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Da crisi a crisi

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di Vincenzo Pagano

crisi-euro
I recenti fatti di Cipro e i risultati elettorali italiani di fine febbraio confermano ancora una volta che l’Europa è sempre più imbrigliata in una crisi economica e sociale da cui non si vede via d’uscita; prossimamente toccherà alla Slovenia chiedere aiuto.
Chiaramente le politiche di austerità hanno indebolito tutta l’Euro-zona a tal punto che anche la Germania incomincia a sentire la crisi.
Questa crisi, che per i paesi dell’Euro-zona rappresenta il più lungo periodo di recessione dalla grande Depressione degli anni trenta, è senza politiche correttive coordinate per l’intera Euro-zona.
C’è mancanza di grossi interventi ed investimenti per le infrastrutture europee, per la ricerca europea, per la salvaguardia dell’ambiente europeo e della salute degli europei.

Il deficit spending (1) di soli alcuni paesi come la Francia non è sufficiente per rilanciare l’economia europea. Serve invece fare spese in disavanzo per l’intera Europa.

La lezione che si e’ tratta dalla grande crisi fra le due guerre è che ci deve essere un aggiustamento macroeconomico fra i paesi in surplus e i paesi in deficit.
Con la fine della grande Guerra nel 1918 l’Inghilterra perse il suo status speciale di paese egemonico e gli Stati Uniti, pur avendo tutti i requisiti, con la politica di isolazionismo si rifiuto’ di sostituire l’Inghilterra come paese egemonico.
C’è un incredibile paragone con l’Europa attuale.
La Germania, pur avendo tutti i requisiti, si rifiuta di prendere il ruolo di paese leader dell’Europa e, di conseguenza, non c’è l’aggiustamento macroeconomico fra i paesi in surplus e i paesi in deficit dell’Euro-zona.
Le nazioni leader, come sono state l’Inghilterra prima della grande Guerra e gli Stati Uniti dopo il secondo conflitto mondiale, importano di più di quanto esportano permettendo un aggiustamento macroeconomico su larga scala.
La Germania fino ad ora ha preso il più possibile dall’Europa attraverso un enorme surplus commerciale ed il circolo virtuoso degli effetti delle esportazioni nell’economia tedesca ha fatto si che la notevole divergenza economica fra le aree ricche e quelle meno ricche si allargasse ancora di più.
Chiaramente, questa divergenza conferma ancora una volta che non c’è un optimal currency area (OCA) in Europa. Con queste parole in inglese si intende un’area abbastanza omogeneizzata con libera circolazione di cittadini, capitali e merci con in più un’entità politica forte che faccia notevoli trasferimenti fiscali.
Non essendoci un optimal currency area in Europa, non si può adottare una moneta comune come menzionato tante volte da economisti del calibro di Dominick Salvatore, Rudi Dornbusch, Paul Samuelson, Robert Solow, David Friedman e, in certo qual modo, Paul Krugman.

Il mantra dominante e’ di lasciar lavorare il mercato e, inevitabilmente, la prosperità’ ritornerà’.
I poteri forti confidano nell’austerità a tal punto che essa diminuirà il costo della produzione soprattutto negli stati periferici e con accresciuta profittabilità si uscirà dalla crisi. Il problema con questa soluzione è che ci vorranno troppi anni e nel frattempo un nuovo global slump (2) rimetterà’ tutto in discussione.
Per essere precisi, la crisi ha permesso una diminuzione del costo del lavoro in Grecia e le esportazioni greche come pure quelle italiane sono verso un trend positivo o riescono a mantenere quote di mercato. Ma, il crollo dei consumi interni dei paesi periferici dell’Euro-zona hanno talmente indebolito l’economia che qualsiasi positività rimane solo un bagliore.

E’ balzata alla cronaca proprio nelle ultime settimane una minore enfasi per l’austerità verso alcuni paesi europei come la Spagna e la Francia.
Per quanto concerne l’Italia, invece, sembra che tutto debba proseguire come prima.
Nel mio ultimo saggio concludevo scrivendo che l’Italia sarebbe stata commissariata. Ed è esattamente quello che è avvenuto con il nuovo governo Letta.

Questo governo potrà solo allungare l’agonia dell’economia italiana cercando di ottenere lo slittamento del pareggio di bilancio e di riacquistare un consenso largamente perduto con il precedente governo Monti. Impresa disperata se si considera che la cancelliera Merkel vuole la terza vittoria elettorale in base alla sua logica di imporre austerità agli altri e continuare il benessere tedesco.
C’è in più un dilemma insolubile per il nuovo governo Letta: quando c’è la crisi non si può far diminuire il debito pubblico, e allo stesso tempo rilanciare l’occupazione e l’economia.
Il primo ministro Letta forse non sarà d’accordo sulle modalità dei vari accordi fatti dall’Italia in Europa, ma certamente ne condivide l’impianto. Anzi, il suo asservimento a Berlino gli serve come moneta di scambio per le manovre successive di poter ottenere un salvataggio delle banche italiane in difficoltà che entreranno a far parte del nuovo sistema di vigilanza bancaria. L’unica nota positiva è che si è in una fase leggermente favorevole dovuta all’abbassamento dello spread a causa di un incredibile gettito di liquidità da parte delle banche centrali americana, inglese e soprattutto giapponese.

C’è un appiattimento di vedute sul cosa fare in Italia. Si parla dei costi della politica, della corruzione e come fronteggiarli. Ma, il dibattito che si dovrebbe avere è sull’euro. I fatti dimostrano che da quando c’è l’euro l’Italia ha visto un impoverimento impensabile fino a pochi anni fa.
Ma cosa ci si poteva aspettare dall’euro? Da una moneta comune che non può avere una vera banca centrale? Dove non c’è un vero Stato Europa? Dove i costi per i trasferimenti fiscali sono proibitivi per la Germania e gli altri pochi staterelli ricchi del nord Europa?
E ora? Certamente la “cosa” da contestare è di fare ancora sacrifici perché ce lo chiede l’Europa. Il progressivo peggioramento delle condizioni di vita ci viene presentato come prezzo costitutivo dell’unione europea, come destino ineluttabile; i cosiddetti sacrifici a tutti i costi, MA RIMANERE IN EUROPA.
Il neo-eletto primo ministro Letta non molti anni fa pubblicò un libro che si intitolava
“Euro si. Morire per Maastricht”.  Ormai dovrebbe essere ben chiaro alla maggioranza degli italiani che l’euro è un fallimento!

Tutti i nodi stanno venendo al pettine. Anche perché continuando su questa strada di austerità l’Italia deve svalutare i suoi salari di un altro dieci per cento; il che vuol dire avere recessione per altri due o tre anni.
Gli storici dell’economia già sostengono che questa fase di crisi dell’economia italiana sia già la più lunga registrata dall’unità d’Italia! Non avendo la sua moneta da svalutare non rimane che la svalutazione dei salari. Ma quando i salariati, che sono la fetta più grossa della popolazione, guadagnano di meno non c’è via d’uscita se non consumando di meno e/o indebitandosi di più.

Rimangono due strade percorribili per l’Italia: o uscire dall’euro o continuare a subire austerità. Come già scritto nei miei saggi precedenti non esiste la terza via di più Europa o un’Europa diversa semplicemente perché i costi sono proibitivi per la Germania e gli altri staterelli ricchi del nord Europa con in più la perdita dello stato-nazione dei paesi europei.

La crisi dell'euro
(1)
per “deficit spending” s’intende la spesa pubblica fatta anche in deficit per stimolare la crescita della domanda. E’ un tipo di politica economica che va in senso contrario rispetto alle politiche restrittive che spesso causano, come sta accadendo in Europa, una contrazione del prodotto interno lordo con conseguente aggravamento del debito pubblico il quale, paradossalmente, cresce percentualmente anche se diminuisce in termini assoluti (vedasi Italia).
Un esempio di deficit spending è ciò che sta facendo negli Stati Uniti oggi Obama con l’appoggio della Federal Reserve. (NdR)

(2)
letteralmente “crollo globale” (NdR)

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1 commento per Da crisi a crisi

  • Silverio Tomeo

    Uscire dall’euro è una triste barzelletta, roba da Beppe Grillo o da populismi reazionari più o meno mascherati, che spesso si esprimono in complottismi monetari e bancari. Questo non significa che non potrebbe crollare la costruzione monetaria dell’euro con effetti devastanti per le economie nazionali, in particolare per quelle mediterranee. Uscirne unilateralmente significa suicidarsi. La “terza via” non solo esiste, ma è la sola praticabile, ed è possibile da percorrere con le forze sociali e le politiche progressiste, legate allo sviluppo di una maggiore democrazia sovranazionale europea. La BCE deve diventare come la Federal Reserve degli Usa. L’Europa deve diventare una vera Federazione di stati, come era nelle premesse del Manifesto di Ventotene. L’Europa non ha bisogno dell’austerity, certamente, ma ha bisogno di un new New Deal. E’ questa la scommessa di oggi e di domani.

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