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Fari e ricordi (7) – Al faro della Guardia, il giorno dopo

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 di Vincenzo Di Fazio (Enzo)

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per la parte (6) leggi qui

Il profumo intenso e inconfondibile delle lenticchie in cottura contribuì al mio risveglio ancor prima della luce che iniziava a farsi strada tra gli scuri socchiusi della grande finestra.

Mio padre mi aveva preparato ai bordi del letto un paio di pantofole di feltro. Ognuna di loro poteva contenere entrambi i miei piedi ma erano caldissime e mi evitarono il fastidio del contatto con il freddo pavimento.

Le calzai e,  imitando le movenze di uno sciatore di fondo, mi trascinai in cucina. L’ambiente era caldo, molto più della camera da letto. Nella stufa ardevano due grossi ceppi di ulivo e del calore arrivava anche dal grande fornello acceso.

Vidi mio padre calare nella pentola, ove bollivano le lenticchie, due grosse fette di pane raffermo; dopo qualche secondo, aiutandosi con un forchettone, le tirò fuori adagiandole in un piatto. Vi sparse sopra due cucchiaiate di lenticchie fumanti e subito dopo qualche filo abbondante d’olio d’oliva. Completò il piatto con un pizzico di sale e me lo porse sorridente sedendosi difronte.

Era quello, durante l’inverno, un modo abituale di fare colazione e, secondo la pietanza che si decideva di preparare per il pranzo, si utilizzavano a turno ora i fagioli, ora i ceci, ora le cicerchie, ora le lenticchie.

Il pane gonfiandosi si era ammorbidito; il giallo intenso dell’olio appena versato andava sbiadendosi man mano si faceva strada nella mollica.

Fu una colazione di un sapore diverso per averla consumata mentre gli occhi scoprivano le fattezze di quell’ambiente che vedevo per la prima volta. Il grande focolare con il vano per la legna e per il carbone e le due portelle a protezione delle bocche dei fuochi occupava un intero angolo della cucina. Il bianco delle piastrelle si esaltava con la luce che penetrava dalla finestra posta proprio accanto. Alla parete sovrastante una struttura di legno che mio padre si era costruita a Zannone per la sistemazione delle pentole e il ricovero dei piatti d’ uso quotidiano

Di lato al focolare una bella credenza, di quelle classiche un po’ rugose composte di due parti: l’inferiore con due grosse ante e la superiore con le vetrine.

Completavano gli arredi un tavolo molto grande, di dotazione della Marina, che, accostato ad una parete, era l’unica cosa che un po’ stonava, date le dimensioni, con l’equilibrio e la compostezza di tutto il resto. Troneggiava su di un lato, quasi come elemento di arredo, un grande lume a petrolio pronto all’occorrenza.

L’edificio su cui si ergeva la torre con la lanterna era costituito da due piani su ognuno dei quali erano situati due appartamenti divisi da un grande corridoio centrale illuminato, quello a piano terra dalla luce che filtrava dal portone e quello al primo piano dalla luce del finestrone che dava sul piazzale antistante l’ingresso del faro.

 

Uno degli appartamenti posti al primo piano, arredato di tutto punto, era di norma a disposizione del Comandante della Zona Fari e del personale ispettivo. Era costituito da due stanze, senza cucina, con un bagno.

l'edificio del faro della Giardia foto di Giancarlo Giupponi

Era quasi sempre chiuso; vi accedevano i fanalisti solo per motivi di servizio. Nella prima stanza c’era una scrivania sul cui piano verde trovavano posto ben sistemati una serie di registri. Su uno di questi i fanalisti riportavano le risultanze delle osservazioni meteorologiche e di visibilità che, nell’espletamento dei turni di guardia, rilevavano alle 21, alle 24 e alle 3 del mattino di ogni giorno.

Vi si annotava lo stato dell’atmosfera e quello del mare, la direzione del vento e la sua forza, l’umidità e la temperatura secondo le norme dettate da una tabella di numeri e di lettere.

Registro delle osservazioni metereologiche e di visibilità - Faro della Guardia

Norme per le osservazioni metereologiche

Sfogliando, oggi, uno di questi registri che copre un arco di tempo che va dal mese di luglio del 1941 al mese di giugno del 1945 si possono conoscere alcune notizie sull’andamento climatico di quegli anni.
Così apprendiamo che la notte tra il 18 ed il 19 dicembre del 1941 ci fu una forte grandinata (fatto inconsueto) con mare mosso forza 3 e vento di levante e che uno dei mesi più rigidi fu il mese di febbraio del 1942 con temperature quasi sempre di 11 gradi contro una temperatura media invernale di quegli anni tra i 15 e i 16 gradi. Apprendiamo ancora che il mese di gennaio del 1945 fu un mese caratterizzato da frequenti tempeste, la peggiore delle quali si verificò nella nottata tra il 12 ed il 13 allorquando imperversò sul faro un fortunale con venti provenienti da sud forza 11 e stato del mare forza 9.

i dati della tempesta annotati sul registro - Copia

Ricordo altre cose di quegli ambienti come i due lettini in ferro battuto a forma di divani e la grande cristalliera piena di piatti e posate fregiate con decori blu e con lo stemma della Regia Marina. Alle due finestre  delle enormi tende fatte di drappi damascati raccolte ai lati con cordoni dorati. Un grande ordine e tanta pulizia.

La bellezza degli arredi, così diversi da quelli piuttosto spartani degli alloggi dei fanalisti, conferiva all’ambiente un’austerità tipica delle case signorili che un po’ intimidiva. Vi sostai poco ma bastò per avere conferma che mi trovavo in un luogo speciale.

Corsi di sotto per continuare quel meraviglioso viaggio alla scoperta delle forme e dei segreti degli altri locali che avevo appena sfiorato la sera precedente.

Appena varcata la soglia del grande portone d’ingresso, c’erano, l’uno di fronte all’altro, due stanzoni ognuno utilizzato per uso diverso.

Quello a destra conteneva poche cose: una piccola libreria sui cui ripiani diversi numeri sparsi del settimanale “Epoca” provenienti da un abbonamento offerto ai guardiani dal Comando Zona Fari di Napoli e, messi in ordine, alcuni numeri dei “condensati” di Selezione del Reader’s Digest donati – mi disse mio padre – da un visitatore.

In prossimità della grande finestra un tavolino con sopra alcuni mazzi di carte napoletane.

Accostate alle pareti sedie di foggia diversa probabilmente di proprietà dei fanalisti.

Era quella praticamente la sala “ricreazione” che i fanalisti amavano frequentare nei tempi morti per fare una partita a tressette o a scopa o a briscola o, quando si era in più di due persone,  a scopone scientifico. Più tardi, intorno agli anni 70, arrivò anche un grande televisore.

Di tutt’altra foggia la grande stanza di sinistra. Delle stesse dimensioni della sala ricreazione, sembrava più piccola per via delle tante cose che conteneva. Innanzitutto un grande tavolo da lavoro con una morsa da banco; alle pareti diverse scaffalature con utensili di ogni tipo. Un angolo era quasi interamente occupato  da casse contenenti corde, barattoli di pittura, strofinacci per la pulizia.  Altri contenitori, con chiodi e ferraglie , su un grossolano appoggio di legno grezzo. Sistemate in una sorta di cristalliera le gigantesche lampadine di ricambio.  Appeso ad una parete un enorme megafono di latta.

Aveva qualcosa di affascinante e misterioso quell’ambiente per via degli odori in cui, entrandovi, ti imbattevi. Odori inizialmente indefinibili perché frutto di mescolanze. Ne individuavi le essenze mentre  ti spostavi. Così avvertivi quello dolciastro della resina del legno o della colla avvicinandoti al banco da lavoro o  quello secco del cordame quando sfioravi i rotoli di cime di canapa o quello penetrante  della vernice quando ti accostavi ai barattoli che la contenevano.

L’intensità di quegli odori mi spinse fuori dove un bel sole scaldava il piazzale a dispetto della giornata rigida.

Continuavo a meravigliarmi della grandiosità di tutto quello che avevo intorno. L’edificio, le mura, il portone, le finestre, perfino i lastroni del cortile erano stati scelti di grandi dimensioni perché fossero degni di quell’opera e di quel luogo.

Tutto sembrava commisurato ai grandi blocchi di roccia di cui era fatto il faraglione.

Anche il muro di cinta a protezione rispettava quell’ordine di grandezza. Arrivavo appena a scorgere il mare ed era talmente profondo da non consentire nemmeno agli adulti di sporgersi oltre.

Quel limite ti portava a lanciare lo sguardo altrove dove il mare si univa al cielo e dove le tonalità dell’azzurro andavano sbiadendosi per via della lontananza.

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Sentirsi padrone di quello scenario aveva qualcosa di magico, così come il goderselo nella mutevolezza dei colori, nell’assenza dei rumori propri degli ambienti vissuti, nella compagnia delle voci del vento e del mare e del volare libero dei gabbiani.

gabbiano verso il sole foto di enzo di fazio

Il pensiero d’istinto mi portò a Ponza, nascosta dall’altra parte dell’isola oltre il confine segnato dalle goffe forme dei faraglioni del Calzone Muto. Ero lontano da casa poco più di due chilometri ma avevo la sensazione di essere veramente in un altro mondo.

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foto aerea di Giancarlo Giupponi

Mio padre mi chiamò per il pranzo.
Varcai lentamente la soglia d’ingresso con un nuovo pensiero.
Al tramonto avrei ancora percorso le scale a chiocciola della torre per rifugiarmi nell’ampolla della lanterna e continuare a sognare,  gli occhi immersi  nell’infinito del cielo e del mare, dal punto più alto del faro.

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(L’abbandono e l’incuria si sono impossessati  da tempo di questi ambienti. Sembra che vi sia passata la guerra. Sono rimaste pochissime cose che appaiono quasi mummificate per la polvere che sopra vi si è stratificata…  La tenda posta al finestrone del grande corridoio su cui si affaccia l’appartamento “istituzionale” sembra voler resistere all’azione inarrestabile del degrado. Ne è rimasta solo una parte che a mala pena si regge al bastone inclinato e malfermo pronto a cadere portandosi dietro un altro pezzo di storia.)

 Faro della Guardia - il finestrone sul corridoio del primo piano

 

il focolare della cucina del faro della guardia

 

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