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Il cane che andava per mare, di Stefano Malatesta (1)

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proposto da Tano Pirrone

Il cane che andava per mare

 .

Per l’anticipazione di questo racconto breve, che proponiamo in due puntate, leggi qui
.

La sensibilità olfattiva di Jack era da un milione a cento milioni di volte più forte di quella di un essere umano. In questo non aveva nulla di speciale.
Negli anni Cinquanta un famoso esperto canino pubblicò degli articoli in cui faceva un parallelo tra l’olfatto dei cani e quelli degli uomini. Aveva scoperto che la distanza che passava tra l’umido tartufo di un qualsiasi bastardo e il più aristocratico dei nostri nasi era incommensurabile.

L’unicità di Jack non stava nell’intensità, ma nella selezione. Sapeva sempre quando il battello in avvicinamento era un ferry e non un aliscafo, ancor prima che avesse virato per entrare nell’insenatura sotto la rocca. E non si sbagliava mai sulla destinazione. Lo si capiva dalla sicurezza con cui s’imbarcava, subito dopo l’attracco, come se conoscesse a memoria gli orari. Non voglio azzardare nessuna ipotesi parascientifica in proposito. La vita di Jack non è riducibile a comportamenti da laboratorio.

Cane cucciolo. Corse sulla spiaggia

Non era uno di quei cani che alle Eolie te li ritrovi sempre sui moli, scodinzoloni e uggiolanti, o famelici, in cerca di qualsiasi cosa da masticare e da ingoiare in fretta. E quindi sempre in movimento.
Per quasi tutta la giornata, Jack dormiva sotto il ponte di Marina Corta, a Lipari, di fronte alle barche che dondolano in attesa dei turisti. Era troppo superiore agli altri cani per imbrancarsi con loro e mostrare cordialità o animazione. Ma anche nel sonno, il suo naso lavorava per lui come fosse un’entità indipendente, mandando al cervello segnali molto particolari su quello che stava succedendo in un raggio non disprezzabile. Una volta qualcuno, davanti ad alcuni amici scettici, avvicinò una radio accesa al suo corpaccio muscoloso e immobile, steso sulla rena. Gli occhi di Jack rimasero chiusi, non un solo muscolo vibrò. Ma quando gli fecero ballonzolare sul suo testone una salsiccia calda comprata dal rosticcere, lo scatto per agguantarla e farla sparire fu il movimento più fulmineo che si fosse mai visto.

Aveva sempre vissuto da quelle parti: il sottoponte, la piazza di Marina Corta, gli uffici delle ditte di navigazione, i due pontili di attracco. E si può dire che fosse nato senza padrone. Noi crediamo stupidamente che nei cani la ricerca di un padrone sia un segno di sottomissione, indice di una natura prona e servile. Mentre loro sono spinti dal divertimento e dal piacere di iniziare una relazione che durerà tutta la vita. Il padrone può essere un personaggio umanamente interessante e volenteroso, ma dal punto di vista animale molto più interessante è la libertà di esplorare, di fiutare nuovi odori e di andare a zonzo.
Jack come ho detto, non aveva padroni. E gli piaceva enormemente andare a zonzo, quando non dormiva. Da buon cane siciliano, passava da un estremo all’altro.

Cane spiaggia

Non tornava da qualcuno, ma in un certo senso tornava a casa. Le storie di cani che tornano a casa da soli, percorrendo centinaia di chilometri, sono innumerevoli. Studiosi tedeschi, grandi esperti in comportamenti canini, hanno dei dubbi che un fiuto extra, insieme con la capacità di memorizzare il paesaggio e le strade, siano sufficienti a spiegare questi viaggi prodigiosi. Secondo loro ci deve essere qualcos’altro, un fattore sconosciuto, come un radar che li orienti, simile a quello che hanno i pipistrelli. Un apparato che non funzionerebbe come le onde radio, ma servendosi di vibrazioni legate in qualche modo al sentimento. Onde d’amore, di struggente nostalgia per il focolare.

È un interpretazione poetica, poco convincente perché fondata sul sentimentalismo degli uomini. I cani non sono sentimentali e Jack lo era meno di tutti. Quello che noi chiamiamo amore tra cane e uomo è qualcosa di primario che appartiene al caso. Il cane non s’innamora delle tue qualità, perché sei bello, simpatico, intelligente o buono. Succede che inciampa sui tuoi piedi e per questa ragione nasce un legame che non ha paragoni per intensità, nettezza e assenza di sfumature. Da questo legame ne ricava pura gioia o pura amarezza. Dipende da te. Lui non conosce i gradi intermedi.

Forse i cani tornano perché sentono il bisogno di ricostituire un equilibrio di rapporti che hanno perso. Ma questo non spiega nulla sul come riescano a tornare. La singolarità di Jack stava nel fatto che viaggiava per viaggiare e dimostrava la disinvoltura del vero viaggiatore che non dà molta importanza ai ritardi o ai prosaici inconvenienti che infastidiscono il turista.
Io l’ho conosciuto tardi, un anno prima che morisse, intravisto la prima volta più che visto nella solita piazza di Marina Corta. Non ero rimasto incantato dal suo aspetto di duro da strada tra il mastino e il bulldog, razze che non sono tra le mie favorite. Si muoveva lentamente, come trattenesse la sua potenza, con l’andamento dinoccolato e consapevole che avevano i pugili di una volta, senza dare occhiate né a destra né a sinistra. Sembrava che non s’interessasse a nulla, ma era solo una finta. Tutti sapevano che controllava perfettamente la sua zona e che aveva dei riflessi da bestia abituata allo scontro improvviso.

Cominciai a raccogliere informazioni più complete su di lui qualche tempo dopo la sua morte stoica, risalendo all’indietro lungo la sua breve, inimitabile vita canina. Il mio informatore è stato il mio amico Luigi, il più entusiasta spacciatore di innocue frottole che allietavano le dolci serate di settembre, quando i caffè all’aperto tornavano a essere il tranquillo luogo d’incontro di Lipari.
Luigi portava le stampelle, ma pochi minuti dopo averlo conosciuto, ti dimenticavi che gli servivano per sostenerlo. Si muoveva con l’agilità di un acrobata, con estrema leggerezza, come se fosse sempre in sospensione e mentre volteggiava intorno a te, salutava nuovi venuti, fermava ragazze sconosciute che stavano attraversando la piazza e continuava a raccontarti fatti inauditi che erano successi solo a lui, agitando in aria quei bastoni di ferro, diventati nelle sue mani uno strumento indispensabile per la narrazione.

Ma su Jack, si sentiva che non stava inventando. Doveva aver amato molto questo cane, credo per il suo spirito d’indipendenza e perché si era fatto strada superando lo svantaggio iniziale di non avere un padrone e trasformandolo in una ragione di forza, esattamente come lui. Quando chiamai Jack un cane randagio, mi rispose con tono sarcastico, assolutamente raro, che quello era stato un cane che si poteva definire in numerosi modi. Ma non si poteva chiamare randagio chi girava per piacere e non per necessità.

Era stato un pescatore di Lipari a trovarlo, ancora cucciolo, ma già sicuro di sé. Il pescatore aveva una moglie – sarebbe più esatto dire che quella donna aveva anche un marito. Come tutte le eoliane, era allenata a mantenere la famiglia, in assenza di uomini sempre in mare o emigrati in Australia. Per lei un cucciolo era solo un fastidio, un animale che sporcava, di nessuna utilità. Jack venne portato a Marina Corta e lasciato sotto il ponte, dove c’è la rimessa invernale delle barche.

Cane. Mare. Tramonto.OK

 

  [Il cane che andava per mare (1) Continua]

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