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Mattinata di pesca a Ponza

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di Marco Vanetti

Aguglia imperiale

Eccitato all’idea della prima ipotetica pescata, imposto la sveglia alle 5, per assicurarmi di partire ancora con un po’ di buio.
Carico il kayak e vado a fare colazione al bar dove di solito non mi faccio vedere prima delle 10.
Sono solo le 6. Siamo io e il barista, luci accese a metà. Respiro già un’atmosfera nuova, visto che di solito vado a pescare al tramonto, e mai all’alba.
Mi dirigo verso il molo, godendomi il tempo dilatato che solo la fase che precede il sorgere del sole può offrire.

Il mare è molto mosso, chiaramente rispetto alla mia inesperienza riguardo il kayak. Preparo le canne e l’attrezzatura, sapendo di andare a caccia di occhiate per la cena. Un Rapala Testarossa da 50 mm e il Gran Pescatore, montati sulla mia fida Classig Jig 5’5 e su una canna da bolentino 12-20 lb da quattro soldi.

È ancora buio, pagaio per una mezz’ora abbondante con il mare mosso e vento contrario. Nel varo mi sono bagnato a sufficienza, e visti i 20 gradi che c’erano in quel momento il freddo va ad aggiungersi alle mie fatiche.
Ma la prima delle mie preoccupazioni è quella di non aver ancora sentito nessuna ‘tocca’ in canna, specie dopo 30 euro di attrezzature comprate il giorno prima in vista di questa mattinata di pesca.

Passa giusto il tempo di lasciarmi riflettere su quanto sia meravigliosa Ponza, che alla mia sinistra il sole illumina quell’isola così vicina ma così eterea che è Palmarola.

L’alba è infine giunta, e mi appresto a girare il promontorio che precede l’ultimo tratto di costa prima di raggiungere Gavi, mia meta finale.
Mi rendo conto comunque di essere assolutamente solo, nel blu più profondo, blu che mi gela un po’ lo stomaco.
Superato il promontorio la paura è esaltata e allo stesso tempo addolcita dal sole che sorge, dritto davanti a me, perfettamente in asse con il mio kayak.

Il mare di colpo varcato l’angolo si fa più calmo. Il sole in faccia che nasce mi fa socchiudere gli occhi, ma che non posso che spalancate di fronte allo spettacolo che mi si para davanti.
Migliaia e migliaia di aguglie a 5 metri dallo scafo mi tagliano la strada, in piroette aeree, come se fossero frecce impazzite rigettate dal mare, come dei fuochi d’artificio di vita. Mi provocano uno stato di estasi e contemplazione che rende giustizia al motivo per cui ho deciso di comprare il mio kayak qualche mese or sono.

Tuttavia di colpo le aguglie, dopo una parata di qualche decina di secondi, si dileguano. Silenzio totale, siamo io e il mare con le sue profondità.
Il sole per un attimo quasi scompare, apro meglio gli occhi.
Un pesce di almeno 2 metri ad un metro di altezza si frappone tra me e il sole. La sua sagoma nera in controluce, come se fosse un’eclissi, rimarrà scolpita per anni nella mia mente.

L’attimo del volo è parso quasi eterno, ma basta il fragoroso tonfo nell’acqua per instillare nelle mie vene il terrore più totale.
Lì per lì non mi sono reso conto di cosa fosse, ma sinceramente non mi sono proprio posto la domanda. La prima cosa istintiva che ho fatto è stata tirare su i piedi dall’acqua e riavvolgere il mulinello, per fuggire via il più velocemente possibile.
Riavvolgo lo Shimano a velocità supersonica, senza resistenze di alcun tipo.
Sto per tirare su l’artificiale e vedo un riflesso bellissimo, una luce che descrivo non come un insieme di fotoni ma di pura gioia. Un’occhiata di 400 grammi agganciata al mio minnow non oppone resistenza, non battaglia. Una sorta di regalo del dio del mare, premio per il mio rispetto e timore reverenziale per il blu profondo. Così mi piace pensarlo, e la mia fede del destino scolpisce nella mia testa questa convinzione.

Con il senno di poi quel pesce gigantesco, con una sorta di spada sul muso, e una grossa vela sulla schiena poteva essere solo una cosa: dopo la parata di aguglie non poteva che esserci sua maestà, l’Aguglia Imperiale.

Il mio battesimo così sacrale e epico è stata la scintilla che ha incendiato una giornata di pesca perfetta. Mi sono avviato un’ora prima per procacciare occhiate per la cena, e dopo un avvistamento del genere non poteva che andare bene. Poco dopo, ancora con il tremore alle braccia, sento la frizione impazzire. Avevo lasciato parecchio filo dietro di me, quindi la bobina era quasi al termine. Serro rapidamente, regolo la frizione quel tanto che basta per garantire un minimo di fuga e un sufficiente recupero, con una risolutezza che non sembrava appartenermi.
Dopo un recupero senza difficoltà la canna si piega di colpo e sento la preda allontanarsi. Sicuramente la vista del Tempo ha spaventato il pesce, dotato di una forza sorprendente per quanto mi riguarda, la mia Classig Jig era sollecitata notevolmente. Finalmente vedo un grosso riflesso sotto di me, avvicino il retino e tiro su una meravigliosa occhiata di 800-900 g, davvero grande.
Il minnow rimane impicciato nella rete, quindi in preda alla fiducia più totale, lo sostituisco con il Gran Pescatore, che mi regala sulla strada del ritorno altre due occhiate, una di dimensioni simili all’ultima bestiola e una più contenuta, sul mezzo kg.

Rientro al molo con forza nelle braccia che comincia finalmente a mancare.
L’adrenalina mi ha fatto andare oltre le mie possibilità, e mi ha fatto tornare a casa con quasi 2 kg e mezzo di occhiate per cena.
Al momento in cui scrivo, 6 ore dopo quel rientro, ho ancora la pelle d’oca al pensiero della mattinata passata.

Posso continuare quindi nella lettura di Moby Dick, che mi sta accompagnando questi giorni, a riprova che nulla succede mai per caso.

 

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