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A Ponza, dopo la chiusura della colonia di confino, l’appendice del campo di concentramento (1)

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di Francesco Ferraiuolo

 

Spett.le Redazione, lo spettacolo teatrale “Confinati a Ponza” di ieri sera mi ha ispirato il contributo che vi invio, relativo al periodo in oggetto.
Grazie e cordialissimi saluti.
Francesco Ferraiuolo

 

Ponza. La Banchina del Porto
L’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania, avvenuta il 10 giugno 1940, nel conflitto europeo iniziato nel settembre del ’39 a seguito dell’aggressione tedesca alla Polonia, colse Ponza proprio mentre essa cominciava a progettare il suo nuovo futuro a seguito della chiusura della colonia dei confinati stabilita ufficialmente per il 4 luglio 1939.

Le condizioni di vita, gradualmente, peggiorarono paurosamente perché i collegamenti marittimi con il continente cominciarono a diventare irregolari e le attività di pesca e di commercio marittimo dei ponzesi subirono dei danni a causa anche dei sottomarini nemici e delle mine che erano disseminate in mare un po’ dappertutto.

Scrive Corvisieri: “Tra la fine del giugno 1940 e l’inizio di luglio passarono 15 giorni senza che il postale si facesse vedere, nonostante le buone condizioni del mare.
Il ‘Regina Elena’ poi ricomparve dipinto di grigio-verde ai fini di mimetizzazione, e un mese più tardi fu requisito a scopi militari. Al suo posto tornò in servizio il più piccolo e malconcio ‘Santa Lucia’, costruito nel 1912”.

Della situazione gravemente disagiata in cui era piombata Ponza si rese interprete Antonino Baglio, ex maestro e maresciallo della Guardia di Finanza in pensione, che in una lettera inviata a Mussolini il 4 aprile 1941, sosteneva: – (…) Il 90% di essa (della popolazione – ndr] non ha raccolto, non ha quindi provviste. Le botteghe sono vuote, sono uno squallore perché con i prezzi del calmiere il costo dei generi qui viene a superarlo date le spese per ritirali. Il cibo più economico, le patate a lire 1,30, germogliate, e le castagne secche a lire 2,70, semiguaste (…). L’industria aragostina è sospesa, quella peschereccia è paralizzata”.

Date le condizioni al limite della sopravvivenza, Baglio chiedeva di autorizzare nell’isola l’abolizione del razionamento del pane e di consentire ai pescatori di poter uscire in mare con le piccole barche, potendosi escludere un loro contatto con il nemico e con le mine.

Egli, suggeriva, infine, sempre nella predetta lettera, la sostituzione dei circa 200 “giovanissimi” dello squadrone di cavalleria, posto a presidio dell’Isola, con validi uomini anziani locali, perché essi potessero così sfamare le loro famiglie.

Di tutte le richieste del Baglio, fu accolta solo quella della pesca, che fu autorizzata solo di giorno e nelle immediate vicinanze dell’isola; al riguardo, il Commissariato generale della pesca concesse anche un congruo numero di reti ed attrezzi per la pesca diurna ravvicinata.

Il pane, invece, continuò ad essere distribuito nella misura di 200 grammi giornalieri pro-capite mediante l’esibizione della tessera.

Riferisce Folchi in un suo saggio del 2005 che il malcontento per il razionamento del pane aggiunto al fatto che durante il mese era stato distribuito un solo decilitro di olio a persona e oltre la metà della popolazione non aveva ricevuto i grassi, la cui razione mensile era di 100 grammi, esplose in una vivace manifestazione inscenata dalle donne di Le Forna il 30 aprile 1941, che accompagnate dai loro bambini vocianti, si accalcarono davanti all’ufficio del commissario prefettizio gridando “pane e grassi”.

Dalle testimonianze sopra riportate possiamo immaginare quale fosse la situazione di Ponza quando il 5 marzo 1942 nell’isola fu reso funzionante, con il riadattamento dei vecchi edifici già appartenuti alla colonia di confino e l’accorpamento di ulteriori locali per una capacità ricettiva di circa 800 internati, un campo di concentramento per ospitarvi i civili fermati nei Balcani.

A dirigere la struttura fu posto inizialmente il commissario Attilio Bandini, affiancato da 35 agenti di PS; quest’ultimo fu sostituito, nel settembre ’42, da Sebastiano Vassallo, appartenente all’OVRA.
Al servizio di vigilanza vennero distaccati una cinquantina di carabinieri sotto il comando del maresciallo Sebastiano Marini.

Scrive Corvisieri: – Vassallo, “provvisto di intelligenza politica, assunse atteggiamenti di relativa moderazione in vista degli inevitabili rivolgimenti”, mentre Marini “ultrafascista, riteneva di dover manifestare il suo patriottismo perseguitando gli slavi internati”.

Tra i due lo scontro divenne inevitabile, seguito da reciproche denunce e richieste di allontanamento al ministero dell’Interno.
Ma, nonostante l’invio a Ponza dell’ispettore Li Voti nel gennaio del ‘43, le cose restarono immutate perché il regime, ormai, cominciava a dare segni di paralisi e nessuno voleva assumersi responsabilità.

Il primo contingente di internati fu di circa duecento montenegrini (178 uomini e 15 donne) etichettati come “comunisti e nazionalisti”; il 24 marzo successivo vi fu un trasporto di altri 136 internati (112 uomini e 24 donne) e nei primi mesi del ’43, di altri gruppi, sempre montenegrini.
Scrive Capogreco: – “Le internate alloggiavano in locali separati di proprietà della famiglia D’Arco”.

 

Nel giugno del ’42 arrivò anche un contingente di 220 “intellettuali indesiderabili” provenienti dai campi albanesi di Preza e Puke.
Si trattava, per la gran parte, di individui di etnia serba originari del Kossovo, la regione jugoslava ch’era stata annessa alla “Grande Albania”.
Nel novembre del ’42, inoltre, giunsero a Ponza 9 internati greci provenienti dall’isola di Corfù. […]
In generale la vita dei deportati nel campo di Ponza non si discostò molto da quella condotta, nel decennio precedente, dai confinati della colonia. Il perimetro concesso alla frequentazione degli internati fu però più ristretto (circa 1800 metri quadrati) rispetto a quello consentito negli anni Trenta ai confinati (…)”.

Le presenze nel campo erano soggette a continue variazioni a causa dei trasferimenti, dei decessi, dei rimpatri degli internati gravemente malati, in base alla convenzione di Ginevra del 1929.

Con il graduale aumento degli internati (a luglio del ’43, secondo Capogreco prima citato, essi erano 708) sia le condizioni igienico sanitarie che la situazione alimentare divennero piuttosto critiche, specie nell’inverno 1942-’43, quando l’isola venne rifornita con grande difficoltà, al punto che le autorità fasciste cominciarono a pensare di spostare il campo in continente.

Il vitto, teoricamente, secondo il capitolato d’appalto, doveva apportare mille calorie giornaliere a ciascun confinato, ma, come scrive Corvisieri: – “questa dieta già così nettamente inferiore a quella necessaria, non poteva essere rispettata sia per l’irregolare arrivo sull’isola di molti alimenti (e in certi periodi la loro completa sparizione) sia per le ruberie dell’appaltatore” che “fu arrestato nell’ottobre del 1942 proprio perché non forniva agli internati i viveri concordati (…)”.

 

Il 17 febbraio 1943, Salvatore Li Voti, ispettore generale della V zona d’internamento, riferiva al Ministero che le condizioni alimentari della colonia di confino di Ventotene e nel campo di concentramento di Ponza erano molto critiche: “Si verificano casi di denutrizione, e talvolta avviene che qualcuno cerca tra i rifiuti di che sfamarsi, altri se ne stanno sdraiati a letto per risparmiare le energie fisiche ed altri preferiscono commettere infrazioni per essere rinchiusi nel carcere, dove trovano una maggiore razione di pane (…)”.

Le autorità fasciste, a seguito delle predette precarie condizioni igienico-sanitarie che rendevano estremamente penose le condizioni di vita dei deportati, si stavano apprestando a mettere in atto i provvedimenti per lo sgombero del campo di concentramento di Ponza, quando intervenne la caduta di Mussolini che, dopo essere stato messo in minoranza dal Gran Consiglio del PNF, al termine del successivo colloquio con il Re avvenuto il 25 luglio 1943, fu arrestato.

 

[A Ponza, dopo la chiusura della colonia di confino… (1) – Continua qui]

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