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Il mare non ha confini…

di Vincenzo Di Fazio (Enzo)

naufragio di migranti [1]

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Il mare non ha confini. Come l’aria.

Con l’aiuto del vento un aquilone può percorrere chilometri nel cielo sorvolando paesi e genti diverse.
Guidati dalla spinta del vento, delle correnti e delle onde un tronco, un relitto, galleggiando in mare, può attraversare oceani e raccontare della sua storia lontano miglia da dove è partito.
Il mare, come l’aria, raccoglie e mescola.
Nel suo andare accomuna ma respinge anche chi l’affronta pensandolo materia malleabile senza conoscerne le insidie e le barriere. Con la complicità di gente senza scrupoli.

Quello che sta accadendo in questi giorni nel canale di Sicilia, e che è già accaduto tante volte, è una tragedia umana che non può non toccarci e non coinvolgerci.
Provocandoci sentimenti di sconforto, di sdegno, di rabbia e di vergogna.

Quei morti un po’ ci appartengono per essere stati anche i nostri avi dei migranti, per aver conosciuto, attraverso le storie che ci hanno raccontato, le umiliazioni patite nel “centro di accoglienza e di esame” di Ellis Island o nelle miniere di carbone, per inseguire un sogno.
Quelle tragedie ci appartengono perché con Lampedusa condividiamo i limiti che ha sempre un’isola per via di quell’isolamento in cui spesso viene confinata, come arto amputato ad una terra ferma a volte ingrata.
Qualcuno di quei corpi non ritrovati, sotto la spinta del mare senza confini e delle correnti, potrebbe giungere fino a noi per ricordarci la condizione di quella gente, le loro sofferenze, le loro speranze, i loro bisogni ed ammonirci come e quanto sia andato indietro questo mondo se il diritto alla vita è diventato perfino materia di speculazione politica.

Ha scritto ieri Concita De Gregorio su “La Repubblica”

“La legge del mare è la legge di Dio. E’ la legge degli uomini prima che ogni legge sia mai stata scritta. Salvare un uomo in mare. Non c’è nemmeno da spiegarlo, mancano le parole. Provate solo ad immaginare che succeda a voi. Siete in barca , vedete qualcuno che sta annegando e che vi chiede aiuto. Un ragazzo, una donna che annega a pochi metri da voi. Sareste capaci di lasciarlo morire sotto i vostri occhi? Gli chiedereste – di qualunque religione, partito politico, di qualunque razza voi siate – da dove viene e a fare che cosa o gli gettereste prima un salvagente? Vi buttereste voi stessi, quasi certamente. Non è una regola, è istinto. E’ ineludibile afflato di umanità…”

“Non li lasceremo più morire”, è l’affermazione come forte impegno sentita in questi giorni tra gli scanni del Parlamento e, per fortuna, tra tanta gente. “Quell’impegno non deve essere una posizione politica ma la declinazione di un essere umano.”

 ***

Alle vicende dei migranti di ieri e di oggi Gianmaria Testa ha dedicato una bella canzone “Ritals” di cui riporto qui sotto il testo.
Le immagini del video che l’accompagna rappresentano un abbraccio intorno a quei popoli che attraversano il mondo spinti dalla speranza di realizzare un sogno e che non si fermano né davanti ad una espulsione né davanti ad un naufragio perché, come ricorda Erri De Luca in un suo pensiero tratto da “Chisciotte e gli invincibili”:  sono uomini, donne, bambini che spostandosi per il mondo spostano il mondo.

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Ritals (*)

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Eppure lo sapevamo anche noi
l’odore delle stive
l’amaro del partire.
Lo sapevamo anche noi
e una lingua da disimparare
e un’altra da imparare in fretta
prima della bicicletta.
Lo sapevamo anche noi
e la nebbia di fiato alla vetrine
e il tiepido del pane
e l’onta del rifiuto,
lo sapevamo anche noi
questo guardare muto.
E sapevamo la pazienza
di chi non si può fermare
e la santa carità
del santo regalare,
lo sapevamo anche noi
il colore dell’offesa
e un abitare magro e magro
che non diventa casa
e la nebbia di fiato alla vetrine
e il tiepido del pane
e l’onta del rifiuto,
lo sapevamo anche noi
questo guardare muto.

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barcone con migranti [3]

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(*) Ritals, termine dell’argot popolare francese con il quale negli anni inizi ‘900 venivano chiamati in maniera ingiuriosa gli immigrati italiani.
Secondo alcune fonti esso deriva dal fatto che, nonostante anni di residenza Oltralpe, gli italiani non riuscivano a pronunciare correttamente la “r” francese (NdR)