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Come ho conosciuto l’italiano (1). Un racconto di Predrag Metvejevic’

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proposto dalla Redazione

Predrag Matvejevic'

 

Predrag Matvejević (Mostar, 1932) è diventato, per i cultori del campo e ai nostri occhi una sorta di nume tutelare del Mediterraneo, per la sua opera e i suoi scritti, per la figura di vecchio saggio ancorché coltissimo, per la sua testimonianza di una cultura transnazionale del mare non da tutti riconosciuta come tale.
Di Matvejević si è più volte trattato, sul sito:
– per una presentazione del suo libro forse più famoso, “Breviario mediterraneo” (leggi qui);
– per un intervento di suo pugno, di presentazione ad “Adespota”, il libro di poesie di Antonio De Luca e Andrea Simi (leggi qui);
– per una coinvolgente recensione-ricordo da parte di Lino Catello Pagano del suo ultimo libro, “Pane nostrum”  (leggi qui).
Proponiamo qui di seguito (suddiviso in due parti) un suo racconto del 2002.
La Redazione

Breviario-mediterraneo

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Come ho conosciuto l’italiano

Cercherò di raccontare alcuni episodi di un tempo lontano, che influirono sul mio rapporto con l’Italia. Senza di loro, forse, non mi sarei deciso a stabilirmi in questo Paese.
Il mio racconto potrebbe essere intitolato «Come ho conosciuto l’italiano». Il ragazzino di allora non distingueva «un italiano» dall’italiano in genere.

Era primavera, primi giorni di aprile. Allora cominciò la guerra nel nostro paese. Ricordo uno strano contrasto: da una parte le giornate luminose e serene, dall’altra i volti scuri e preoccupati. Nel cielo volavano aerei e sganciavano bombe sulla città dove vivevo con mia madre e una sorellina.
Mio padre era stato mobilitato nell’esercito e mandato al fronte. All’epoca, nel 1941, non conoscevo neppure il significato della parola fronte, né sapevo dove potesse trovarsi.
A Mostar ci sono diversi ponti sul fiume, tra questi lo Stari Most (il ponte vecchio), che dà il nome alla città. Vi correvo quasi ogni giorno per osservare la Neretva che continuava a scorrere, come aveva sempre fatto, come scorre tuttora. Guardavo nell’acqua e, nell’aria, i gabbiani che venivano dal mare per posarsi accanto a me sul parapetto in pietra. In Erzegovina ci sono più pietre che terra. E la vita è dura.

La nostra città fu occupata dalle truppe italiane. Guardavo quei soldati con sospetto e timore. Il primo che incontrai aveva in testa un elmetto dal quale scendeva un ciuffo di penne: sentii che quei soldati con svolazzanti piume di gallo erano chiamati bersaglieri. Ne fui spaventato, avevo appena compiuto otto anni. Mi parve che fosse mio dovere proteggere la famiglia, essendo «l’unico maschio di casa». Soprattutto difendere mia sorella, di alcuni anni più piccola di me.
Divenni, ai miei stessi occhi, il suo protettore. Mi sentivo molto più adulto, più grande della mia età.
La sera, prima di addormentarmi, pregavo con sincero ardore. Smisi di giocare. Evitavo d’incontrare i compagni di giochi.
Avevo un cagnolino bianco che si chiamava Buska, divenne il mio migliore amico.
Soffrivo nel vedere mia madre costretta a faticare tutta la giornata fuori casa. Era ancora giovane e bella, per me la più bella madre del mondo. Diventavo geloso quando si fermava a parlare con qualcuno: «Andiamo via, su!», la tiravo per la gonna.

Mio padre non ci dava notizie, presto venimmo a sapere che era finito in un campo di lavori forzati, in qualche parte della lontana Germania. Avevano scoperto che era nato ad Odessa e questo bastò per sbatterlo nel lager. Cominciai a scrivergli lettere, le spedivo a un indirizzo che, accanto al nome e al cognome, comprendeva soltanto due parole: «lager» e «Deutschland». Nella mia innocenza pensavo che i postini sapessero certamente dove si trovava mio padre. Fu così che cominciai a scrivere. Talvolta, ripensandoci, ho l’impressione di non aver fatto altro che scrivere lettere per tutta la vita. Spesso spedite a indirizzi sbagliati…
Eravamo privi di tutto: mancavano il pane e il vestiario, la legna e il carbone per scaldarsi. Mia sorella si faceva sempre più pallida col passare dei giorni. La prese in cura un anziano dottore che da poco era riuscito a fuggire dalla «zona di occupazione» tedesca in Croazia trovando rifugio nella «zona italiana», dove gli ebrei – e lui era un ebreo – si sentivano più sicuri.

Il dottor Jungwiert – così si chiamava, ricordo bene il suo nome – pronunciò un giorno una parola che al solo sentirla mi gelò il sangue nelle vene: «tubercolosi». C’era un solo rimedio, spiegò: «Bisogna nutrirla bene». E con cosa, dottore?
Poi successe qualcosa di peggio: nostra madre tornò dal lavoro con alcuni denti in meno. L’unica merce che si poteva vendere o scambiare per procurarsi dei generi alimentari era l’oro. Mia madre aveva alcuni denti d’oro e se li era fatti estrarre per venderli in cambio di cibo.
Ma non bastarono. Tutto quello che era stato comprato fu ben presto consumato.
E mia sorella non era ancora guarita.
Qui comincia appunto la storia che voglio raccontare.

Nelle vicinanze della nostra abitazione si trovava una caserma nella quale si sistemarono i soldati italiani. Cercavo di non badarci. Giravo alla larga per non incontrarli, la loro presenza mi era sgradita. Ma un giorno mia madre m’incoraggiò: «E’ gente che canta, alcuni anche pregano, certamente ci sono delle brave persone anche fra di loro». Mi suggerì di avvicinarmi a quei soldati per pregare qualcuno di loro di darci un po’ di riso per la mia piccola sorella. Imparai alcune parole italiane: dare, riso, sorellina, malata. Passai accanto a un soldato, poi a un secondo e a un terzo, farfugliando quelle parole, ma nessuno alzò gli occhi su di me. Probabilmente pensarono che fossi un mendicante. Il primo suonava l’armonica a bocca, il secondo guardava delle fotografie, il terzo era semplicemente immerso nei suoi pensieri. Fermatomi davanti al terzo, pronunciai per la seconda volta le quattro parole imparate a memoria, stavolta spiccicando meglio le sillabe. Mancavano le preposizioni, il verbo non era coniugato. La grammatica era assente ma speravo d’essere capito. Il soldato, infatti, trasalì, mi guardò, mi accarezzò i capelli, disse qualcosa che non capivo. Compresi però di essere di fronte a un uomo mite. Mi fece segno di aspettare, mi avrebbe portato qualcosa.
Tornò presto con una piccola gavetta militare, di color verde, con il coperchio di latta zincata. Il recipiente era pieno di riso cotto e condito. Non lo assaggiai nemmeno, portai subito tutto a casa.
Tornai davanti alla caserma l’indomani, ci tornai anche dopodomani, e poi ogni giorno, per farmi riempire la gavetta con la minestra di riso.
Mia sorella, cibandosi di quel rancio militare, prese a star meglio. Ecco, conobbi così «l’italiano», un soldato che si chiamava Mario.
E questa fu la più bella storia in una triste infanzia.

Nell’autunno del ’43 l’esercito italiano in Erzegovina e negli altri territori occupati cessò di combattere. I soldati fuggirono da varie parti, si dispersero. Alcuni passarono nelle file partigiane, altri si arresero ai tedeschi e finirono nello Stalag. Oppure furono trasferiti forzosamente sul fronte orientale, verso l’inverno russo che i giovani mediterranei non sopportavano; altri ancora vagarono qua e là per sfuggire alla cattura, decisi a raggiungere la costa adriatica, mettere le mani su qualche trabaccolo e passare sulla sponda opposta. Tornare a casa.
A quell’epoca avevo ormai compiuto undici anni e mi rendevo conto di quello che stava succedendo.
Una sera, sul tardi, qualcuno bussò alla porta della nostra abitazione. Chi è?
«Mario».
Entrò in casa, silenzioso e guardingo. A mio zio, che si trovava nel corridoio d’ingresso, rivolse alcune parole: il soldato cercava un rifugio, una salvezza. Dietro la nostra casa era un piccolo locale che serviva da lavanderia. Lo sistemammo «provvisoriamente» in quel vano.
Ma trepidavamo per lui e per noi stessi, nel timore che potessero scoprirlo.
Ogni giorno, verso l’ora di pranzo, di nascosto, portavo a Mario una parte del poco cibo che noi si riusciva a trovare. Glielo portavo nella stessa gavetta verde che proprio lui mi aveva dato.
Non so chi di noi due attendesse con maggior ansia quell’incontro: Mario che rimaneva per l’intero giorno solo e inquieto nell’angusta lavanderia, oppure io che all’improvviso ero diventato «grande», pari agli adulti, complice del loro gioco. A quel punto sapevo già dire qualcosa di più delle quattro parole d’italiano e riuscivo anche a capire meglio. Imparai, tra l’altro, alcune parole di una canzone canticchiata da Mario nella quale si parlava di Lugano: Addio Lugano bella…. Ma dov’era Lugano? Che città meravigliosa era mai quella cantata dal mio «amico segreto»?
Non ricordo bene per quanto durarono quei nostri incontri. Ripensandoci, a volte mi pare che si protrassero a lungo, altre volte che passarono presto.
Un giorno Mario mi spiegò che desiderava incontrare di nuovo mio zio, voleva parlargli. Mio zio aveva evitato la chiamata al fronte per una ferita alla gamba, che gli era valsa la destinazione a non so quali lavori nelle «retrovie», a compiti sulla cui natura non osavamo chiedergli spiegazioni.
S’incontrarono quella stessa sera, senza di me. L’indomani Mario sparì.

Mi sentivo triste, abbattuto. Perché non mi aveva avvertito? Come ha potuto? Gli scrissi una lettera piena di rimproveri, ma non sapevo a quale indirizzo spedirla. Mia madre mi disse che dovevo gettarla nel fuoco, distruggerla, «per non farla trovare», per evitare guai. Perché, aggiunse, «Mario ha raggiunto il bosco».
E questo, a quell’epoca, significava che si era unito ai partigiani.

 

[Tratto dalla Lectio doctoralis, tenuta in occasione della consegna di Laurea honoris causa all’Università di Trieste (28 giugno 2002). Traduzione di Giacomo Scotti]

 

[Come ho conosciuto l’italiano (1). Continua]

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