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Le isole del mito. (11). Ushuaia e altri luoghi estremi.

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di Sandro Russo

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Per le altre stazioni della serie, digitare  – isole del mito  – nel riquadro CERCA NEL SITO, in Frontespizio
 .

Abbiamo già parlato qualche volta di Bruce Chatwin (1940-1989) – Leggi qui 
Della sua breve vita – ma densa e avventurosa – si sa che fu assunto giovanissimo presso la prestigiosa casa d’aste londinese Sotheby’s. Successivamente passò al giornalismo.
Nel nuovo lavoro, con la rivista Sunday Times Magazine come consulente di arte e architettura, sviluppò il suo talento narrativo ed ebbe l’opportunità di compiere numerosi viaggi. Da una delle sue interviste – alla novantatreenne Eileen Gray, una delle prime donne architetto – nacque lo stimolo a visitare la Patagonia.

Partì quasi immediatamente per il Sud America – Chatwin applicava i precetti della serendipity (leggi qui), di prendere al volo le occasioni che gli si presentavano – e appena arrivato a destinazione comunicò al giornale l’annuncio delle proprie dimissioni, con un laconico telegramma: “Sono andato in Patagonia”.
Passò sei mesi in Patagonia e il risultato di questa esperienza fu il suo primo libro, presto divenuto di culto, In Patagonia (1977), che consacrò la sua fama di scrittore di viaggi.

Due copertine del libro di Chatwn In Patagonia
Un libro di viaggio da tenere sullo scaffale insieme con Graham Greene, Somerset Maugham  e Paul Theroux
(The New York Times Book Review) – dice la didascalia in copertina

Argentina e Chile. Estremo del continente sud-americano. Mappa copia

La punta estrema del continente sud-americano divisa tra Cile e Argentina

Ushuaia. Tierra Del Fuego. Map

L’estremo sud, con la città di Ushuaia e Capo Horn

“(…) Raggiunsi la città più a sud del mondo. Ushuaia era sorta nel 1869, quando il reverendo W. H. Sterling aveva fatto costruire, vicino alla capanne degli indios Yaghan, l’edificio prefabbricato della Missione. Per sedici anni anglicanesimo, orti e indios avevano prosperato. Poi arrivò la Marina militare argentina e gli indios morirono di morbillo e di polmonite.
(…)
Le mattine, a Ushuaia, cominciavano nella calma più piatta. Al di là del canale Beagle si vedeva di fronte il profilo frastagliato dell’Isola Hoste e lo stretto di Murray, che conduceva all’arcipelago Horn. A mezzogiorno l’acqua ribolliva e spumeggiava e la riva lontana spariva dietro un muro di vapore. (…)”

Per gran parte della prima metà del XX secolo, la città fu centro di una prigione per criminali pericolosi. Il governo argentino allestì la prigione seguendo l’esempio degli inglesi in Australia: essendo un’isola remota, scappare da una prigione nella Terra del Fuoco sarebbe stato impossibile. I prigionieri divennero così forzati coloni e trascorrevano molto del loro tempo a tagliare legna nell’isola intorno alla prigione e a costruire la città.

È da segnalare, per una eventuale visita alla Ushuaia dei giorni nostri, el Museo Marítimo installato nell’antico carcere (una delle prigioni più famose della storia argentina) e l’escursione con il Tren del Fin del Mundo che percorre uno dei sentieri utilizzati dai carcerati decine di anni fa, per rifornirsi di legna attraversando i boschi centenari.

Ushuaia view

Tren del fin del mundo

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Faro Ushuaia Bay Lighthouse.Day

Il faro della baia di Ushuaia; notare le montagne innevate sullo sfondo

***

Parliamo di luoghi estremi, come sono le terre “alla fine del mondo” che un incoercibile fascino hanno sempre esercitato sui cercatori di assoluti.

Si parva licet componere magnis, ovvero, nel loro piccolo, gli isolani delle parti nostre sono da sempre abituati alla finitezza, anche se esistono delle isole dove questa è meno evidente. A Ischia, per esempio, o anche a Pantelleria, l’esistenza di una strada grossolanamente circolare che segue il contorno della costa può dare l’illusione di ricominciare ogni volta da capo. Altre isole sono invece allungate con una sola strada che collega le due estremità.

Ponza è una di queste; il porto borbonico ad una delle estremità, non dà l’impressione di ‘fine della strada’, anche se partendo da esso e proseguendo in salita, la strada finisce al cancello del Cimitero, sulla Punta della Madonna.
Ma è l’altra estremità che è particolare. A Le Forna, estremo nord-est, in località Piana Incenso, c’è una piccola piazzola dove girano le corriere per tornare indietro. La strada (provinciale) finisce e si continua un un dedalo di stradine locali; ma ancor più singolare è che alla fine della strada non corrisponde la fine dell’isola, che anzi continua ancora per un bel po’…

Google map. Fine della strada

Google map dell’estremo nord-est dell’Isola di Ponza. Dalla mappa è ben evidente che la parte abitata (insieme con le strade) si interrompe ad una certa distanza del braccio di mare che separa l’isola maggiore dall’isolotto di Gavi

Fine strada Provinciale

Cartello stradale alla fine della strada

Segnalazioni stradali alla fine della strada

Mentre l’isola continua… si diceva, con una parte non abitata, servita da un sentiero scosceso molto suggestivo – e opportunamente indicato – che si snoda tra rocce brulle e attraverso una tipica macchia mediterranea:

Sentiero Punta Incenso

Indicazioni per il sentiero di Punta Incenso (cliccare per ingrandire)

E la parte a mare non è meno interessante e bella:

Dall'estremo abitato verso nord-est
Dall’estremo abitato – notare il tetto dell’ultima casa sul bordo della costa – verso Gavi (coperta) e Zannone

Verso la punta. Gavi e poi Zannone. La terraferma in lontananza
Procedendo, progressivamente ‘si scopre’ Gavi; sempre Zannone sullo sfondo

Versante verso Zannone e Gavi

Il versante di sin (dal lato di Palmarola).: visibili una parte di Cala Felci, Gavi e Zannone

Veduta di Palmarola da sopra lo Schiavone

Ruotando ancora lo sguardo sul versante di Ponente: Palmarola!

Dalla fine dell'abitato verso Gavi. Coperta dalla propaggine dell'isola maggiore

Il versante di Levante: verso l’estremo dell’isola e, nelle tre foto qui sotto, verso il Porto

La spiaggia del core. Versante Porto

Versante di Levante. Spiaggia del core e porto

Da Punta Incenso veduta verso il porto

Il versante di destra (dal lato del porto): verso l’estremo dell’isola (sopra) e verso il Porto

 

Tremendi questi ponzesi – penserà più d’uno – partono dalla fine del mondo per parlare poi in fondo sempre della loro isola.
Sì, è così, ma anche per dire che nel piccolo è racchiuso il grande, che l’esperienza di ‘fine della terra’ non ci è ignota e che davanti ad altri paesaggi sempre compariamo e associamo a quelli che conosciamo già.

 

[Le isole del mito. (11). Luoghi estremi – Continua]

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