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A casa di Lino

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di Lino Catello Pagano

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Ero un bambino – avevo cinque o sei anni- quando andai a vivere dalla mia adorata nonna; mi toccò dormire in un materasso fatto di sbreglie, le foglie di scarto della pannocchia, essiccate al sole. La nonna preparò il sacco in cui avrebbe messo le foglie: lavò dei sacchi di farina di tela grossa e li unì, cucendo a mano; infine sistemò il materasso su assi di legno, su cui ho sempre dormito splendidamente e, allo stesso tempo, ho cominciato a capire che la vita è dura.

Quando doveva uscire, la nonna “si cambiava”: toglieva la vestaglia da lavoro e indossava l’abito buono. Se io entravo in camera mentre la vestizione non era ultimata, mi urlava dietro: “Jesce for’, nun te mitt’ scuorno? Cca ‘a nonn’ se sta cagnann!”.
La beccavo sempre con quei mutandoni che arrivavano al ginocchio, ricamati alla fine; sopra aveva un corpetto, anch’esso ricamato, da cui non traspariva niente perché era fatto ‘i fustagn’.

Questo avveniva in inverno; non avendo riscaldamento, l’unico mezzo per tenerci al caldo era coprirci con strati e strati di abiti: “abbigliamento a cipolla”, diciamo oggi. Quando arrivava la bella stagione non solo si iniziava la janchiata a calce di tutta la casa ma, nelle belle giornate di sole, si aprivano ‘i cascie, operazione che destava la curiosità dei bambini; inutile dirlo, io ero in prima fila.
La nonna da sotto alle gonne sovrapposte  tirava fuori, come per magia, un mazzo di chiavi e, a colpo sicuro, individuava la chiave d’a cascia.

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Curioso come un gatto mi appoggiavo al letto – la preziosissima cassa stava ai piedi del letto, sotto controllo notte e dì- e assistevo all’apertura, inalando la puzza di muffa che si sprigionava. La nonna metteva con garbo tutto sul letto, mi urlava “levat’ ‘a cca, nun so cos’ pe’ te”. Imperterrito, come una mitragliatrice, facevo mille domande mentre venivano tirate fuori lenzuola, camicie da notte, federe e tovaglie, copriletto fatti a chiacchierino o all’uncinetto, prevalentemente bianchi. Sul terrazzo la nonna stendeva a terra un lenzuolo più grezzo, “per tutti i giorni” come diceva lei, e sopra vi posava i pezzi appena estratti dalla cascia, pregiati, “per i giorni importanti”.

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Sistemata ‘a cascia, si metteva mano all’armadio, anch’esso ubicato in camera da letto ma messo ad angolo, discosto dal muro per consentire di accedere alla piccola zona triangolare retrostante, dove si trovavano oggetti da non esibire ma assolutamente irrinunciabili: ‘u rinal’ e ‘u canter’. All’epoca i gabinetti si trovavano all’esterno della casa e, quando faceva freddo, andare fuori di notte era come morire; si rimediava tenendo in camera gli opportuni recipienti, svuotandoli al mattino successivo. Sotto il mio letto vi era fisso ‘u rinale fiorato e di ceramica, che faceva parure con la bacinella e la brocca per lavarsi il viso.

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Ogni anno, con l’arrivo della bella stagione, ‘a cascia veniva aperta, il contenuto era controllato, esposto al sole, se necessario lavato, stirato e riposto, in attesa di essere utilizzato nei “giorni importanti”. Poi veniva il turno dell’armadio: si tirava fuori tutto, dagli abiti alle coperte, i cassetti erano estratti con tutto il contenuto e messi al sole; dai cassetti “settimanali” si estraeva tutto l’intimo uomo e donna, a loro volta messi al sole.
Se, mentre l’operazione era in corso, io osavo andare sul terrazzo, arrivavano gli urli: “Vattenn’ a lloche”; e se scherzando mi infilavo in testa qualcosa, tipo le cuffiette per la notte, altro urlo: “Lievat’  ‘a cap’ stu cappiell’ che me pare Cialì”, sebbene Cialì-Gennarino non andasse in giro con la cuffietta ma, tutt’al più, col velo di pizzo, durante le processioni; allora lasciavo cadere la cuffietta e la rimettevo al suo posto, ben sapendo che cinque dita erano pronte ad arrivare sul mio viso: da mia nonna non ho preso mai uno schiaffo ma mia madre la chiamavo “Mano Veloce”, neanche aveva finito di annunciare “Mo’ ti arriva” che già lo schiaffone era pervenuto a destinazione.
Non ne parliamo se dovevano lavare le cose ingiallite! Si celebrava allora il rito della Culata, su cui non mi soffermo perché l’ho già descritta. Non vuoi lavare le tende, dopo che sono state appese un anno? Non vuoi ridar loro il candore? E il guardaroba per il battesimo, sistemato nell’apposita scatola, non merita una rinfrescata?
Dopo le grandi Culate si stirava tutto e si rimetteva al solito posto, seguendo una sequenza quasi ossessiva; guai a cambiare posto, per sbadataggine o volutamente: “Ma ch’è fatt’, l’è mis’ ‘a part’ sbagliata!” e toccava ricominciare daccapo. Tiemp’ belli ‘e na vota

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