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Bambini a Vignola

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di Alessandro Vitiello (Sandro)

La spiaggia con la Chiesetta di Vignola

 .

La spiaggia di Vignola era la meta dei pescatori ponzesi, nella prima metà del secolo scorso.
Da quelle parti si sono consumate generazioni di giovani della nostra isola che, pescando le aragoste, garantivano alle loro famiglie di vivere decentemente.
Eppure ci sono aspetti di quel mondo che piano piano vengono a galla e raccontano qualcosa in più di quanto si sapeva.

Quelli della generazione di mio padre se ne sono andati e lui ne è stato l’ultimo testimone.
Anche se ha raccontato con grande passione dei legami di amicizia con la gente di Aglientu ha lasciato sempre un po’ nascosta una parte delle relazioni che ci sono state con quella gente.
Qualcosa in più è saltato fuori durante il viaggio del gemellaggio tra le due comunità, a fine settembre (leggi qui).

Da sempre i bambini di Le Forna hanno accompagnato i genitori in Sardegna, a Vignola, a Calasarraina, all’isola Rossa e negli altri luoghi di pesca.
Mio padre c’è andato appena finita la prima guerra mondiale; lui che era nato nell’11.
Partivano in primavera e tornavano in autunno.

La stessa cosa è successa ai miei fratelli maggiori – Silverio e Salvatore – all’inizio degli anni ’50. Loro però andavano solo nella stagione delle vacanze scolastiche.
Ai primi di giugno, finita la scuola, accompagnati da qualche amico questi ragazzini con la nave arrivavano ad Olbia.
In pullmann fino a San Francesco d’Aglientu e a piedi giù fino alla spiaggia di Vignola.
Salvatore arrivò a Vignola nel giugno del ’51.

C’era mio padre con i suoi fratelli che lo aspettavano e c’era pure il mio nonno Silverio, quasi settantenne. In Sardegna ci si portava pure i vecchi, da inizio stagione.
Questi non andavano a pescare in barca: passavano gran parte del loro tempo a costruire nasse per la pesca alle aragoste.
Facevano qualche piccola commissione e davano un occhio a questi bambini.
Di bambini ce n’erano diversi.

C’era Aniello Balzano, c’era Pierino di Gennarella (morto troppo giovane in un cantiere americano), Carlino di Scarparo, Raffaele “Punta Incenso”, Peppe e Luigi di zio Michele, Salvatore Polifemo, i miei fratelli e mio cugino Aniello.

Ma c’erano pure i bambini di Sardegna.
Alcune famiglie di pastori accudivano mandrie di animali – mucche, pecore, capre e maiali – nelle terre prossime alla spiaggia dei ponzesi.
Vivevano in grandi spazi e per questi bambini la condizione dell’isolamento era una costante.
Le abitazioni più vicine erano a qualche chilometro e i genitori non permettevano loro di allontanarsi senza essere accompagnati.
Per questi bambini era una importante novità vedere arrivare le barche dei pescatori ponzesi in primavera ma era una festa grande quando arrivavano i bambini di Ponza.
Parlavano dialetti diversi eppure si capivano benissimo.
Passavano tante ore insieme a giocare e le donne di Sardegna non facevano distinzione tra i loro figli e i bambini di Ponza.

Una di queste era Nicoletta, madre di Cecilia e di Pasquale Lutzu.
Vivevano in quella costruzione rurale sopra la chiesa di San Silverio.
Una parte di quelli che i ponzesi chiamavano “malazzeni” erano anche dimora per i vecchi e per i bambini ponzesi ai quali veniva risparmiato di dormire all’aperto.
La mattina a colazione, quando arrivavano i bambini di Ponza, il tavolo si allungava e una scodella di latte con il pane appena sfornato c’era per tutti.
Quel pane così prezioso lo godevano anche i padri, i pescatori che nel pomeriggio tornavano a terra affamati.

Forse uno dei momenti più emozionanti del nostro viaggio in Sardegna è stato proprio l’incontro tra i miei fratelli e Cecilia.
Lei era piccola negli anni di cui si parla e partecipava raramente ai giochi dei maschi, più grandi, ma aveva ricordi forti e felici di quel tempo.
Come suo fratello Pasquale che siamo andati a trovare a casa sua.
Pasquale ha conservato una memoria fotografica di quella stagione e ha aggiunto tanti piccoli particolari a comporre un mosaico fatto di emozioni vere.

Da quelle parti si sono scritte pagine di grande civiltà, solidarietà e condivisione.
È opportuno conservarne memoria.

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