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A Ponza… estati fa

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di Francesco (Franco) De Luca

la parata degli Scotti ed i faraglioni della Madonna

Era quando nel mezzo di un periodo di giornate di calura si intrometteva il ponente.
Tutto il programma standard della giornata era sovvertito. Perché in barca non si poteva andare e la consueta compagnia automaticamente non si raggruppava.
Le ragazze, perché infastidite dal venticello che faceva prevedere qualche brivido, appena uscite dall’acqua, disertavano; così come altri erano obbligati dalla mamma a darle una mano nel biancheggiare il tetto, dato che il fresco permetteva di lavorare senza troppa oppressione; ed altri si facevano catturare dal passeggio dei turisti sul Corso.

Quel giorno gli amici di sopra gli Scotti , visto che le possibilità di svago erano ridotte, dissero che sarebbero andati a caccia di “purpetielle”.

Avevo già sentito di questa pratica ma così, a mezza voce. Mi feci tentare ed andai con loro. Inutile dire che il territorio di caccia era la “Parata” . Col ponente la “Parata” gode di una calma eccezionale perché protetta dalla collina.

Scendemmo il sentiero che dà subito il sentore di un luogo “diverso”. Il bianco delle pareti rocciose, sdrucciolevole il percorso, da una parte grotte scavate per trarre pietre e dunque antiche cave, con lo sporco dell’abbandono e, per questo, piene di attrattiva, dall’altra il dirupo retto da “uastaccette” dai rami irsuti.

Giù, nella spianata ci attendevano il grosso masso nero, invito per tuffi arditi, e altri ragazzi. Uno aveva creato con le asticelle dell’ombrello un archetto e le frecce. Rimasi meravigliato e mi tuffai insieme a lui per vedere come si sarebbe districato per la cattura dei pesci.

Un’impresa davvero fuori dal comune ! Perché i tentativi furono moltissimi. Talvolta troppo vicino al pesce o troppo lontano, o gli veniva a mancare il fiato quando era a tiro. Insomma una gara di forza e caparbietà.

Diversa quella a “purpetielle”. I miei amici sapevano già i posti dove avevano collocato i barattoli nei giorni precedenti. Erano “buattelle”, poste sotto un incavo dello scoglio, o fra due scogli poggianti, o nel mezzo di un cespuglio di posidonia.

A tre o quattro metri di profondità, ci si andava vicino per accertarsi che il barattolo fosse stato scelto come tana. All’imboccatura c’era qualche guscio di “rufele“, o la madreperla della patella. Si tappava allora con la mano e si ritornava a galla col recipiente . Con un balzo si era a terra, il polpetto veniva sloggiato e ucciso in un batter d’occhio (bastava rovesciargli la testa).

Pure io dall’alto vidi il barattolo: vicino un pesciolino si attardava. Fui sicuro: mi immersi, presi il barattolo, poi a terra venne fuori il polpettino. Minuscolo, tanto simpatico, ma non abbastanza da vincere la cieca avidità infantile, giocata per di più sulla dimostrazione della bravura.

Al largo il ponente faceva spumare le onde, noi al riparo fra gli scogli, in quell’acqua tiepida giocavamo la solita partita dell’intelligenza contro l’istinto.

Non appena fuori dall’acqua la pelle raggrinziva per il frescolino e allora ci mettevamo con le spalle vicino allo scoglio nero, per scaldarci.

Qualcosa è rimasto come allora: come ieri, anche oggi il ponente tiene lontani dal mare; lo scoglio nero giù la Parata attende. Qualcosa è cambiato: noi non più bambini.

L’estate resta momento magico nella vita dell’isolano.

polpo

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