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Ritratti fornesi. Filippo Vitiello, il mare come destino

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di Giuseppe Mazzella

Filippo Vitiello oggi

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– Avevo solo otto anni e già aiutavo mio padre nella pesca. E da allora fino alla mia pensione, non ho mai smesso”.

Così esordisce Filippo Vitiello, classe 1933, che ci riceve nella sua casa di Calacaparra, dove oggi vive assieme alla moglie Anna Lucia, dopo aver abitato dapprima nella casa paterna sul Montagnone, e poi da sposato a Cala Feola.
Oggi ha i capelli bianchi e uno sguardo dolce e ricorda, seppure con qualche lacuna, la sua vita dura sul mare, il suo destino.
Così si racconta: – Dopo un primo periodo di rodaggio a Ponza, dove imparai i rudimenti del mestiere, seguii mio padre in Sardegna. Dove restavamo sei sette mesi, a pescare aragoste e corallo. Le aragoste le vendevamo ad Olbia e a Golfo Aranci, ma anche ai cugini Sandolo che con i loro burchielli-vivaio le portavano a Marsiglia. I mari della Sardegna erano molto pescosi ed erano anche ricchi di corallo, che portavamo con noi a Ponza dove commercianti di Torre del Greco venivano ad acquistarlo.

– A mare capitava anche qualche incontro difficile?
– Certo – risponde – oltre alle tempeste improvvise che ci sorprendevano al largo di Olbia, in Sardegna si scatenavano spesso le “code ‘i zefere”, le piccole ma devastanti trombe d’aria contro le quali non avevamo che da recitare  le preghiere. Quando, poi, si scatenava il mare di ponente e libeccio era veramente difficile stare in mare. Era una vita dura. Cucinavamo a bordo, eravamo quattro persone di equipaggio e non avevamo nessuna comodità, come hanno oggi invece le barche da pesca più grandi e comode. A volte, poi, nelle reti catturavamo anche qualche pericoloso esemplare di pescecane. In sostanza una vita difficile, della quale ci riposavamo, si fa per dire, solo nei tre quattro mesi invernali, quando tornavamo a casa a Ponza.

– A Ponza, cosa facevi in quei mesi di sosta – gli domando ancora.
– Intanto bisognava rigovernare e rammendare le reti, sistemarle, fare le riparazioni se necessarie alla barca. Poi mi dedicavo a lavorare la terra. A Ponza l’economia prevalente, prima del turismo, si reggeva sulla pesca e sull’attività estrattiva della società mineraria di bentonite. E un poco anche sull’agricoltura. 

– Fino a che ti mettesti in proprio con una barca con cui lavorare a Ponza.
– Sì – risponde, con orgoglio – Io ho avuto due barche, la “Anna Lucia”, in omaggio a mia moglie, di circa otto metri e qualche anno più tardi, una bella imbarcazione di circa diciotto metri, “Filippo”, costruita a Formia presso i cantieri Scipione. A Ponza, oltre alla pesca alle aragoste, al pesce spada, ho pescato anche al corallo.
– E Ponza ha ancora zone ricche di corallo? – gli domando.
– Sì – precisa – non solo Ponza, ma anche Palmarola, e Zannone. Io lo pescavo con “u ‘ngegne”, un attrezzo formato da una croce di metallo al quale era attaccata una rete. L’arnese rudimentale trascinato sulle pareti corallifere sommerse rompeva i rami che erano raccolti dalla rete. Pescavo a circa sessanta o settanta metri. Era un corallo di prima qualità che i commercianti di Torre del Greco facevano a gara per acquistare. Oggi la pesca del corallo è proibita, ma ci ha dato al tempo belle soddisfazioni.

– Non hai mai pensato di cambiare lavoro – gli domando ancora.
– Per la verità nel 1960, mia moglie Anna Lucia mi convinse ad andare in America a trovare la sorella. Non mi abituai neanche un momento a quella confusione, a tutta quella gente. Una vita sul mare, praticamente in silenzio per mesi, mi avevano segnato. Resistetti solo 14 giorni e dovetti tornare subito a Ponza. Non resistevo lontano dalla mia isola.

Filippo Vitiello. Interno

 

La 'Filippo'. la barca da pesca di Filippo Vitiello

 

 

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