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Le ragazze dei marinai, di Bruce Chatwin

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proposto da Sandro Russo

 

Un viaggiatore particolare. Uno che certo non soffriva della Sindrome di Stendhal perché – almeno da quanto si può capire dai suoi libri – trovava dentro di sé la forza e la giustificazione del suo andare per il mondo, era Bruce Chatwin (1940-1989). Se come scrittore ha estimatori e detrattori, come viaggiatore è stato tra gli ultimi dei grandi (penso a Pierre Loti, a Freya Stark, al nostro Fosco Maraini e decine di altri, che segnarono l’immaginario del mondo per i decenni e per i pigri a venire.
Ma come botanico era una frana, il nostro Chatwin… Delle piante non parlava granché; forse neanche le vedeva.
Il suo famoso “occhio assoluto”; che con tanta precisione gli consentiva di valutare gli oggetti d’arte da Sotheby’s; lo sguardo che gli faceva apprezzare forme e colori, e le sfumature del paesaggio – a giudicare dalle foto che ci ha lasciato dai suoi viaggi – poneva scarsa attenzione al mondo vegetale.
Chatwin delineava paesi più immaginati che reali e del mondo intorno prendeva quanto si attagliava alle sue teorie, rigettando il resto.
Per questo può risultare insopportabile. Per lo stesso motivo molti lo amano.
Qui di seguito, alcune sue foto (cliccare per ingrandire):

Chatwin. Sahel

Bruce Chatwin. Forte abbandonato nel Sahel (Africa sud-sahariana)

Chatwin. Wyoming

Bruce Chatwin. Fattoria abbandonata nel Wyoming

Chatwin. Flags

Bruce Chatwin. Bandierine della preghiera in Nepal

 

Chatwin ci ha lasciato grandi costruzioni teoriche.
Con uno dei suoi primi libri In Patagonia (1973) ha aperto all’immaginario territori ben poco conosciuti e considerati prima di lui.

In “Anatomia dell’irrequietezza” – Anatomy of restlessness, pubblicato postumo, del 1996 – ha sviluppato una teoria del nomadismo che egli si rappresenta come carattere universale dell’uomo.

Il mito di un processo creativo, di interesse più poetico che antropologico, è trattato ne: “Le vie dei canti”  – The Songlines (1987), dove ipotizza che i canti tradizionali degli aborigeni australiani siano delle mappe del territorio, a partire da un canto al tempo del sogno (dreamtime) della Creazione, da cui ha avuto origine il tutto.
Intuizione affascinante, perché ritorna, in letteratura e nella storia personale di ogni uomo, la necessità di parlare, ricordare (o ‘cantare’ secondo Chatwin) un evento, per evitare di perderne la memoria, per ancorarlo più fortemente alla realtà.

Nominare qualcosa per farla continuare ad esistere.

“Gli Uomini del Tempo Antico percorsero tutto il mondo cantando; cantarono i fiumi e le catene di montagne, le saline e le dune di sabbia. Andarono a caccia, mangiarono, fecero l’amore, danzarono, uccisero: in ogni punto delle loro piste lasciarono una scia di musica. Avvolsero il mondo intero in una rete di canto”


[Bruce Chatwin, Le vie dei canti (The songlines); Adelphi, 1988]

 

Case palafitte a Chiloé

Mare oceano a Chiloè. Due ostrichieri in volo

L’isola di Chiloé, sulle coste del Cile. Nel suo libro ‘In Patagonia’ Chatwin la descrive come “l’isola dalle terra nera e delle nere tempeste”

Chatwin. In Patagonia

 

Riportiamo, in relazione con il mare e con la vita dei marinai, queste poche righe tratte appunto dal primo romanzo di Bruce Chatwin: In Patagonia:

“Eravamo vicini al Capo Horn, correndo con tutte le vele gonfiate da un forte vento a dritta. Era una domenica mattina.
Camminavo su e giù lungo il boccaporto principale con Chips il carpentiere.
Chips disse: «Le ragazze, a casa, tirano con tutte e due le mani».
È una vecchia idea dei marinai che ogni nave ha una cima con un capo legato a prua e l’altro tenuto in mano, a casa, dalle loro ragazze. 
Quando la nave ha il vento favorevole, i marinai dicono che le ragazze tirano con forza la cima. Ma quando il vento è cattivo, dicono che c’è un nodo o un cappio nella cima, che perciò non può scorrere nel bozzello; oppure che le ragazze stanno amoreggiando con dei soldati, dimenticando i loro marinai…

Da Bruce Chatwin: “In Patagonia”, 1973 – Adelphi (collana Biblioteca Adelphi), 1982)

Tirare la fune

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