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Lettere dal confino (4). L’amico dei confinati

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proposto da Enzo Di Fazio

Titì

.

L’amico dei confinati. 
di Sandro Pertini  [da “Ricordi dell’antifascismo” – pubblicato su “L’Avanti” del 25 aprile 1970]

Era un cane bastardo. Ancora cucciolo l’aveva adottato la Colonia dei Confinati di Lipari.
Questa Colonia fu poi trasferita a Ponza.

Il giorno della partenza Titì, scodinzolando, andava da confinato a confinato a prendere carezze.
Era l’addio, ma Titì non lo sapeva.
Se ne persuase solo quando rimase sul molo.

Tutti i confinati a poppa lo salutavano. La povera bestia cominciò a guaire.
Sembrava un bambino abbandonato.
Ad un tratto, deciso, si gettò in acqua tentando di raggiungere il piroscafo che, levate le ancore, lentamente si allontanava.

Dalla tolda confinati e marinai guardavano commossi la povera bestia che, annaspando, cercava disperatamente di raggiungere la nave.
Stremato stava per venir meno. Sarebbe stata la sua fine.
Il Comandante impietosito fece fermare la nave e Titì fu raccolto a bordo festosamente.
Così arrivò a Ponza.

Fu il nostro amico, ma amico solo dei confinati politici.
Se militi fascisti o i poliziotti tentavano di avvicinarlo per fargli una carezza, egli si allontanava con rabbiose ringhiate.
Accadeva talvolta questo: un confinato scoperto quale confidente della polizia veniva relegato nel reparto “Manciuria”, così si chiamava il gruppo dei confinati non politici. Orbene, quando si prendeva questa decisione e la voce si diffondeva, anche Titì dava l’ostracismo al confinato da noi messo al bando.

Consumava i pasti presso le mense collettive.
Titì spesso si presentava sulla soglia di una mensa con un cane randagio affamato.
Guardava noi e la povera bestia che da giorni non vedeva cibo. I confinati gli davano subito da mangiare.
Titì, solenne, assisteva al pasto del suo amico; poi, quando si persuadeva che si era saziato, a colpi di testa lo esortava ad essere discreto e a lasciare la mensa.

Un giorno si annunciò una cerimonia ufficiale. In piazza Sant’Antonio sarebbe stato inaugurato un albero a nome di Arnaldo Mussolini.
Nella piccola piazza vi erano le autorità, militi, poliziotti, alcuni isolani sotto un tunnel.
In prima fila Titì ci guardava ascoltando i nostri commenti, di cui è facile immaginare il contenuto.
Suonati gli inni di moda di allora, la banda si tace.

Un signore in stiffelius (*), venuto da Napoli, si fa avanti ed impettito con voce alta declama la sua “orazione”.
Ad un tratto Titì si stacca da noi, corre verso l’oratore, alza la gamba e… gli annaffia lo stiffelius fra la costernazione degli astanti.
Poi di corsa ritorna con negli occhi la fierezza del gesto compiuto.
E’ facile immaginare l’accoglienza che gli facemmo.

Vi era a Ponza  un messo comunale, bevitore accanito, che si sentiva anche accalappiacani.
Quando non aveva soldi per bersi il suo litro di vino prendeva Titì e lo portava… in “prigione”.
Diffusasi la notizia dell’arresto di Titì, subito si costituiva un comitato che, passando tra i confinati, chiedeva una oblazione per ottenerne “la scarcerazione”.
Nessuno si sottraeva alla richiesta

In seguito, per evitare che fosse ancora “arrestato” si prese un accordo con il messo comunale beone: “Senti, tu non devi più molestare Titì. Quando sei senza soldi e vuoi berti un litro di vino, dillo a noi e berrai a volontà”
Titì non fu più “arrestato” e il messo comunale con maggiore frequenza lo si incontrava, la sera, barcollante.

Ricordo quando morì Nischio, comunista, fiero antifascista, nato nella mia terra ligure.
La Colonia di Ponza fu in lutto quel giorno. La Direzione ci autorizzò ad accompagnare il feretro sino al “limite confino”.
Tutti eravamo vestiti di scuro e in silenzio.
Davanti a noi, a testa bassa, camminava Titì.

Non volevamo che Titì dormisse fuori del Camerone, neppure l’estate perché temevamo contro di lui rappresaglie da parte della milizia fascista che l’odiava.
Alla sera vi era l’appello. In mezzo a noi stava nascosto Titì.
Quando un gruppo di confinati, già chiamati, entravano compatti, dietro di loro sgusciava nel Camerone Titì, felice.

Una sera Titì, giunto in ritardo quando l’appello era già terminato, non riuscì ad entrare nel Camerone.
Molti confinati passarono la notte insonne. Verso l’alba si udirono ripetuti colpi di moschetto.
Un triste presentimento percorse il Camerone.

Al mattino i confinati uscirono alla ricerca di Titì. Il suo corpo, privo di vita, fu visto in balìa delle onde.
E’ difficile dire il dolore che invase i nostri animi.
Era stato ucciso il nostro amico, Titì, non cane bastardo ma creatura umana.

 

(*) Stiffelius – abito elegante con giacca molto lunga

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2 commenti per Lettere dal confino (4). L’amico dei confinati

  • Ho letto l’articolo a Bam, la mia socia bi-bipede, amore sconfinato, consolazione di questi ultimi dieci anni della mia vita. Mi ha ascoltato con attenzione per tutto il tempo, guardandomi con devozione con i suoi immensi occhi d’ambra. Alla fine mi ha leccato in faccia, a consolarmi. Lei non era triste particolarmente, perché, contrariamente a me, non ha illusioni sulle qualità degli uomini. Lei ed i suoi simili sono ricchi di una qualità che noi non abbiamo, o non abbiamo più, l’innocenza. Che qualche volta ritroviamo nell’abbracciare il nostro cane, nell’ascoltare il respiro lento mentre dorme accanto a noi, o nei suoi occhi profondi come mare quando il mare è profondo.
    Un compagno o una compagna come Bam è per me – non restituisce l’innocenza perduta, ma dà, può dare, la consapevolezza di questa perdita. E l’umiltà necessaria a sopportarla.
    Dopo la lettura, dopo qualche carezza, ho diviso con lei parte del mio cibo ed ho lasciato che una dolcezza infinita s’impossessasse di me e mi rendesse più vicino possibile a lei.

    P.S. – Ho condiviso l’articolo sul mio Blog: “sinistrasenile”

  • vincenzo

    ODE AL CANE
    Pablo Neruda

    Il cane mi domanda
    e non rispondo.
    Salta, corre pei campi e mi domanda
    senza parlare
    e i suoi occhi
    sono due richieste umide, due fiamme
    liquide che interrogano
    e io non rispondo,
    non rispondo perché
    non so, non posso dir nulla.
    In campo aperto andiamo
    uomo e cane.
    Brillano le foglie come
    se qualcuno
    le avesse baciate
    a una a una,
    sorgono dal suolo
    tutte le arance
    a collocare
    piccoli planetari
    su alberi rotondi
    come la notte, e verdi,
    e noi, uomo e cane, andiamo
    a fiutare il mondo, a scuotere il trifoglio,
    nella campagna cilena,
    fra le limpide dita di settembre.
    Il cane si ferma,
    insegue le api,
    salta l’acqua trepida,
    ascolta lontanissimi
    latrati,
    orina sopra un sasso,
    e mi porta la punta del suo muso,
    a me, come un regalo.
    è la sua freschezza affettuosa,
    la comunicazione del suo affetto,
    e proprio lì mi chiese
    con i suoi due occhi,
    perché è giorno, perché verrà la notte,
    perché la primavera
    non portò nella sua canestra
    nulla
    per i cani randagi,
    tranne inutili fiori,
    fiori, fiori e fiori.
    E così m’interroga
    il cane
    e io non rispondo.
    Andiamo
    uomo e cane uniti
    dal mattino verde,
    dall’incitante solitudine vuota nella quale solo noi
    esistiamo,
    questa unità fra cane con rugiada
    e il poeta del bosco,
    perché non esiste l’uccello nascosto,
    non è il fiore segreto,
    ma solo trilli e profumi
    per i due compagni:
    un mondo inumidito
    dalle distillazioni della notte,
    una galleria verde e poi
    un gran prato,
    una raffica di vento aranciato,
    il sussurro delle radici,
    la vita che procede,
    e l’antica amicizia,
    la felicità
    d’essere cane e d’essere uomo
    trasformata
    in un solo animale
    che cammina muovendo
    sei zampe
    e una coda
    con rugiada.

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