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i-31 0011-0002-03 13 hp0050 Il tunnel "romano" di Chiaia di Luna con le pareti ad "opus reticutatum" Aiptasia mutabilis

Ritratti fornesi. Tic Tac, una tragedia che dura da 70 anni

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di Giuseppe Mazzella

Salvatore Stimma

 .

Salvatore Stimma, per tutti “Tic Tac”, ogni anno è a Ponza, proveniente da Stamford nel Connecticut in USA, per essere presente alla mesta cerimonia di commemorazione della tragedia del S. Lucia che fu affondato al largo di Ventotene il 24 luglio 1943.
Su quella nave era sua sorella Lucia che aveva appena sposato Vincenzo Chiocca, originario di Pozzuoli.
Gli sposi e gli invitati avevano ballato fino alle prime ore dell’alba – racconta Salvatore, che all’epoca aveva cinque anni – quando quegli sfortunati alle cinque del mattino presero il traghetto.
Una tragedia che ha segnato profondamente il suo carattere, già schivo e solitario. Oggi ha 75 anni e a quel ricordo gli occhi gli si riempiono ancora di lacrime.

La sorella Lucia

– Perché sei conosciuto con il soprannome di Tic Tac? – gli domando anche per allentare la tensione del ricordo.
– Forse per il mio modo di camminare – risponde un po’ confuso.
E io gli ricordo che il padre Edoardo, detto “Carna Carna” era stato il primo ad occuparsi di spedizione di pesci assieme a“ Peppe ’i Capaianca”, al secolo Giuseppe Sandolo.
Famose sono rimaste nel ricordo le loro “passeggiate” a piedi per portare le cassette al traghetto e tornare, sempre a piedi, appoggiandosi l’un l’altro e a turno schiacciare anche un pisolino.
Una vocazione, quello per il mare, che Salvatore ha in qualche modo seguito.

Sì, prima alla pesca a corallo con “Francisco ‘U Zuoppo”, dove non mi trovai bene per niente. E poi a quattordici anni, come tanti, in Sardegna a pescare aragoste. Tra le mie prime esperienze ricordo che un giorno dovetti infilarmi in una grande nassa per togliere due polpi che stavano uccidendo tutte le aragoste. Come si sa il polpo è capace con i suoi tentatoli di uccidere, insinuandosi nel carapace. Un’altra volta poi potei osservare un gruppo di capodogli, il mare era calmissimo, veramente imponenti che a me ragazzo sembravano enormi. Ricordi lontani, ma vivi nella mia mente!

Salvatore all'intervista

– Come era la vita in quegli anni? – gli chiedo.
– Una vita veramente da poveri, dal momento che a farla da padroni erano i proprietari di barca e noi semplici pescatori eravamo pagati una miseria. Io ho fatto fino alla terza elementare e non possedevo neanche un lapis. Mi era maestra la Andreozzi, che noi chiamavamo “Frugone”, perché era alta e secca come un forcone per la paglia. Allora per sfuggire a quelle condizioni di povertà andai a Genova e mi imbarcai su uno yacht, dove guadagnavo di più. Fu la mia fortuna. Anche perché ho lavorato su barche importanti come “Ulisse” e “Tortoghino”, in anni in cui l’economia italiana andava bene e i padroni non lesinavano le paghe al personale di bordo. Ho comandato altre barche, dopo aver preso la patente, ed ho approfondito la mia professione di cuoco”.

– E poi? – chiedo ancora.
– Dal momento che avevo acquisito una buona professionalità proprio nella cucina, pensai di utilizzarla in un ristorante, emigrando in America. Vi ero arrivato imbarcato su una petroliera di 36.000 tonnellate come secondo cuoco e una volta a terra ho disertato.
A New York, dove avevo un fratello, non ebbi difficoltà a regolarizzare la mia posizione e a trovare lavoro in un ristorante italiano. Poi ho lavorato per anni nel famoso locale “Da Vinci Restaurant”.
Ho poi sposato Maria Libera Vitiello e con lei abbiamo aperto a Stamford un ristorante tutto nostro che è andato benissimo e dove anche adesso che sono in pensione vado di tanto in tanto per non annoiarmi.

– Però l’attrazione di Ponza è forte e ogni anno sei qui – commento.
– Sì, è così. Nonostante gli anni e gli acciacchi, io torno qui per rivedere i miei cari amici, respirare l’aria di casa. Quando posso arrivo per San Silverio, che si festeggia il 20 giugno, ma sempre per la ricorrenza del S. Lucia del 24 luglio. Il mio non è solo un pellegrinaggio per rinverdire la memoria di mia sorella e di tutti i miei parenti morti, ma per riassaporare la mia infanzia e i ricordi che conservo. Nonostante eravamo poveri e la nostra vita era piena di privazioni, c’era una solidarietà e un’amicizia che adesso purtroppo non trovo più.
Io torno nella frazione La Piana, dove restano ormai pochissime persone che vi abitano. E’ un angolo di Ponza quasi deserto. Specie dopo l’estate, quando vanno via i turisti.
A volte quando passeggio non incontro neanche una persona. E questo mi mette molta tristezza”.

Il luogo

 

 

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