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Ritratti fornesi. Raffaele Sandolo, da emigrante a businessman

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di Giuseppe Mazzella  

Raffaele Sandolo

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Per tutte le interviste di questa serie, digita – Ritratti fornesi – nel riquadro  CERCA NEL SITO in Frontespizio
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Negli ultimi anni è mancato al tradizionale ritorno a Ponza in occasione di San Silverio, come è per tutti gli emigrati. Gli impegni, che con l’età sembrano moltiplicarsi, l’hanno tenuto lontano dalla sua isola.
Quest’anno, però, è riuscito a ritagliarsi un breve periodo di ferie a settembre e godersi una meritata vacanza. Ne approfittiamo per incontrarlo e per fargli qualche domanda.

Nato a Ponza nel 1929, Raffaele Sandolo, a due anni, lasciò l’isola per la Sardegna assieme al padre Giuseppe e la madre Maria Grazia, stabilendosi ad Alghero. Da lì il padre assieme agli zii e cugini si occupava di pesca e della commercializzazione delle aragoste. Aragoste che i pescatori, provenienti in gran parte da Ponza, pescavano e affidavano ai tre burchielli-vivai dei Sandolo, appunto, perché fossero portate a Marsiglia e di lì sulle tavole dei più prestigiosi ristoranti di Parigi.

– Ogni bastimento-vivaio, quante aragoste trasportava? – gli domando.
– Da quaranta a cinquanta quintali. Un lavoro al quale la mia famiglia, assieme agli zii e ai cugini, si è dedicato per decenni con grande successo.

Lavoro, scuola, famiglia. Tutto sembrava filare liscio per il giovane Raffaele, quando improvvisa arrivò la tragedia. Il padre, al comando di una barca da pesca, mentre attraversava il braccio di mare tra Porto Torres e l’Asinara, fu silurato da un sommergibile inglese. Il padre aveva sostituito per qualche giorno il cugino che una settimana prima alla guida della stessa barca aveva impigliato le reti in un sommergibile inglese che lo aveva minacciato di non uscire più in mare pena l’affondamento.
– Sbadataggine, superficialità o altro, sta di fatto che mio padre perse la vita ed il suo corpo non fu più ritrovato. Mia madre Maria Grazia sopravvisse solo poco più di un anno alla disgrazia. Io, assieme ai miei fratelli, ci dovemmo adattare giovanissimi ai lavori più umili e pesanti, come la pulizia della rete fognaria e la raccolta delle olive.

Raffaele aveva provato per la verità a seguire le orme del padre, e si era imbarcato su un peschereccio, ma un terribile naufragio nelle acque tempestose di S. Teresa di Gallura che per poco non gli costava la vita, gli fecero cambiare idea.
Aveva capito che quel lavoro non era per lui. E decise di rientrare a Ponza.

Era il 1946. Aveva diciassette anni, ed era ospite dei nonni.
L’isola in quel tempo non offriva nessuna risorsa se non quella della miniera di bentonite e Raffaele si adattò a trasportare a spalla il materiale per caricare il bastimento che periodicamente portava il materiale a Santa Marinella.
– Un lavoro duro che mi piagava le spalle e per il quale non mi sentivo per niente portato. Decisi allora di mettere su un piccolo negozio di elettrodomestici e di impegnarmi anche come elettricista e orologiaio.

Immaginiamoci Le Forna, in quegli anni del dopoguerra, con questo giovane imprenditore che già mostrava gli artigli.
– Il mio praticantato l’avevo fatto a Napoli, quando per ore osservavo gli orologiai che un tempo lavoravano in vetrina, impadronendomi in questo modo di quelle nozioni elementari che mi permetteranno di lavorare sulle cose più semplici, come le sveglie e gli orologi comuni.

E poi ci fu il servizio militare… – suggerisco.
– Sì, mi cambiò la vita. Imbarcato come motorista sulla corazzata “Andrea Doria”, ebbi l’opportunità di essere scelto tra un gruppo di marinai per andare negli Stati Uniti a fare un corso di aggiornamento sui motori elettrici.
Noi ragazzi selezionati fummo imbarcati sulla nave “Saturnia” e raggiungemmo una base militare in Florida e successivamente una della Virginia. Ebbi così il mio primo impatto con gli Stati Uniti. Avevo difficoltà a capire, e confesso ancora oggi fatico ad esprimermi correttamente, ma intuii subito l’enorme potenzialità di quel Paese.

– E cosa avvenne poi? – chiedo.
– Saputo che ero in America per un corso di addestramento lo zio Domenique che viveva a New York mi invitò un fine settimana a casa sua e mi convinse a tentare la via dell’emigrazione.

E così fu.
– E così fu. Non era nemmeno tornato in Italia, che era già arrivato l’atto di richiamo da parte di mio zio. A Ponza avevo messo in piedi un piccolo negozio di elettrodomestici e non volevo abbandonarlo. In più avevo organizzato corsi per motoristi e anche una scuola di cucito per le donne, diventando rappresentante della Borletti e della Marelli. Gli affari cominciavano ad andare bene e non avevo nessuna intenzione di lasciare Ponza. Quando il Consolato di Napoli rilasciò il visto, per giorni fui combattuto se partire o no. Alla fine fui convinto dalle insistenze di mio zio e mi decisi, imbarcandomi, combinazione, con il transatlantico che portava lo stesso nome della nave su cui ero stato militare, l’Andrea Doria.
Era il 6 gennaio 1956 quando lasciai Ponza e una quindicina di giorni dopo approdai a
Ellis Island. Sta di fatto che arrivai a New York con il visto già scaduto!

– Lo zio Domenique ti aiutò ad inserirti?
Certo. Il mio primo lavoro fu quello di operaio negli scavi del grattacielo che la City Bank stava costruendo a New York. Alla selezione mi ero presentato con il vestito migliore che possedevo, avendo equivocato sul fatto che trattandosi di banca avrei potuto contare su un lavoro d’ufficio. E quel primo giorno – in America imparai subito che il tempo è prezioso e non si può perdere – lavorai con il mio vestito buono.
Lavoravo dalle quattro del pomeriggio fino a mezzanotte Per rientrare a casa – io che conoscevo appena quel labirinto di vie – spesso mi perdevo e finivo per arrivare solo alle prime luci dell’alba.
Contemporaneamente avevo cominciato a lavorare nella cucina del ristorante
“Gran Concorso” nel Bronx di proprietà del signor Califano, anche lui originario di Ponza.
Poi, dopo sei mesi nel ristorante di
Long Island di Luigi Nocerino che si rivelarono però del tutto infruttuosi, dopo nove mesi di lavoro manuale, per il quale ero cosciente di non essere portato, feci la prima coraggiosa scelta: mollai l’excavation e cominciai a dedicarmi solo alla ristorazione.
La mia prima paga era di 10 dollari al giorno, più un panino e una Coca Cola. Passarono pochi mesi e potei entrare in parte nel ristorante dove lavoravo, per poi acquistarlo un paio d’anni dopo”.

E di lì è iniziata la tua strabiliante carriera.
– Vedendo che potevo essere autosufficiente, tornai a Ponza per sposarmi con Lidia Sandolo, figlia di Giuseppe che aveva una pescheria a Le Forna. Per la verità Lidia mi seguì in cambio della mia promessa che sarebbe stata in America solo sei mesi.

E così non fu.
Lidia che gli siede accanto, lo guarda ancora burbera per quel mancato impegno. Ma Raffaele fa finta di non accorgersene. Ormai l’America era la sua seconda patria dove si stava costruendo una solida fortuna. Il successo gli arride e inaugura uno dopo l’altro una serie di ristoranti nel Connecticut, in Florida e a New York, creando la catena “John the Best”. Il successo e i lauti guadagni però non lo fermano. Comincia ad occuparsi di importazione di prodotti italiani e per questa ragione è costretto a tornare in Italia più volte l’anno, per contattare i produttori e acquistare il meglio della nostra tradizione eno-gastronomica. Lidia, la moglie, lenisce la nostalgia di Ponza, seguendolo quando può, ma fermandosi esclusivamente a Ponza.

– Anche a Ponza pensavi di investire? – gli chiedo ancora.
– Certo, acquistai abitazioni e terreni, sognando di avviare anche qui un commercio indirizzato questa volta al nascente turismo. Tutto inutile, nonostante i miei sforzi, mi si frapponevano ogni sorta di ostacoli, per impedirmi di realizzare qualsiasi cosa – risponde deluso.

Anche nel suo Paese avrebbe voluto mostrare di cosa era capace, ma questa chance non gli è stata data.

– Perché? – gli domando.
– Perché Ponza è rimasta quella di cinquanta anni fa. Invidie, una mentalità chiusa, la mancanza di collaborazione impediscono ancora oggi di farla decollare, nonostante la grande bellezza paesaggistica e un mare stupendo!

Come se ne esce? – domando speranzoso.
– Come se ne esce… – ripete – …Se ne esce cambiando mentalità. Qui tutti pensano che la nascita di una nuova attività limiti la propria. Ed è invece proprio il contrario. Più attività spingono alla concorrenza e a creare delle offerte sempre più adeguate e vincenti. Qui, invece, ognuno controlla il vicino e gli pone ogni tipo di ostacolo per non farlo crescere. Proprio l’opposto di quello che bisognerebbe fare. Dopo oltre cinquant’anni qui tutto è fermo.
Ponza ha grandissime potenzialità, ma si potrà sviluppare solo se si riuscirà a cambiare mentalità.

 

 

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