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Riflessioni su Vinea loquens, di Antonio De Luca

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di Rosanna Conte

Punta Fieno e vigne

 

In Vinea loquens, Antonio De Luca compie  il suo Viaggio in spazi ampi e distanti, ma accomunati dall’originario Thalatta.
Il suo mare ha la matrice della cultura mediterranea: è un ponte che unisce e consente il passaggio di una pluraltà umana in continua osmosi che riceve impulso da un centro particolare: il Fieno.

In questo microcosmo, come in un cristallo, si rifrange la vita nella sua essenzialità. Le persone che lo fanno vivere o l’hanno fatto vivere, sono le voci umane rimaste intatte nel tempo, sempre uguali a se stesse, al di là dello scorrere dei secoli e dei millenni.
Le loro certezze sono sicure come quelle rocce del Fieno in cui puoi scavare la tua cantina e sono quelle che hanno accompagnato l’uomo nel suo percorso attraverso il tempo: il rispetto per la terra e gli animali, la cura delle piante, la solidarietà, l’ospitalità…

La Cantina di Giustino

Giustino, Silverio, Adalgiso, Amedeo, Liberato, Aniello e donne come nonna Lucia, Carmelina, Civitella, e tutti i vignaioli del Fieno così amorevolmente descritti da Antonio, vivono gli stessi valori del mondo greco arcaico che aveva il suo perno nella sacralità della vite e dell’ulivo.

L’offerta del bicchiere di vino è il gesto più visibile, quello che sintetizza la nobilità di questa parte scelta di umanità che può vivere al di fuori o al di là delle trappole del mondo, dal consumismo all’egocentrismo, alla corsa sfrenata all’arricchimento mentre si perde il rispetto per l’altro.

Scegliere di coltivare la vigna al Fieno è un gesto che coinvolge la persona nella sua totalità e l’impegna per l’eternità: può farlo solo chi ama la terra e la vigna, non teme la fatica e la solitudine, ha una ricchezza interiore che gli fa compagnia in ogni momento quotidiano. È una scelta di destino, e Antonio ha scelto quello che il profondo del suo animo vuole.

Il movimento circolare che caratterizza la narrazione nella distribuzione dei capitoli, è anche presente nell’esplorazione del microcosmo Fieno, sebbene in forma contratta per la quantità di personaggi concentrata nel ristretto spazio/tempo del luogo, con incontri e reincontri che hanno il sapore della staticità di ciò che non ha tempo.

Ma è anche il movimento di Antonio che, come il sasso gettato in acqua genera dei cerchi concentrici, così  si espande nei suoi incontri in punti cruciali del mondo, dalla Lisbona di Pessoa alla casa preferita di Neruda a Isla Negra, e incrocia altri cerchi che si allargano, come quelli di Marina Longo, che porta il sapore e il colore di Teheran, o di Joao Andrade che gli fa assaporare il vino dell’Alentejo impregnandolo dei ricordi della ‘Rivoluzione di garofani’, o di Raul che nel mezzo della pampa argentina lo riporta a Ponza  attraverso il sapore  del vino che gli offre, il dono dell’ospitalità e il riconoscimento della sua isola da parte di Teresa, sua moglie, il cui padre aveva lavorato alla miniera di bentonite.

E’ in questi incroci che vediamo come il vignaiolo non sia un semplice produttore di vino, bensì colui che offrendoti la coppa ti invita a raccontare, a parlare di te, del tuo paese, dei tuoi sogni, delle tue avventure.
Il profumo del vino, sempre piuttosto simile in qualsiasi paese sia stato prodotto, è un buon viatico all’apertura dell’anima e nell’anima di Antonio, accanto a ciò che può dare piacere, c’è il dolore per la perdita della sua isola, il cui degrado è irreversibile, insieme al rifiuto del proprio paese sordo al dolore umano e prono al clericalismo.

Si salva il Fieno protetto dal monte Guardia e dai vignaioli che lo vivono. Ma fin quando durerà?
Vinea loquens è la bella testimonianza di questo mondo ancora intatto scritta con un pizzico di nostalgia perché si avverte, attraverso un velo di malinconia, che laggiù potrebbe non esser sempre così.

Antonio De Luca, a memoria futura, ci fa sentire che la fine del mondo sta lì, dove esso ha inizio e con l’antica sapienza si può riprendere il Viaggio.

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