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2009-07-15_19-30-36 c2-17 pa-01 u-23 polina-1921 Il tunnel "romano" di Chiaia di Luna con le pareti ad "opus reticutatum"

Sub di Ponza

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di Jean-Claude Di Bernardo

Gavino da Ponza mia

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Fino a quarant’anni fa, più o meno, Ponza ha conosciuto “l’âge d’or” della pesca sub. Non dico che potevi prendere una cernia ’ncopp ’u summariell’ a Sant’Antonio ma a cinque o sei metri sì.

Tra la Ravia e Frontone, ho preso la mia prima cernia di un paio di chili. Dalle parti dello spaccapurpe, si vedevano tanti pesci e si prendevano cernie, ombrine, saraghi e non parlo di Palmarola che era un vero paradiso. Ma era ancora l’epoca delle barche a remi e dei pochi turisti e sub. Ricordo che quando avevo appena iniziato a pescare si faceva quasi il giro dell’isola a remi. Ma poi sono arrivati i fuoribordi e i turisti che scendevano quasi tutti armati con pinne, maschere e fucile Cernia, l’inquinamento …e i pesci se ne sono andati in profondità.
Ma non importa, Ponza è rimasta sempre bella come prima, sott’acqua come fuori.
Per me, fare pesca sub rimane sempre un immenso piacere, pure se prendo solo qualche purpetielle  o doie trigliuzzelle, perché i fondali sono rimasti sempre stupendi.

Ponza ha avuto sub di grande valore. Io ne ho conosciuti tanti ma due in particolare considero i migliori – che nessuno si offenda, perché non sono stato a pescare con tutti i sub di Ponza –: Gavino e Vanni.

Gavino ci ha lasciati ma Vanni pesca ancora o almeno tre-quattro anni fa pescava ancora.
Ma comunque il più bravo fu Gavino. Lui pescava per vivere. Era capace di buttarsi della scogliere del porto e pescare fino al Fieno e Chiaia di Luna solo e senza barca. Una volta era così.
Prese una cernia alla Guardia, non una cernia di un chilo ma di cinque-sei chili. Le passò una cordicella nelle branchie e se la portò  dietro per arrivare a Chiaia.
– Se non che… – come diceva sempre, arrivato al Fieno vede un’altra cernia uguale alla prima. Era impossibile per lui lasciarla in santa pace per un’altra volta.
Scende, lega la prima cernia a uno scoglio, guarda dove si è infilata l’altra, risale per riprendere fiato, si immerge e dopo un po’ di battaglia prende la seconda cernia che lega alla prima e torna al porto passando da Chiaia di Luna.

Gavino aveva certamente un caratteraccio ma era sempre un compagno simpaticissimo che parlava volentieri di tutto, sempre pronto a fare uno scherzo e che ti raccontava nei minimi particolari come aveva preso chella piezz’ e sfaccimme di cernia.
Gavino era capace di scendere a oltre trenta metri per prendere un pesce. È sceso una volta a quasi quaranta metri per legare una rete che certi pescatori avevano perso. Quando doveva scendere, Gavino infilava le pinne con un paio di calzini, caricava il fucile e si metteva in acqua: non faceva la capriola in superficie ma si lasciava scendere dritto per tre-quattro metri compensando, poi si capovolgeva e continuava a compensare masticando.
Era capace di scomparire in una grotta per sparare una cernia con il suo Cernia Velox’ lungo più di due metri. Le sue prede predilette erano le cernie, s’intende. Ma sparava tutti tipi di pesci buoni come saraghi e ombrine. Quando trovava una tana di saraghi bella piena, aspettava che due pesci si presentassero uno dietro l’altro per farne due con un colpo solo; una volta ne prese tre insieme. Bisogna dire che a quell’epoca in una bella tana di saraghi, i pesci brulicavano.

Vanni, lui non era un solitario come Gavino quando era giovane. Pescava quasi sempre con Nino Baglio, bravissimo anche lui. Aveva un’apnea di un paio di minuti a una ventina di metri. Sempre elegante. Non lo vedo da tre anni ma allora pescava ancora. Aveva trovato un sistema per battere tanto mare senza stancarsi. Pescava ‘a traina’. Non con una lenza, ma nel senso di farsi trainare da sua moglie che guidava la barca piano piano. Quando vedeva uno scoglio interessante o qualche pesce, si fermava, scendeva, sparava, metteva il pesce nel frigo e continuava. Vanni si è messo a pescare con un fucile Champion con gli elastici, munito di un mulinello, così se prendeva un pesce un po’ grosso fuori tana, lo poteva lasciar filare. Prese una volta un piccolo tonno alle Formiche che recuperò quasi un miglio fuori.

Gavino, lui, mi raccontò che avendo sparato una ricciola enorme si fece trascinare per un centinaio di metri e finalmente il pesce si staccò lasciando un pezzo di carne attorno all’arpione. Se avesse avuto un mulinello, certamente avrebbe potuto recuperarlo.

Gavino e Vanni sono i miei due sub preferiti ma ne ho conosciuto altri con i quali ero anche amico e che erano bravissimi, come Salvatore ’i panzatuoste.
Voglio ricordare due storielle con Salvatore, di quando aveva ancora l’officina a Sant’Antonio: un giorno lo convinsi a prendersi un po’ di tempo per andare a pescare. Avevo preparato per la sua officina un cartellone con un bel pesce infilato con un arpione e sotto scritto «Chiuso per ferie», e siamo partiti tranquilli per una giornata intera. L’unico che non apprezzò fu Giuànn’ ’a scigna, che doveva fare una riparazione al suo motore e non capì perché l’officina fosse chiusa ‘per ferie’.

Un’altra volta che si era liberato per caso, partimmo per Palmarola con una barchetta fuoribordo, con un ragazzo a cui facevo lezioni di francese. Il tempo non era tanto bello. Ci siamo fermati sotto la Forcina e in poco tempo abbiamo preso una diecina di chili di pesci. Lui più di me, s’intende. Ma in pochi minuti il cielo si fa nero, si prepara ’a buriana  e noi scappiamo. Vento, mare, pioggia… i pesci nuotavano nella barca insieme ai paioli. A un certo punto, a metà strada il motore si ferma. Salvatore smonta la candela, senza arnesi con le sue piccole dita, la pulisce e la rimonta tranquillamente …e così ripartiamo.
Siamo andati a sbarcare a Chiaia di Luna; stava tornando il sereno e Salvatore aveva da fare. Sono tornato io solo al porto con il ragazzo che aveva recuperato parecchi pesci.
Di pescate con Salvatore ne ho fatte parecchie sempre prendendo tanti pesci; Panzatuoste conosceva molti posti pescosi anche se piuttosto profondi.

Ho visto pescare Giuseppe De Luca; anche lui era un ottimo sub.
Conosceva delle tane che teneva segrete ma che dopo un pò ti rivelava.
A Palmarola quando ci fermavamo sulla spiaggia per mangiare e riposare diceva: vang’ a piglia’ ’na cerniola, e mezz’ora dopo tornava con la cerniola.
Un giorno mi ha finalmente rivelato la tana segreta così quando non c’era, perché lavorava a Torino, ho preso pure io o la cerniola o il sarago oppure una murena.

Nino anche lui era (ed è) un ottimo sub. Ricordo che una volta a Palmarola mi aiutò a recuperare un sarago enorme (58 centimetri) che avevo sparato da un buco troppo piccolo per tirarlo fuori. Lo fece uscire lui con la freccia e il fucili da dove era entrato il pesce …Io mancavo un po’ di fiato.

Tutti questi sub erano capaci di pescare sui venti metri senza problemi. Ma oggi pure per chi può andare a questa profondità è impossibile fare le pesche di una volta. Così molti ‘si portano i polmoni appresso’, ma questo non è più pesca è vandalismo.
Di cernie ne ho viste prese a una quarantina di metri morte con un buco nella fronte, fatto con l’arpione di un fucile ad aria compressa.

Ma continuo a pensare che sia più ‘sportivo’ prendere una trigliuzella di cento grammi in apnea che una cernia di dieci chili con le bombole.

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