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Le vicende belliche di Filippo Muratore (3)

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di Antonio Usai

 

Per la puntata precedente di questa ricostruzione storica, leggi qui

 

Filippo legionario del Gruppo corazzato “M” Leonessa della Guardia Nazionale Repubblicana

Dopo la partenza da Trieste, Filippo si trattenne qualche giorno a Littoria. Nel capoluogo pontino ebbe l’occasione di incontrare altri reduci della Milizia, tutti indignati per il voltafaccia di Badoglio nei confronti dell’alleato tedesco.

Le riflessioni con gli ex camerati, il dolore per la Patria umiliata e il comune sentire per gli ideali fascisti, convinsero Filippo a rinviare sine die il rientro a Ventotene, dove l’attendevano trepidanti i genitori e i numerosi fratelli.

1. Senza esitazione..

Senza esitazione, con slancio patriottico, forse anche per l’incoscienza dovuta alla giovane età, decise di mettere in gioco la propria vita, di combattere in difesa degli ideali di Mussolini e per l’onore della Patria umiliata: si arruolò come legionario in un battaglione “M”, dove la “M” rappresentava l’iniziale del duce.

Fin dal maggio del 1943, esisteva la Divisione Corazzata “M” Leonessa, che aveva in dotazione carri ed istruttori tedeschi, e sede operativa a Roma.

Temendo il tradimento degli italiani, il 16 settembre di quell’anno, il comando tedesco requisì i carri armati e gran parte dell’armamento pesante della Divisione “M”, per destinarlo alle truppe germaniche sul fronte Sud.

Per tutta risposta, soltanto pochi giorni dopo, il 21 settembre, gli ufficiali e i legionari della caserma “Mussolini” decisero di ricostituire il Gruppo corazzato “Leonessa” e di trasferire i reparti al sicuro in Alta Italia.

Filippo ricevette una breve formazione specifica sui mezzi corazzati ad Orvieto, nel centro di addestramento della Guardia giovanile legionaria. Terminato il corso, verso la fine di settembre fu trasferito a Montichiari, un paesino poco distante da Brescia

Il 30 settembre ci fu il battesimo ufficiale del Gruppo Carri “Leonessa”. Fino al 15 ottobre, il comando fu tenuto dal Tenente Colonnello Ferdinando Tesi, poi passò al Tenente colonnello Priamo Swich, originario di Modena, fino al 5 maggio ’45, giorno della resa definitiva agli americani, ben due settimane dopo la liberazione dell’Italia da parte delle forze partigiane.

2. Oltre il comando..

Oltre il Comando e i servizi, nel Gruppo Carri Leonessa fu costituita subito la 1ª Compagnia Autocarrata, quella a cui apparteneva Filippo, il cui comando fu affidato al bresciano Capitano Aristide Lissa. Il Comando della 2ª Compagnia, invece, fu affidato al Capitano Zerbio, anch’egli di Brescia.

Per l’impiego, il Gruppo Carri Leonessa, non ancora corazzato, fu messo a disposizione dei “Rocheter SS und Polizei Fuhrer in Italien”.

Ai primi di ottobre, per seguire l’addestramento con istruttori tedeschi, la 1ª Compagnia fu dislocata a Carpendolo, poco distante da Montichiari.
Due settimane dopo, terminato il severo periodo di addestramento, Filippo ottenne la specializzazione di “mitragliere carrista” e da allora indossò a pieno titolo, e con orgoglio, la divisa grigio-verde con la “M” rossa cucita sulla giacca, riservata esclusivamente agli appartenenti alla “Leonessa”.

L’8 dicembre, Mussolini, di nuovo in sella, istituì la GNR – Guardia Nazionale Repubblicana – affidandogli “compiti di polizia interna e militare”. Il Gruppo corazzato “M” Leonessa divenne uno dei più prestigiosi reparti autonomi della GNR.

La “Leonessa” ebbe bisogno di alcuni mesi per riorganizzarsi, infoltire i ranghi con nuove reclute e dotarsi degli armamenti necessari. Il Gruppo corazzato divenne pienamente operativo soltanto qualche mese dopo, alla fine di gennaio del ’44, con un organico di 831 militari, di cui 70 Ufficiali, 52 Sottoufficiali e 709 Legionari.

Il primo febbraio 1944, a Brescia, i legionari della “Leonessa”, pronti al combattimento, giurarono fedeltà alla Rsi.

Durante la cerimonia del giuramento, alla presenza del generale Renato Ricci, comandante della Guardia Nazionale Repubblicana, i legionari sfilarono per le strade della città con alcuni carri armati, tra due ali di folla plaudente.
Al termine della cerimonia, una delegazione di donne di Montichiari consegnò al Gruppo corazzato “M” Leonessa la bandiera di combattimento.

Nel giugno del ’44, per ordine del duce, i legionari della “Leonessa” cambiarono la divisa: non più grigio-verde ma nera, con l’aggiunta di un macabro teschio cucito sul basco in posizione frontale.

Alla fine di dicembre, il Gruppo assunse la denominazione di Gruppo Corazzato “M” Leonessa con il motto “Ferrea mole in ferreo cuore”.

3. Divisa dei Legionari

Divisa dei legionari del Battaglione “M” della “Leonessa”

 

Filippo testimone oculare al processo di Verona contro Ciano e gli altri “traditori” del 25 luglio

Uno dei primi atti ufficiali della Repubblica di Salò fu la celebrazione del cosiddetto processo di Verona, che, come è noto, interessò i membri del Gran Consiglio colpevoli di avere votato il 25 luglio del ’43 per la destituzione di Mussolini.

Le udienze del processo iniziarono l’8 gennaio 1944 all’interno del Forte San Procolo, a Verona, e si svolsero alla presenza di un pubblico selezionato. Il collegio giudicante, composto da uomini di provata fede fascista, a tempo di record, dopo appena tre giorni, emise la sentenza senza appello.

Imputato principale era Galeazzo Ciano, genero del duce, e proprio per questo era considerato dagli uomini di Salò il più infame del gruppo. Ciano, il genero del duce, convinto che la parentela con il capo del fascismo lo avrebbe salvato, chiese di potere aderire alla Rsi, offrendo umilmente la sua esperienza di pilota militare da utilizzare nel conflitto in corso, ma fu tutto inutile.

Il dibattimento processuale si svolse in un clima teso, spesso interrotto dalle grida di vendetta del pubblico che invocava con fermezza la pena capitale per i traditori. Era scontata anche la richiesta del pubblico ministero al termine di una breve requisitoria: pena di morte per tutti gli imputati da eseguirsi con fucilazione alla schiena!

Contrariamente alle aspettative, la corte accolse soltanto in parte le richieste del pubblico ministero e comminò la pena capitale soltanto a cinque imputati: Ciano, De Bono, Marinelli, Gottardi e Pareschi.

L’esecuzione dei condannati a morte avvenne la mattina dell’11 gennaio, nel poligono di tiro del Forte dove si era insediata la corte. Il plotone era formato da trenta militi fascisti.

4. Poligono di tiro

Poligono di tiro di Forte San Procolo: plotone di esecuzione dei cosiddetti “traditori” del regime

 Ma cosa c’entra Filippo Muratore con il processo di Verona?

In occasione del processo, un reparto della “Leonessa” fu trasferito da Montichiari a Verona, per garantire un efficace servizio di ronda armata intorno al Forte San Procolo.

Filippo, da sempre fervente sostenitore di Mussolini, si considerò molto onorato di far parte della pattuglia di legionari chiamata a garantire la sicurezza dei giudici del tribunale militare che aveva il compito di giudicare i colpevoli dell’arresto del suo amato duce.

Giorno e notte, secondo il turno di guardia, affacciato dalla torretta dell’autoblindo, con le mani gelate dal freddo invernale ma con l’occhio sempre vigile, Filippo impugnava con sicurezza la mitragliatrice, pronto a fare fuoco, in caso di pericolo, contro qualsiasi malintenzionato.

La mattina del giorno stabilito, ebbe anche l’onore di far parte del drappello di legionari che scortò i condannati a morte nel luogo della fucilazione. Nel breve tragitto tra le celle e il poligono in un cortile interno del forte, Filippo camminava fianco a fianco con l’anziano generale Emilio De Bono, il comandante delle truppe italiane durante l’invasione dell’Etiopia nell’ottobre del 1935. Più volte Filippo lo sentì ripetere, incredulo, con voce rotta dall’emozione: “Non potete uccidermi! Sono uno dei Quadrumviri, un padre fondatore del fascismo!”.

5. Fucilazione

Fucilazione alla schiena per Ciano, De Bono, Pareschi, Marinelli e Gottardi

Pochi minuti dopo, insieme agli altri condannati, sotto lo sguardo distaccato della scorta, De Bono cadde colpito da una violenta scarica di fucileria.

Filippo non fece parte del plotone d’esecuzione ma sembra che non ne fosse per niente dispiaciuto.

 

[Le vicende belliche di Filippo Muratore (3) – Continua]

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