosamente arretrare.
Finalmente,  messisi d’accordo, si precipitarono tutti insieme sui quei lupi famelici e riuscirono a liberare la donna, la quale, pur portando i segni della violenta lotta, conservava ancora la sua straordinaria bellezza.

La più piccola, visto che pochi erano quelli che la guardavano, si diede un leggero trucco. Nello stesso tempo, sagacemente, non permise a chiunque di toccarla ma, fiera ed altera, passò in mezzo ad un nugolo di uomini scegliendo chi potesse avvicinarsi maggiormente.
Faceva, intanto, sentire la sua bellissima voce che si sparse in ogni angolo del mondo. Tantissimi si misero in religioso ascolto, poi, attratti da quella voce, si incamminarono e giunsero a vedere colei che aveva una voce così alta ma nello stesso tempo così soave da scivolare nell’animo senza alcuna fatica.
Essi, inoltre, rimasero estasiati anche dalla sua tenue bellezza e dolcezza.
Altri uomini che, in un primo momento, avevano volto lo sguardo altrove e avevano mugugnato, non potettero non voltarsi di nuovo per ammirare quella creatura cresciuta in bellezza e soprattutto in sagacia. La corteggiarono di nuovo ma lei non cedette alle lusinghe anche perché si era circondata di uomini fidati.

A volte così gira il mondo e gli esseri umani, in questo vortice, non dovrebbero  cedere alle tentazioni; se sagaci, però, devono, comunque, irrobustire i sostegni offerti, a cui, prima o poi, sicuramente dovranno aggrapparsi per non cadere nel vuoto.

 

Questo racconto è scaturito da una riflessione su ciò che avviene a Ventotene e  su quello che accade a Ponza
Un ottimo augurio alle sorelle
Pasquale

 

Immagine di copertina. Sorelle di Vittorio Maria Di Carlo

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