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Il porto come un abbraccio

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di Gabriella Nardacci
Barcellona antica

 .

Più leggo di mare e delle cose che appartengono a esso, più scorgo attinenze, metafore e affinità con le persone e delle cose concernenti sensazioni, emozioni, percezioni che le persone provano.

Così il mare acquista altri elementi che aggiungono  al concetto del mare altri significati: mare come amore… mare come l’ignoto… mare come l’infinito… mare come viaggio… mare come abbraccio.

Cerco di leggere ogni libro di narrativa anche se dalla presentazione e dalla lettura delle prime pagine sembra non desti interesse da parte mia. Sono così fortemente presa dalla curiosità però, che comunque ho la testardaggine di leggerlo perché credo nella conoscenza di ogni cosa per poter operare confronti e quindi scegliere ciò che più è adatto a me.

Di solito libroni da mille pagine mi mette pensiero leggerli: ho sempre paura di non finirli ma poi penso che se non avessi letto romanzi come ad es. Anna Karenina di Tolstoi o La coscienza di Zeno di Svevo (tanto per citarne qualcuno), non avrei neanche saputo confrontare nessuna scrittura e così, ora non ne disdegno nessun tipo di libro sia in contenuto che in formato. Sempre comunque ricordo qualche passo di ciascun libro e sempre ne sottolineo quel passo.

Giorni fa, mentre sistemavo la libreria, mi sono accorta di avere un libro che mi aveva portato un’amica e che non ricordavo di aver letto: La Cattedrale Del Mare di Ildefonso Falcones. La storia raccontata, va da sé. Scorre con dovizia di particolari e si legge bene e senza fatica di scoprirne i significati dal momento che è semplicemente narrativa. Un solo passo ho sottolineato finora ed è la descrizione che si fa di alcuni porti e l’importanza e la necessità che si dà ad essi.

Ildefonso Falcones. La Cattedrale del Mare

Ildefonso Falcones –  La cattedrale del mare; La catedral del mar (2006) – Tea Ed. 2009

“Barcellona, XIV secolo… Erano quasi cento anni che Re Giacomo aveva proibito di costruire sulla spiaggia di Barcellona.
Nei porti dei nostri nemici e dei nostri concorrenti commerciali, le navi non vengono tirate in secca sulla spiaggia… Genova, la nostra nemica ha un porto naturale protetto dal mare… Venezia ha una laguna cui si accede attraverso canali; le burrasche non la preoccupano e le barche possono rimanerci al riparo.
Il porto d Pisa comunica con il mare attraverso il fiume Arno  e persino Marsiglia ha un porto naturale dove ripararsi dalle inclemenze del mare…
Se avessimo un porto con i suoi moli, quella nave che vedi laggiù, potrebbe scaricare sulle banchine, senza bisogno di tutti quei barcaioli che raccolgono sulla riva tutta quella mercanzia.  Inoltre, se scoppiasse un temporale, sarebbe in grave pericolo, dal momento che non sta navigando ed è vicinissima alla spiaggia e quindi dovrebbe lasciare Barcellona… Rischierebbe di naufragare se  rimanesse lì dov’è perché non potrebbe affrontare la burrasca!”

La storia dei porti è lunga come quella dei fari. Parte da popoli antichi come Fenici, Etruschi, Egiziani, che attraccava le loro navi a grossi empori non meglio definiti nelle strutture e arriva al periodo tra il VI e il V secolo quando si videro costruire veri complessi portuali come Atene e Corinto e porti aperti come a Siracusa, Chio, Samo fino ai bacini portuali dei Romani con i magazzini, gli arsenali, i porticati per arrivare ai giorni nostri con la variante dei materiali ma con la stessa struttura di un tempo.

“Non abbiamo un vero porto… – si lamentò Guiamon, come se si trattasse di un grave difetto personale…”.

Questa espressione l’ho trovata bella, intensa, bisognosa di tenerezza.

Sì, perché il porto del mare mi è apparso come l’abbraccio di una madre, di un amico, di un padre. Uno di quegli abbracci in cui ci si rifugia istintivamente da bambini quando si ha paura di affrontare un pericolo o di superare un grosso ostacolo.

Uno di quegli abbracci che noi adulti, meno istintivi e più razionali, a volte suggeriamo o speriamo se ne possa essere percepito il bisogno con uno sguardo, una parola o un gesto.

– “Questo è un porto, qui ti amo” – poetizzava  Neruda o come ha scritto Rita Bosso in un bellissimo articolo di qualche tempo fa: –“Io, che non sono architetto e neanche uno storico, ma soltanto una a cui piace camminare curiosando, tra persone, luoghi e tempi, mi chiedo che tipo di vita si svolgesse qui tre secoli fa, quando questo porto è nato.

Tutto quel che so, è che i progettisti avevano in mente tre aeree funzionalmente distinte: produzione, commercio e relazioni sociali, abitazioni e collocarono ciascuna di esse in uno dei piani del porto… Come i piani di una villetta: in basso la cantina, al centro la zona giorno, in alto le camere da letto… Immagino il pescatore, che percorrendo pochi gradini, passa dalla barca al magazzino degli attrezzi e poi alla casa. Si affaccia al balcone e osserva la sua barca, controlla l’ormeggio e scende a rinforzarlo se tira il vento…” [Da: ‘Il porto di Ponza, un teatro sul mare’ (Da: http://www.lisolaweb.com/)].

Il Porto
Il porto è come un abbraccio dopo essere rientrati a casa da un lungo viaggio.

 

Immagine di copertina. Antica stampa di Barcellona

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