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La tessitura e la donna: artigianato e mito. (1)

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di Rosanna Conte

 

Le nostre nonne e bisnonne sapevano tessere?
Filatura e tessitura erano strettamente collegate poiché la prima era finalizzata alla seconda, ma tra fine ‘800 e inizi ‘900 non dovevano essere più attività diffuse a livello familiare.

Donna turca che tesse il kilim

Donna turca che tesse il kilim

Come leggiamo nella Monografia per le isole del gruppo ponziano (1855), il Tricoli riteneva la tessitura una delle arti e industrie da sostenere e incrementare, poiché a Ponza, a metà ‘800, c’erano dieci botteghe con complessivi 50 addetti che producevano solo il 5% dei tessuti necessari al fabbisogno locale.

Anche la stessa produzione locale di lino e canapa non era sufficiente a soddisfare il fabbisogno dell’isola, costituendo solo la decima parte del quantitativo richiesto.

Certamente la rivoluzione industriale era riuscita ad immettere sul mercato, a basso costo, tessuti di cotone che prima erano più preziosi del lino ed è molto probabile che nel computo dei pro e contro, abbia prevalso il graduale abbandono della tessitura in casa.
Le ultime tessitrici che ricordiamo su Ponza, sono Olga e Rosaria Zecca che negli anni ’60 usavano una macchina moderna per fare le maglie, ma si ha ricordo ancora di qualche telaio a mano risalente ai primissimi anni del ‘900.

 

L’uso del telaio ha sempre richiesto pazienza, tempo e attenzione, ed ha accompagnato il lavoro femminile fin dal neolitico, quando il primo rudimentale telaio era costituito da un’intelaiatura rettangolare di rami o pali di legno messa in posizione verticale.

Ricostruzione di un telaio preistorico

Ricostruzione di un telaio preistorico

La tensione dei fili di ordito, attraverso cui passano quelli della trama, era ottenuta tramite pesi, in argilla o pietra, che si trovano numerosissimi negli scavi archeologici. L’immagine di questo tipo di telaio è rappresentata sui vasi greci, spesso abbinata all’immagine di Penelope:

Penelope al telaio

I popoli antichi oltre al telaio con pesi usavano telai orizzontali, a terra, dove la tensione dei fili d’ordito veniva ottenuta con il tiraggio tra il subbio anteriore e quello posteriore. I ‘subbi’ sono parti del telaio costituite da assi orizzontali: uno porta i fili dell’ordito e l’altro arrotola il tessuto già fatto.

Ricostruzione di un telaio orizzontale

Ricostruzione di un telaio orizzontale

Tessitrici del Laos

Tessitrici laotiane con telaio a terra

Questa tipologia di telaio, un po’ più raffinata, continuò ad essere utilizzata per millenni, dagli Egizi e dai Romani.

ricostruzione telaio orizzontale del medioevo

Ricostruzione di un telaio orizzontale del Medioevo

Nel Medioevo il telaio verticale era utilizzato per il confezionamento degli arazzi, e nel 1250 fu dotato per la prima volta di pedale. Presso alcune popolazioni dell’America centrale discendenti dei Maya, sono ancora in uso i telai a cintura, comodi per il trasporto.

Telaio a cintura

Telaio a cintura

Dopo il medioevo la costruzione dei telai diviene sempre più accurata, fino a permettere nel ‘500 la produzione di manufatti complessi e raffinati come il raso, il broccato, il damasco e il velluto, in concorrenza con la seta importata dalla Cina.

Nel 1787 nasce il telaio meccanico con l’applicazione del motore a vapore e, dopo una serie di miglioramenti meccanici e razionalizzazioni nell’organizzazione del lavoro,  nell’800, il telaio esce dall’ambito artigianale e domestico e diventa uno degli artefici della rivoluzione industriale che ha la sua origine in Inghilterra.
Qui, la produzione tessile, che nel 1834 impiegava 23.000 addetti, nel 1851 passa a 331.000.

 

La costruzione di telai sempre più avanzati porterà all’eliminazione anche delle caratteristiche lenzuola fatte con tre tele unite dal filo cerato, anche se fino all’ultimo dopoguerra si eseguiva ancora questa operazione.
Oggi si trovano in vendita fili cerati di tutti i tipi da utilizzare nei più svariati campi, dalla bijoutterie alla lavorazione della pelle e del cuoio, poiché garantiscono resistenza.
Una volta si faceva in casa con un pezzo di cera ammorbidito col calore delle mani; mia madre aveva ancora un pezzetto di cera rossa che serviva a questo ed io l’ho conservato fino a poco tempo fa.
Il filo utilizzato doveva essere molto sottile – e appunto per questo si cerava – in modo da unire le tele con piccoli punti, molto fitti, che restavano poco visibili.

L’abbiamo visto alla recente mostra sull’Appriezzo (leggi qui). 

Telaio verticale

Telaio verticale

 I filati tessuti a Ponza nell’800, seguendo le indicazioni del Tricoli, erano il lino e la canapa, ma non doveva mancare la lana, per chi aveva le pecore e le capre, necessaria per i capi invernali.

Diverse potevano essere le tipologie di tessuti prodotti e dipendevano da come si armava il telaio, ma probabilmente l’armatura più diffusa e comune era quella a tela.

Le armature si preparavano con i subbi, di cui abbiamo già parlato, e con i licci, sbarre con fori attraverso cui si facevano passare i fili dell’ordito ed erano almeno due, per fili pari e fili dispari, ma potevano essere anche tre o quattro a seconda della complessità del tessuto.

liccio

Liccio

A tutt’oggi, nonostante le tecniche per imprimere il movimento siano ben diverse, gli schemi di armatura sono sostanzialmente gli stessi. Nell’armatura a tela tutti i fili di ordito dispari si alzano al passaggio delle trame dispari, e tutti gli orditi pari al passaggio delle trame pari; i fili pari dell’ordito sono armati su un liccio, quelli dispari su un altro.

L’armatura a saia consente  al filo dell’ordito di passare prima sopra un filo di trama e poi sotto due (è la tessitura denim con cui sono fatti i jeans, ma anche la gabardina, il tweed, il tartan) e occorrono tre licci.

telaio 3 licci

Telaio a tre licci

Ci sono naturalmente altre armature più o meno complesse, come quelle a raso (tessuto damasco), a nido d’ape (per fare asciugamani e accappatoi), traforato a giorno (per fare tende, tovagliati, abbigliamento) e così via.

 

[La tessitura e la donna: artigianato e mito. (1) – Continua]

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