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La tessitura e la donna: artigianato e mito. (3)

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di Rosanna Conte

Donna turca che tesse il kilim

 

Per gli articoli precedenti sul tema, digita – La tessitura e la donna – in: CERCA NEL SITO

 

Nel mito, la tessitura diventa anche metafora della narrazione stessa.

Stretto è il legame fra scrittura e tessitura, come esplicitamente canta il Canzoniere Eddico in cui le Narne sopra una tavola incidono rune, le lettere della scrittura celtica.
E il passaggio dalla scrittura, tessuto di segni – lettere, alla narrazione, tessuto di eventi, è naturale.

Così, la parola “trama”- disposizione dei fili impostati nel telaio che con la spoletta passano attraverso l’ordito – è passata ad indicare le vicende della narrazione e, come la tessitrice sceglie l’armatura e crea il tipo di tessuto e il disegno che vuole, così lo scrittore sceglie il modello narrativo che vuole  e crea il suo racconto.

Sono metafore della narrazione, tessitrici come la ninfa Calipso e la maga Circe, capaci ambedue di creare destini. La prima può bloccare Ulisse presso di sé e donargli l’immortalità, se vuole; l’altra può trasformare gli uomini in porci.

Ambedue sono riportate da Omero mentre tessono.

 

Ma la metafora della narrazione per eccellenza è Penelope, la tessitrice mitologica più conosciuta e interpretata:

Penelope al telaio

In lei si è voluto vedere, per secoli, la donna che attende passiva e fedele il ritorno di Ulisse, ma è proprio il suo fare e disfare la tela che invece mette in evidenza le sue capacità di azione.
Non dimentichiamo che riesce a tenere a bada i proci e a mantenere il regno per venti anni; ed è lei, una volta scoperta e costretta a terminare la tela, che propone la gara con l’arco sapendo che così può tergiversare ancora.

Sulla connessione tessitura-vita-racconto nell’Odissea, il filosofo Umberto Galimberti, in un articolo intitolato ”Le trame delle donne”  pubblicato nella rubrica epistolare di “D  – La Repubblica delle donne” (Sommario 440, 5 Marzo 2005) dice che la storia, inaugurata dall’uomo con le sue imprese, è appesa al filo che la donna tesse nell’attesa: se Penelope avesse smesso di tessere, Ulisse avrebbe perso il filo che lo teneva legato a Itaca, e quindi tutte le sue peregrinazioni dipendevano dal filo che Penelope tesseva.

D’altro canto l’eroe riesce a tornare quando Penelope ha terminato la tela, quasi a indicare che il fare e disfare di Penelope corrispondono alle diverse traversie di Ulisse quando, sul punto di arrivare ad Itaca, ne era nuovamente allontanato dalla volontà di qualche dio.

 

Ma possiamo andare anche oltre i caratteri mitologici e narratologici della tessitura, poiché presso alcuni popoli il prodotto tessuto è diventato addirittura emblema della loro storia e della loro libertà. Stiamo parlando dell’huipil, la casacca tradizionale dei Tzotziles e dei Tzeltales, discendenti dei Maya che abitano sugli altipiani del Chiapas.

Huipil

Huipil

La sua tessitura manifesta la creatività fantasiosa di questi due popoli, ma anche il forte legame che hanno conservato con la loro mitologia e la loro concezione del  cosmo, della natura e dell’uomo. Le decorazioni della casacca riproducono una minuziosa simbologia che ne percorre storia e diventa la carta della loro identità culturale, la bandiera intorno a cui, nel Chiapas, i Tzotziles e i Tzeltales resistono ai tentativi di annientamento  a cui da secoli  sono sottoposti.

Tessiture tradizionali guatemalteche.1

Due tessiture guatemalteche – I motivi tradizionali riprodotti con piccole variazioni, identificano e distinguono gli appartenenti a diversi villaggi della stessa etnia

Tessiture tradizionali guatemalteche.2

 

Le donne hanno anche usato la tessitura come sistema comunicativo personale.

Il termine kilim’ trae origine dal persiano gelim che significa distendere.
È un tappeto tessuto come un arazzo, prodotto dai Balcani al Pakistan.
Il kilim può essere puramente decorativo ma può avere anche profonde implicazioni con la tradizione e la storia della famiglia di provenienza.

Il più antico pezzo di cui si abbia conoscenza è un frammento trovato da M. A. Stein, esploratore archeologico, nel Turkestan, tra le rovine un antico insediamento risalente al IV – V secolo, sepolto da cumuli di sabbia. Il tessuto è quasi identico a quello dei kilim di epoca successiva.

Dettaglio di un Kilim turco (immagine da Wikipedia)

Dettaglio di un kilim turco

I tappeti Kilim sono considerati alla stregua di libri in cui prende forma una trama di linguaggi diversi. Essi vanno letti considerando che riflettono la vita della donna che li ha tessuti perché raccontano nello stesso tempo i desideri e le aspirazioni della tessitrice ed anche il suo modo di intendere ed affrontare il destino.

Kilim

Kilim

Galimberti, sempre nello stesso articolo citato prima, parla del Kilim in questi termini:

“Misteriosa orchestrazione di messaggi in codice, di alfabeti dimenticati, di simboli trascurati eppure fondanti quella cultura universale, da cui l’Occidente si è separato per affermare il primato della storia sulla natura, anzi della sua storia su quella primordiale cultura che concepisce la vita come unione degli opposti: la trama e l’ordito, il maschio e la femmina, il cielo e la terra, la vita e la morte. Per avere smarrito questa simbolica duale, di cui la donna è gelosa custode, noi occidentali trattiamo i kilim, le cui figure raccontano una storia di novemila anni trasmessa da madre a figlia, come semplici tappeti da calpestare.
E in essi più non avvertiamo quella presenza amica che proteggeva dal vento e dalla sabbia, serviva da mensa, da letto, fungeva da spazio sociale, per discutere e chiacchierare, da culla per bambini, da paramento funebre, da luogo di preghiera, da serbatoio di segreti dove intessuti erano i sogni delle donne che la storia degli uomini ha solo trascurato e calpestato. Eppure lì, nel kilim, c’è la trama profonda del senso della storia che nascite e morti cadenzano, come vuole il ritmo della natura, che non si è mai fatta incantare dal racconto della storia nel suo incessante proferir parole di riscatto, progresso, redenzione”.

Kilim1

Kilim

Quanto contenuto c’è nell’atto della tessitura!

 

 

[La tessitura e la donna: artigianato e mito. (3) – Fine]

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