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Le vicende belliche di Filippo Muratore (5)

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di Antonio Usai

 

Insieme alla prima puntata di questa rievocazione di Filippo Muratore, zio dell’Autore, è stata fornita la contestualizzazione dei fatti narrati e la posizione dell’Autore stesso.
Invitiamo i Lettori che ci hanno chiesto chiarimenti al riguardo, di ritornare a quella pagina: leggi qui
la  Redazione

Per le puntate precedenti digita – Filippo Muratore – in: CERCA NEL SITO

La “Leonessa” in fuga da Torino si arrende agli americani

In Italia, la guerra si concluse quasi ovunque il 25 aprile 1945. A Torino, i partigiani entrarono in città soltanto dopo la partenza di una colonna di circa cinquemila militari della Rsi. I legionari della ”Leonessa” lasciarono definitivamente piazza Castello alle ore 01,40 del 28 aprile, e partirono in direzione sud, verso il Canavese.

Quello stesso giorno, Benito Mussolini e Claretta Petacci furono fucilati dalle forze partigiane contro il muro di Villa Belmonte a Giulino di Mezzegra presso Como. Oggi, una lapide affissa nel luogo in cui, secondo la storiografia ufficiale, il duce e la sua amante furono fucilati ricorda quell’avvenimento.

Ma Filippo non era tra i fascisti in fuga da Torino perché se la vide brutta con i partigiani.

Una volta giunti a destinazione, i militari in fuga delimitarono una zona franca che comprendeva Strambino Romano ed altri piccoli centri limitrofi, protetta da posti di blocco e da pattuglie mobili per difendersi da eventuali attacchi partigiani.

Nei giorni successivi, in quella zona del Canavese si concentrarono altri reparti in ripiegamento dal Piemonte e dalle Alpi, per un totale di circa quindicimila combattenti, e centinaia di impiegati civili, che avevano lavorato per la Repubblica Sociale, con le loro famiglie.

Nello stesso comprensorio di Strambino Romano, oltre alla zona franca dei reduci della Rsi, se ne costituì una seconda, ove si concentrò una parte delle truppe germaniche in ritirata dalla Liguria.

Il 5 maggio 1945, il Comandante della prima zona franca si arrese agli americani, ottenendo per i reparti militari l’onore delle armi e il riconoscimento per tutti dello status di prigionieri di guerra. I prigionieri furono trasferiti prima ad Ivrea, poi a Parabiago ed infine a Coltano, un paesino nei pressi di Pisa.

Tre giorni dopo, la Germania si arrese ai sovietici.

Hitler e Mussolini erano ormai morti e la guerra che tante morti e distruzioni aveva seminato in Europa, si poteva ritenere definitivamente conclusa!

 

La cattura di Filippo da parte dei Partigiani e il suo internamento a Coltano

Ai primi di aprile del 1945, il presidio di Torino aveva ricevuto, dal Comando Generale della GNR, disposizioni per un eventuale ripiegamento in Valtellina “col massimo numero di uomini e la maggiore quantità possibile di materiali, specialmente munizioni e viveri”.

Sotto l’incalzare dell’avanzata anglo-americana, secondo le modalità previste dal dispaccio, tutti i reparti della “Leonessa”, da Piacenza, da Milano, da Bergamo e da Torino, diedero inizio alle operazioni di ripiegamento.

Il 22 aprile, pochi giorni prima della Liberazione, Filippo fu preso prigioniero dai partigiani a Guidizzolo, un paesino situato a metà strada tra Mantova e Brescia.

Cartina geograf. Guidizzolo

Cartina geografica di Guidizzolo, provincia di Mantova

 Non si conoscono le modalità della cattura, né il motivo che lo aveva portato, insieme ad altri commilitoni, lontano da Torino e dal resto della sua Compagnia. Forse faceva parte di un’avanguardia della “Leonessa” diretta in Valtellina.

Il giorno successivo, Filippo fu trasferito al “campo” di Fossoli, nei pressi di Modena, che operava sotto la giurisdizione americana. Insieme ad altre migliaia di prigionieri, fu alloggiato in una tendopoli costituita da tende tipo «canadese». I prigionieri si cibavano con le stesse razioni destinate ai militari americani quindi, almeno da questo punto di vista, non si potevano lamentare.

Negli anni precedenti, il “campo” di Fossoli era stato utilizzato dal fascismo come centro di smistamento degli ebrei italiani destinati ai campi di sterminio in Italia, tipo la risiera di San Sabba a Trieste, o nei territori sotto la sovranità germanica.

Tendopoli Fossoli

La tendopoli del campo di concentramento di Fossoli presso Carpi

I primi giorni di maggio, Filippo lasciò Fossoli e fu tradotto a Coltano, nel campo per prigionieri di guerra – Prisoner of War – sigla: PWE 337. Durante il lungo viaggio a bordo di camion sgangherati, su strade fortemente dissestate, i prigionieri furono bersagliati con lanci di pietre, mattoni, vasi da fiori e tegole, dalla gente che abitava i paesi e i borghi che si attraversavano. Non poteva essere diversamente perché il fascismo era ritenuto, giustamente, l’unico responsabile della distruzione e della miseria del paese.

Giunti a destinazione, i camion stracolmi di prigionieri furono fatti entrare nel “campo”, attraverso un enorme cancello di filo spinato, sul quale era posta la scritta «U.S. Army‑Camp 337‑Prisoner of War». Ad accogliere i nuovi arrivati c’erano soldati americani, alti, ben nutriti, affiancati da prigionieri altoatesini di lingua tedesca utilizzati come interpreti ove necessario.

Tendopoli Coltano

La tendopoli del campo di concentramento di Coltano presso Pisa

Su un’enorme area deserta, di metri 510 x 700, era stato realizzato il più vasto campo di prigionia esistente in Italia, per ospitare i nemici catturati durante la fase conclusiva del conflitto.

Area occupata dall' U.S. Army Camp 337 Prisoner of War di Coltano

Area occupata dall’ U.S. Army‑Camp 337‑Prisoner of War di Coltano

 Gli americani avevano circondato quella vastissima estensione di terreno con una duplice recinzione parallela, costituita da alte reti metalliche infisse oltre un metro nel terreno. Nel corridoio ricavato tra le due recinzioni, avevano eretto numerose torri di guardia, munite di potenti riflettori, con sentinelle armate di mitragliatrici, con l’ordine di sparare a vista su chiunque avesse tentato la fuga.

Dal cancello d’ingresso partiva uno stradone ghiaioso e polveroso che divideva l’area recintata in due parti uguali. In ciascuna metà erano stati ricavati cinque recinti più piccoli, i cosiddetti Lager, separati tra loro dal filo spinato.

La zona prospiciente l’ingresso del “campo” era occupata dalle baracche e dalle grandi tende che ospitavano il Comando, l’ufficio matricola, il parlatorio, la mensa dei sorveglianti, i forni, i magazzini viveri e materiali; le officine meccaniche e la falegnameria per i servizi nel “campo”.

Il Lager n.1 ospitava i prigionieri‑guardiani tedeschi; il 3, il 4, il 6, il 7 e l’8, i soldati, i graduati e i sottufficiali della Rsi. Filippo alloggiava in uno di questi ultimi Lager. Nel Lager n.10 c’era l’ospedaletto e nei rimanenti Lager erano ospitati gli ufficiali prigionieri.

In ciascun Lager erano ammassati dai 3.500 ai 4.000 prigionieri, di ogni età e condizione sociale, per un totale di circa trentacinquemila persone. A ciascun prigioniero venne assegnato un numero di matricola.

L’immensa tendopoli era costituita da sei-settemila tende, contenenti ciascuna da quattro a otto persone. Tra i prigionieri di Coltano, in quel periodo c’erano anche il poeta americano Ezra Pound, convinto sostenitore del nazifascismo, e il bersagliere Walter Annichiarico, l’attore noto con lo pseudonimo Walter Chiari.

 

Cinque mesi di prigionia a Coltano

Nei PWE allestiti dal Comando Alleato furono concentrati i prigionieri militari tedeschi e quelli italiani che avevano militato nelle formazioni armate della Repubblica sociale.

L’esistenza dei “campi” di prigionia americani nel nostro paese fu ignorata, dall’opinione pubblica nazionale ed internazionale, fino a metà settembre del 1945, dopo il trasferimento della loro gestione al governo italiano.

A Coltano, il trattamento era lo stesso, se non peggiore, di quello previsto nei Lager nazisti. Soldati ed ufficiali, mutilati ed invalidi, ammassati tutti insieme, privi di un’adeguata assistenza medica e farmaceutica, soffrirono fame, umiliazioni, angherie e soprusi di ogni genere, da parte dei militari di colore addetti alla custodia del “campo” e da quelli italo–americani, che provavano un odio feroce nei confronti dei prigionieri considerati senza distinzioni nazi-fascisti.

La “Convenzione Internazionale di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra” fu sistematicamente ignorata. A Coltano una delegazione della Croce Rossa si presentò una sola volta.

Pietro Ciabattini, un reduce del PWE 337 – il campo di prigionia americano che aveva ospitato anche Filippo Muratore -, presidente dell’Associazione Nazionale Reduci di Coltano, nel libro “COLTANO 1945 – Un campo di concentramento dimenticato”, ha descritto nei particolari la giornata tipo dei prigionieri. Se ne riportano alcuni brani per farsi un’idea:

«All’alba, al suono della sveglia, tutti fuori dalle “canadesi”, bicchiere o gavetta in mano, in attesa della distribuzione del caffè. Poi, dopo una veloce lavata della faccia, ancora infreddoliti, provvedevamo al riordino delle tende piegando le coperte e allineandole come comandato. Quindi, al suono dell’adunata, ci schieravamo inquadrati in compagnie nello spiazzato prospiciente il comando, in attesa della “conta” e della meticolosa ispezione alle tende.

Quella operazione, eseguita con pignoleria teutonica, poteva durare dalle due alle quattro ore, mentre noi prigionieri dovevamo rimanere in piedi in posizione di “attenti” (senza muoversi) sotto i raggi del sole di quella estate torrida, dopo essere stati chiamati tutti, rispondendo forte “presente” dichiarando il numero di matricola, e le tende ispezionate ad una ad una con minuzia ed esasperante lentezza, veniva ordinato lo “sciogliete le righe”.

Nello stesso tempo un aereo, volando a bassa quota, disperdeva sul “campo” una polvere insetticida che avrebbe dovuto salvaguardarci da mosche, zanzare ed altri insetti.»

«A volte sostavamo per lungo tempo davanti alla rete della cucina invidiando i nostri “camerati” prescelti dai tedeschi come aiutanti. Far parte della squadra lavori o essere chiamati di “corvè” era gratificante per lo stomaco; avevamo diritto ad una doppia razione, anche se lavorare di piccone o di badile, sotto quel sole infernale, costava molto sacrificio.»

 «A lenire i mali dello spirito provvedevano i cappellani militari celebrando ogni giorno la messa.»

«… i sei occupanti giacevano sotto la tenda, incastrati l’uno con l’altro, e quando uno di loro si doveva girare per cambiare fianco, dovevano farlo tutti. In confronto a loro, quelli che abitavano in una tenda in quattro, erano veramente privilegiati.»

 

Ciascun lager era comandato da un sottufficiale americano, coadiuvato da un nucleo di prigionieri tedeschi incaricati dell’ordine, dei servizi, dei lavori e dell’organizzazione in genere.

Ascoltando i rapporti degli aiutanti, il comandante decideva insindacabilmente le punizioni da infliggere a chi trasgrediva i regolamenti o per futili motivi: uno o più giorni senza “pappina” e senza pane; il “palo” o la “gabbia” [1]

Per quanto riguarda le punizioni, Pietro Ciabattini così scrive:

«…“Salto dei pasti”, “gabbia” e “palo” furono inflitti con massima severità nel PWE 337.

Mentre il “salto del pasto” debilitava sempre più gli organismi dei prigionieri sani e forti, per gli anziani, per i ragazzi e per coloro che avevano malattie pregresse, come la terribile TBC, significava un avvicinamento precoce alla morte.

La detenzione nella “gabbia”, per più giorni, pregiudicava a tal punto le capacità psichiche del punito che alcuni prigionieri dovettero essere internati nel manicomio di Volterra.

Anche la punizione del “palo” era tremenda, ma fortunatamente si interrompeva al suono del silenzio.

Va anche tenuto presente che il far coricare sulla nuda terra, asciutta o bagnata che fosse, quelle migliaia di corpi seminudi e forniti di una sola coperta, era di per sé una punizione non lieve, in aggiunta all’inumano trattamento della intera giornata.»

* * *

Durante tutto il periodo di prigionia a Coltano, Filippo lavorò nelle cucine, al fianco dei cuochi altoatesini e pertanto aveva diritto alla doppia razione giornaliera di cibo. La fame, perciò, l’ha patita meno di tanti altri internati. E non ha mai subito punizioni, perché cercava di svolgere il suo lavoro con diligenza, rispettando i regolamenti. Era certo che sarebbe tornato presto in libertà perché i semplici legionari non avevano le stesse colpe dei comandanti!

Nei circa sei mesi trascorsi a Coltano, oltre la privazione della libertà, Filippo soffrì molto l’assoluta mancanza di notizie da parte dei suoi familiari. Infatti, non ricevette mai né una lettera, né una cartolina, né un pacco viveri.

Il motivo di questo ingiustificato silenzio era dovuto ad un equivoco che si era verificato in occasione dell’unica visita effettuata dalla Croce Rossa Internazionale al “campo”, datata 23 giugno 1945.

In quella circostanza, infatti, ciascun prigioniero ricevette una cartolina prestampata della CRI, che doveva servire per comunicare alle famigle lo status di prigioniero del loro congiunto e l’indirizzo del “campo” d’internamento.

Cartolina Croce Rossa

Esempio di cartolina della Croce Rossa per la corrispondenza dei prigionieri di guerra

Non si sa se per errore o per scelta, accanto alla sigla PW377, gli americani, sotto la voce città, fecero scrivere Napoli e non Coltano. Ed è per questo motivo che, per tutto il periodo di gestione americana del campo, nessun prigioniero ricevette posta da casa, perché la posta dei familiari veniva erroneamente indirizzata a Napoli, dove non esisteva nessun campo di Prisoner of War, e non a Coltano.

L’equivoco fu risolto soltanto, con il passaggio del “campo” sotto la giurisdizione del governo italiano.

 

[1] – Era anche chiamata “la gabbia del Fachiro”. Consisteva in una gabbia di filo spinato senza copertura né servizi. Il mangiare veniva passato attraverso i fili e, durante giorno, il prigioniero si teneva le mani sulla testa per non essere bruciato dal sole.

 

 [Le vicende belliche di Filippo Muratore (5) – Continua]

 

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