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Scoglio Rosso e Piana Bianca. Una leggenda

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di Dante Taddia
Ingresso Rada

 .

Era sempre la stessa storia tutti i giorni: Eèa non ce la faceva più a combattere con quelle due pesti dei figli, Bianca e Rosso.
Bastava girare gli occhi e Bianca eccola lì a fare le boccacce al Nonno Nettuno tirando fuori la lingua rossa rossa
“Smettila. Un po’ di rispetto, diceva mamma Eèa.
Era appena riuscita ad avere un po’ di calma che ecco il fratellino, ancora più pestifero, a sfilare le frange bianche delle onde di Nonno Nettuno: tirava un filo e quelle via che si sbrogliavano tutte, e con quei fili ci si faceva le coroncine e una specie di mantello, tanto per prendere in giro il nonno.

Il nonno, tanto per tenerli buoni e sollevare la povera Eèa da tanto correre per calmarli prometteva che se…
“Ma mi raccomando. Se fate veramente i buoni il nonno vi porterà a fare una bella passeggiata sul suo carro”.

Figurateveli quei due marmocchi pestiferi che cosa potevano mai organizzare per fare i buoni e andare col nonno a fare una passeggiata come quella.

Nonno Nettuno infatti, facendo l’occhiolino a Eèa, diceva fra il burbero e il faceto: “Se fate i buoni…” e loro completavano: “Veniamo a fare una scarrozzata con te!”
“Sì, completava il nonno, se fate  i buoni però, molto i buoni”.
E così, come per miracolo, giusto il tempo di dire “se” ed erano già buoni!

Poseidon sculpture_Copenhagen
Nettuno (Poseidon). Statua nel porto di Copenhagen

Il nonno manteneva la promessa, li caricava sulla sua meravigliosa carrozza e via col vento che scompigliava la sua barba canuta e la capigliatura bionda dei bambini.
Per quelle due pesti era un sogno.
Volevano per forza provare e uno tirava una briglia e subito i tritoni scartavano voltando e poi l’altra che voleva anche lei la briglia e tirava e così i poveri tritoni scartavano ancora e giravano dove erano richiamati.
Il nonno, paziente, cercava di metterli d’accordo: “Ecco facciamo un po’ per uno, ma dolcemente. Vi faccio vedere. I tritoni non vanno strapazzati così,  loro sanno dove andare quando si fa una bella passeggiata”.
E le sue salde mani prendevano quelle dei nipotini e con dolcezza le guidava  per fare governare i tritoni e loro due erano felicissimi.

Quando poi scendevano andavano incontro alla mamma: “Mammaaaa, sapessi come è stato bello, dicendo quasi all’unisono, io ho guidato il carro di nonno”. Aggiungevano poi, guardandosi quasi con sfida: “Io ho guidato il carro”.
“No, io”
“Non è vero, io”
E così ricominciava tutto daccapo in interminabili sì io, no io, e strilli e pianti di io e io e io, fino  a che la voce del nonno non sovrastava quel chiasso argentino: “D’accordo, è vero Eèa, hanno guidato tutti e due il carro  e sono stati tutti e due molto bravi”.

Il parere del nonno era il supremo giudizio e così si aveva un po’ di calma e di tranquillità, ma era sempre per troppo poco tempo perché bastava un nonnulla per riaccendere i loro giovanissimi animi e infuocarsi di nuovo.

Quel giorno però la fecero proprio grossa.
Era un caldo pomeriggio d’agosto e nonno Nettuno sonnecchiava all’ombra della grande medusa, mamma Eèa stava con le amiche a ricamare con stelle, gorgonie e coralli un grande manto per la parata solenne di fine estate.
Il carro era lì. Appena legato al grande ramo di corallo nero.
Nonno Nettuno aveva promesso che se fossero stati buoni, ma veramente tanto buoni, beh, avrebbero fatto una bella passeggiata, dato il tempo sereno e assolato, e avrebbe fatto loro guidare il carro tenendo ognuno da solo le briglie.
I tritoni muovevano ritmicamente le pinne piluccando stancamente qualche ciuffo di posidonia e lattuga di mare  che il debole flusso e riflusso portava loro quasi a tiro di bocca.
Insomma il classico pomeriggio estivo tutto calma e riposo.
I due fratellini erano stranamente troppo silenziosi e calmi, si guardarono e… il pensare fu più tardo dell’agire: saltarono entrambi sul carro e tirarono le briglie, ognuno per proprio conto, per fare come faceva nonno Nettuno.
E fu il putiferio…

Il carro partì all’impazzata.
Una tirata di briglia del genere voleva solo dire per quei poveri tritoni che Nettuno, il loro padrone, aveva una cosa urgentissima da fare.
Non si erano accorti infatti chi fosse in quel momento alle briglie; sollevarono dapprima un ribollire di schiume e poi quando non più sotto il controllo della mano ferma del loro re e padrone ma delle piccole mani dei bambini, ecco che il loro galoppo frenetico produsse flutti e marosi, cavalloni enormi e onde altissime.

Il carro andava come una saetta; s’impennavano i tritoni e tornava indietro, riandava avanti, girava su se stesso, ritornava nuovamente indietro e ripartiva di corsa in altra direzione.

I tritoni avevano ormai preso il sopravvento e andavano veramente a briglia sciolta.
Il mare era lì, a loro disposizione e sapevano che occorreva andare, e veloci.
Quel povero mare e la terra ne fecero le spese con tutto quello che c’era.
Eèa e le amiche furono dapprima bagnate dalle prime onde, poi schiaffeggiate da marosi e cavalloni, e rotolate e trascinate più volte.
Il mantello che stavano ricamando fu preso nel vortice delle acque e strappato in più punti: tutti gli ornamenti andarono dispersi.
La terra poi fu battuta duramente e ripetutamente da quelle onde che la sommergevano per poi subito dopo scoprirla di nuovo e ricadere ancora con maggiore violenza, trascinando e rotolando ogni cosa fino a rimanerne quasi sommersa.
Figurarsi nonno Nettuno…

Svegliato così di soprassalto nel bel mezzo del suo pisolino pomeridiano!
Non gli ci volle molto a capire cosa era successo. Avvicinò due dita alla bocca ed emise un poderoso fischio. I tritoni ristettero un attimo.
Quel richiamo era troppo noto per non sapere a chi appartenesse: ma allora chi c’era alle briglie del carro?
Non era il loro padrone che, come capitava in quei rari momenti d’ira, quando litigava con suo fratello Eolo e i suoi accoliti, i venti, correva all’impazzata sulla superficie del suo regno scompigliandolo tutto.
I tritoni si arrestarono di colpo per invertire il loro sfrenato galoppo e rientrare dove avevano sentito provenire il fischio.
Si precipitarono dal loro padrone facendo forse ancora peggio e sollevando ancor maggiori onde e più poderose, ma dovevano andare, il loro padrone li stava aspettando: aveva addirittura appoggiato da un lato il suo tridente e stava con le gambe leggermente divaricate e arcuate, e dette prova della sua ancor presente vigoria e prestanza quando i tritoni gli passarono accanto al galoppo sfrenato.
Saltò sopra il carro per fermarlo e salvare i nipotini e tutti gli altri abitanti del mare da una rovina.

Nettuno e tritoni

Trionfo di Nettuno da Giulio Romano e dalla sua bottega mantovana (1499 – 1546)

Le mani sicure di Nettuno ristabilirono il governo dei tritoni, che rallentarono la loro corsa e si fermarono ansimanti.
Le acque si calmarono poco a poco e nel giro di un paio d’ore tutto era tornato alla calma  di un pomeriggio estivo, come lo era stato prima.
Il sole se la rideva compiaciuto di poter brillare su quella stupenda distesa del mare nuovamente azzurro cupo e calmo.
Che spettacolo però per il resto!
Nonno Nettuno era veramente adirato.
Lasciava correre tante cose e la vivacità dei piccoli la capiva e giustificava, e del resto tutti i nonni lo fanno da sempre, ma la disobbedienza, beh, quella proprio non poteva tollerarla.
“Non diventerete mai saggi se non vi date una corretta forma di autogoverno”.
Che paroloni!
Ma i due fratelli sapevano che le parolone volevano dire solo una cosa: obbedire a quanto i genitori e il nonno dicevano. E loro non lo avevano fatto.
“Mi spiace Eèa, figlia mia, disse Nettuno, ma meritano una lezione che deve servire loro da monito e per sempre.  Lo capisci anche tu vero?”
“E’ giusto, padre mio, avete ragione”.

Roma. Fontana di Trevi. Nicola Salvi . G.B. Maini. 1735

 

Roma. Fontana di Trevi. Nicola Salvi (prog.), G.B. Maini (scult). 1735

E fu così che per punizione la lingua rossa di Bianca nonno Nettuno la fece diventare bianca, bianco latte addirittura.
Il mantello e le coroncine bianche delle frange con cui si ornava il fratello, il nonno le fece diventare tutte rosso-vergogna per aver disobbedito e i due pestiferi fratellini  furono separati: potevano tenersi solo per mano sotto la superficie del mare, dove potevano essere meglio controllati per non compiere più monellate insieme.
L’avevano fatta grossa e il nonno doveva dimostrare ai suoi sudditi che giudizio e relativo castigo erano uguali per tutti, nessuno escluso, neanche i suoi nipotini.

Piana Bianca

Lei divenne Piana Bianca; le fu dato questo nome per ricordarle lo spavento che aveva fatto prendere a sua madre Eèa, e dovette rimanere ferma e immobile con la sua lingua che tante volte aveva tirato fuori per fare sberleffi al nonno, a gustarsi tutto il salato del mare.

Lui lo chiamarono Scoglio Rosso e dovette rimanere fermo e immobile. E poiché voleva sempre giocare a mettersi il mantello come faceva il nonno, lo ebbe ancora il mantello blu e le coroncine frangiate bianche ma… solo ai suoi piedi: non ci si poteva ornare più come prima.

Nonno Nettuno poi ci mise anche l’aggiunta.
Li aveva messi uno a destra e l’altro a sinistra, prima di entrare in quella stupenda baia che poi divenne il porto di Ponza, e si sa le cose come vanno, anche allora  c’era la burocrazia e la lentezza delle decisioni fu tale che… beh passò del tempo e qualcuno dimenticò di dire che la punizione era ormai finita.
Loro rimasero lì dove sono ancora oggi per proseguire il castigo: debbono assistere  al passaggio di tutte le barche che entrano ed escono dal porto, continuamente battuti dalle onde che esse sollevano, per non dimenticare ciò che avevano fatto alla madre Eèa e alle sue amiche.

Piana Bianca. Mare agitato

 

Scoglio Rosso

 

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