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2009-07-18_14-18-30 v2-22 v7-21 106a 48 Immagini storiche di Ponza

Ellis Island

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segnalato da Silverio Tomeo

Ellis Island

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Per l’articolo precedente, sul nonno di Silverio Tomeo, leggi qui

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A proposito di  Ellis Island riporto quest’articolo di Vittorio Zucconi, che mi colpì quando apparve su La Repubblica del 20 aprile 2001.
Silverio Tomeo

Immigranti a Ellis Island. Pronti allo sbarco
Immigranti a Ellis Island. Pronti allo sbarco

WASHINGTON, 20 aprile 2001 – Torna alla sua Itaca, l’America che vuole ritrovarsi. Si ripopola di spettri affettuosi l’isola madre che partorì gli Stati Uniti e camminano in queste ore a milioni i figli del popolo dei bastimenti, muovendo con il computer incontro ai loro nonni e bisnonni che rivivono negli archivi dell’immigrazione aperti finalmente via Internet.
Ellis Island, l’isola di New York che partorì con dolore una nazione, ha messo i propri archivi on line (www.ellisislandrecords.org) e i computer sono già schiacciati da milioni di americani col trattino, italo-greco-polacco-russo-anglo-americani, che si accalcano, tutti assieme, tutti nello stesso momento, per tornare sull’isola dei loro nonni, sulla Itaca della memoria ritrovata.
Da molti anni ormai, l’isolotto davanti alla Statua della Libertà che fu riserva di ostriche per gli indiani Manhattan, poi parco di divertimenti comperato dal signor Ellis, forte militare, carcere e infine centro di “accoglienza ed esame” per 22 milioni di emigrati che vi sbarcarono dall’ Europa, era stata chiusa e trasformata nell’isola del tesoro dell’emigrazione.

Ellis Island. Arrivo.1

Ellis Island. Arrivo.2

L’arrivo a Ellis Island

Sotto le volte ferrigne e istituzionali, un po’ caserma un po’ campo di concentramento, dell’edificio di mattoni rossicci, riverniciate e riaperte, qualche migliaio di visitatori ogni anno già andavano a spulciare i microfilm dei vecchi «manifest», della lista passeggeri dei vapori e gli archivi del servizio immigrazione per trovare la traccia della propria genesi americana. Ma i visitatori di persona erano poche migliaia, tra quei 140 milioni di americani che nel 2001 possono dirsi diretti discendenti dagli Europei arrivati a Ellis Island tra il 1892 e il 1924, gli anni della grande marea umana, nei quali potevano sbarcare anche 5mila persone in un solo giorno. Poi, sotto la guida di un curatore italiano, Steve Briganti, con la fatica di seimila volontari non pagati, con un lavoro di quasi 10 anni, il tesoro della memoria è stato trapiantato in Internet, aperto a tutti ed è esplosa la nostalgia on line.

Di quei 22 milioni di nomi, ne rimangono 17 milioni, gli altri cinque corrosi dall’umidità o venduti al macero come polpa di carta, abbastanza perché il popolo dei figli di nessuno, la super potenza creata da uomini e donne che l’Europa aveva buttato a mare, sia spinto a ripercorrere la via della sua storia. Una via dolorosa, raccontata dalla calligrafia grassetta e burocratica del tempo o da vecchie Underwood per scrivere con i cerchietti delle «O» sempre sporchi e intasati, che traccia il nome di una donna fra tante.

Ellis Island, ingresso
Ellis Island. La raccolta dei dati e (sotto) l’esame

Ellis Island, esame

Concetta Currò, sbarcata dal bastimento «Majella», 1904, nata a Scilla, Calabria, e che il nipote trova oggi con un click e un sospiro, parlando a quel nome sul monitor come se Concetta fosse ancora viva, con il rimpianto di chi da bambino le diceva uffa, che palle nonna, quando lei cercava di raccontare in un dialetto incomprensibile la traversata nella stiva del «Majella», la fortuna, rarissima, di trovare uno zio ad accoglierla nella «kissing room», il salone dei baci e degli abbracci, dopo le pratiche e la quarantena nelle celle dell’isola.

Uscì anche lei con il pezzo di carta stampigliato dall’immigrazione con quelle tre iniziali che ancora oggi sono l’insulto razzista contro gli italo americani, W.O.P, with out passport, ammesso senza passaporto.

Una via difficile ma irresistibile da percorrere, perché un parente lontano, uno che si chiama come me e come voi c’è sicuramente nell’isola madre che trasformava la clandestinità della corsa alla «Merica» in un’approssimativa, formale legalità di carte confuse.
Si fruga tra nomi troncati dagli agenti, grafie stravolte, a volte arbitrariamente, a volte per accontentare l’uomo o la donna che gli sedeva davanti con il cappello in mano e il cuore in gola.
Ecco che migliaia di Rossi, Rossini, Rosselli, sono diventati semplicemente Ross, nel tritanomi, Scarfò e Currò hanno perduto accenti, Fascelli e Fascetti sono stati anglicizzati in Fascell o Fascett, via quella vocale finale che immediatamente ti identifica come «wop».
Anche quando non c’è, come nei cognomi veneti tronchi, meglio cambiare un Marcolin in Marc. Migliaia di nomi ebrei sono stati «gentilizzati» per evitare guai ed ecco apparire nel computer della memoria i Grunblatt, Grunberg, Grunwaldt, abbreviati nel meno rischioso Green, comunque sempre verde.
C’è dunque molto più che l’anagrafe di una nazione, c’è la storia di una cultura, l’odissea di un continente.
E’ un’opera di affettuosa pietà, ma anche di ricordi aspri, di una favola che non sempre aveva il lieto fine.

Racconta di un giovanotto russo, Gavril Kercehvsky, respinto perché alla visita medica gli infermieri scoprirono che non era un giovanotto, ma una ragazza che si era travestita da donna per il passaggio in mare, temendo che il traghettatore dell’Atlantico, un barcaiolo di Rotterdam, non avrebbe accettato di trasportare una donna sola e giovane, sicuramente sospettata di essere una prostituta dell’est europeo. Circa il 10% degli immigrati era respinto per «ragioni mediche», perché malati di difterite, di tosse asinina, o «deboli di mente».

Ci ripresenta i testi del primo interrogatorio ufficiale al quale l’aspirante americano era sottoposto. Sono le dieci domande che avrebbero determinato per sempre chi saresti stato nella tua nuova vita nel continente nuovo.

1)   Come ti chiami?
2)   Da dove vieni?
3)   Chi ha pagato per il tuo passaggio?
4)   Sei mai stato ricoverato per infermità mentali?
5)   Sei mai stato in galera?
6)   Sei un anarchico?
7)   Possiedi almeno 50 dollari?
8)   Dove sei diretto?
9)   Hai un biglietto di treno per la tua destinazione?
10) Hai un lavoro che ti aspetta?

E come no, eccellenza. Spaccapietre, scalpellino, bracciante.
«Venni in America credendo che le strade fossero lastricate d’oro» – diceva un canto dolceamaro di emigrati italiani – «Quando arrivai mi accorsi che non erano lastricate d’oro, che non erano neppure lastricate e che toccava a me lastricarle».
Mentivano tutti, ma l’America aveva bisogno delle loro braccia, dei loro ventri, per essere costruita e popolata e passavano.
Va bene, esci alla luce.
E l’utero di ferro e mattone aveva prodotto un altro figlio. Un altro nome da scavare oggi in questa Itaca di lacrime e di sogni chiamata Ellis Island.

Se passate da New York, comperate un maglione in meno da Brooks Brothers e andate a visitarla.

 

Ripreso da Vittorio Zucconi su: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2001/04/20/ellis-island-nostalgia-on-line.html

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Nota della Redazione – Le atmosfere evocate dal bell’articolo di Vittorio Zucconi e le immagini (originali, d’epoca) a corredo di esso (proposte da Silverio Tomeo), sono riprese nel film di Emanuele Crialese “Nuovomondo” (2006)

Nuovomondo. Crialese. Locandina americana

La locandina americana del film di Crialese, Nuovomondo – Golden Door (cliccare per ingrandire). La didascalia sopra il titolo recita:
“Una visione straordinaria 
Il sogno di una vita migliore 
Un romanzo che avrebbe cambiato le loro vite per sempre”

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2 commenti per Ellis Island

  • silverio lamonica1

    In quei documenti messi provvidenzialmente “on-line” c’è, indubbiamente, uno spaccato della storia d’Italia post-unitaria, quando i contadini del nostro sud (ma non solo) si imbarcavano disperati ed affamati, in cerca di un futuro migliore. Un po’ come oggi accade per i tanti nordafricani, mediorientali, indiani che cercano di raggiungere, con mezzi di “fortuna” (?), le nostre coste, non di rado con i risvolti drammatici che tutti sappiamo.
    Una volta “naturalizzati” quei nostri ex concittadini acquisirono presto gusti ed abitudini della nuova patria, conservando però le tradizioni, specie religiose, dei loro luoghi di provenienza.
    Ma la cultura “nazionale”, in modo particolare la lingua italiana, venne messa da parte. Che io sappia molto rari sono i casi di italo-americani, specie di seconda, terza generazione che studiano l’italiano (se sbaglio, qualcuno mi correggerà, con mio sommo conforto); come se questi nostri fratelli d’oltre oceano abbiano inteso voltare definitivamente le spalle ad una nazione che con loro si comportò come un’avida matrigna, anziché come una provvida “patria” degna di questo nome.
    Le tradizioni del comune di origine, in modo particolare le ricorrenze religiose, quelle no, di solito vengono ben conservate ed osservate.
    Ho sentito diversi ponzesi d’America dire: “Per me l’Italia è Ponza”. L’Italia, come Stato, come patria di origine, è diventata per molti di loro solo un’astrazione e ciò deve far riflettere, specie chi governa questa nazione.

  • vincenzo

    I sentimenti sono un aspetto, si forgiano sulle esperienze dirette. Se una persona ti fa del bene tu provi affetto, se ti fa del male tu provi rancore.
    Mentre si dice nell’articolo che la meta, l’America, non era lastricato d’oro, come era naturale per degli emigranti “carne ‘i maciello”, poi si dice che non parlano l’italiano. Non è così per tutti ovviamente, i più giovani, i figli dei figli studiano le lingue in base ai loro interessi e quindi anche l’italiano anche per riprovare a scoprire la casa dei loro genitori, ma quello che a me preme sottolineare, è il richiamo ai politici che Silverio alla fine ha fatto… Ma a chi stai parlando? A questi politici che non contano niente? A chi stai parlando? A questa classe politica autoreferenziale che non rappresenta più il suo popolo? Questo teatrino viene osservato dai nostri migranti i quali si vergognano della loro Italia che rimane “maccheroni e mandolino”.

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