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l-01 p-18-3-di-4 k1-19a t6-24 hp0049 Un rimorchiatore rimesso a nuovo

Il maggio siciliano

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Papavero. Spiga

di Tano Pirrone

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Non riesco a collocare con esattezza nel tempo il ricordo, ma dovevo avere non più di tre anni. Io ho molti ricordi di quel tempo, ma quello di centinaia di uomini col fazzoletto rosso al collo e tante bandiere rosse sventolanti nell’aria pigra del maggio siciliano, quell’immagine non l’ho mai dimenticata.
Per tanti anni è stata vuota di significato, o scheggiata dai commenti che sentivo in famiglia, o da qualcuno dei grandi che frequentavano casa. Costoro guardavano con sospetto e paura questi contadini che alzavano la testa e passavano per le strade del paese, tutti insieme, cantando l’inno dei dannati: Bandiera rossa la trionferà!
Impudenti braccianti che alzavano la testa e chiedevano il lavoro, una giusta paga, che fosse sufficiente a non morire – loro ed i loro figli, la prole loro unica ricchezza – di fame;  che i ricchi, quelli che concedevano il lavoro, non provavano, non avevano mai provato, neanche in tempo di guerra, e che era a loro ormai sconosciuta da generazioni.

Loro e la roba avevano un patto; i braccianti avevano la fame e la fatica, la lotta e le bandiere rosse e la speranza, che non riempiva le pance dei piccoli, nati da braccianti per fare i braccianti, per poche lire, un tozzo di pane… baciolemani, voscenza benedica! Centinaia di braccianti col fazzoletto rosso al collo e le bandiere rosse cantando Bandiera rossa la trionferà. In testa i capipopolo, i comunisti reduci della guerra di Spagna, in cui avevano combattuto dalla parte dei perdenti… perdenti sempre, perché la Storia la fanno i perdenti, i vinti, i senza diritti, gli innocenti, e le bandiere rosse sono pugnali insanguinati, strappati dalle pance dei reietti, delle morene della storia, dei senza dio e dei senza patria, degli anarchici e dei comunisti, dei poveri  bambini con la scabbia ed i pidocchi; colle pance gonfie dieci in un tugurio, brutti ignoranti, come i cani… come le bestie!

Sfilavano coi fazzoletti rossi e le bandiere rosse ed alla testa i capi che chiedevano “pane e lavoro”, mica ticket e 35 ore, signore e signori! Questi chiedevano ancora meno del necessario, non chiedevano medici e medicine, assistenza ed istruzione, che coi libri non si mangia, minchia! Non chiedevano il giorno di riposo, l’intervallo per riposare, fumando una sigaretta; non volevano più ferie. Volevano “pane e lavoro”. Manco il companatico chiedevano. Manco un lavoro particolare meno faticoso. Era braccianti, proletari, ignoranti come le zucche, a loro bastava il pane, ed il lavoro. Non il pane, dato con buon cuore, no, volevano il pane insieme con il lavoro. Il diritto fondamentale di esercitare un’attività attraverso la quale potersi comprare il pane per loro, braccianti partivano col buio e tornavano col buio, per loro e per il loro figli, unica ricchezza, futuri braccianti, che forse, se avessero campato a sufficienza, li avrebbero sostentati da vecchi, inutili, mangiapane a tradimento, senza forza, senza dignità, senza posto nel mondo del diritto dei pochi, di quelli che la roba ce l’hanno ed hanno il diritto di farla crescere, di aumentarla, a spese degli altri.

Marciavano i braccianti e chiedevano pane e lavoro e poi chiesero le terre, le terre immense dei feudi, dei ricchi, che nel dopoguerra, nel secondo dopoguerra, avevano ancora, migliaia di ettari lasciati al sole e all’acqua, allo stato di roba. Chiedevano di spartirsi le terre, un tanto a testa, per coltivarle, colla forza che avevano ancora nelle braccia, poca, e nel cuore, tanta, ancora tanta. Il popolo minchione voleva la terra, la terra nostra, la nostra terra, la terra dei borghesi. Voscenza benedica, posso avere un pezzo di terra per coltivarla per me, la mia donna, la mia prole? Posso passare dallo stato di bestia bracciante allo stato di povero contadino, che fa anche il bracciante e viene pagato per questo secondo regole precise, secondo leggi riconosciute.
Leggi? Sì, leggi! Anche quella della Carta Costituente, che nell’introibo canta ed urla, finalmente senza paura di beccarsi manganellate ed olio di ricino, urla, urla e rende riconoscibile il primo dei diritti di un bastardo di uomo, il diritto di avere un lavoro, e in esso riconoscersi e da esso ricavare il sostentamento per sé e per la propria famiglia:
“Art. 1 – L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Nulla è più stato come prima da quel giorno. Certo ci hanno sparato a Portella della Ginestra, gli sbirri di Tambroni ci hanno fucilato per strada e le bombe le mille bombe nere di quest’Italia democratica, terra di mistero, di stragi e di diritti calpestati, hanno spruzzato il nostro sangue sui selciati ed hanno tappezzato i muri con la nostra carne dilaniata. Ma non è più stato come prima!

E tutto cominciò con poco: un primo maggio, un fazzoletto rosso, una bandiera rossa anch’essa come il sangue dei compagni morti e rossa come l’alba del giorno della riscossa:

Debout, les damnés de la terre

Debout, les forçats de la faim!

La raison tonne en son cratère

C’est l’éruption de la fin.

Du passé faisons table rase

Foules, esclaves, debout, debout

Le monde va changer de base

Nous ne sommes rien, soyons tout!

Accadde tutto negli stessi anni e negli stessi posti: le parole originali dell’inno furono scritte in francese da Eugène Pottier (1816 – 1887) nel 1887 nel 1871 per celebrare la Comune di Parigi. Pierre Degeyter (1848 – 1932) scrisse la musica nel 1888.  

L'Internationale

Nel 1889, il 20 luglio, nacque il 1° maggio. A lanciare l’idea fu il congresso della Seconda Internazionale, riunito in quei giorni nella capitale francese: “Una grande manifestazione sarà organizzata per una data stabilita, in modo che simultaneamente in tutti i paesi e in tutte le città, nello stesso giorno, i lavoratori chiederanno alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore e di mandare ad effetto le altre risoluzioni del Congresso di Parigi”.
Per la data si scelse il Primo Maggio, simbolicamente, il giorno di tre anni prima: a Chicago, una grande manifestazione operaia era stata repressa nel sangue. Sempre a Parigi, quello stesso anno, fu inaugurata la Torre Eiffel, ingresso iperbolico, alla Mostra Internazionale, costruita in due anni col ferro forgiato da trecento operai metalmeccanici, su progetto dell’omonimo ingegnere. Un solo operaio perse la vita durante i lavori del cantiere (e solo durante l’installazione degli ascensori). 1889, Seconda Internazionale, Parigi: il forno da cui sono sorti il movimento operaio internazionale e la modernità.

Durante il ventennio fascista la festa del ‘Primo Maggio’ fu abolita e sostituita con la ‘Festa del lavoro italiano’, il 21 aprile, in coincidenza con il Natale di Roma. Fu ripristinata subito dopo la fine del conflitto mondiale nel 1945, pochi giorno dopo la liberazione dell’Italia dalla dominazione nazifascista.

1° maggio 1945

 Il manifesto del 1° Maggio 1945

Fin quando tutti o quasi hanno lavorato, la festa è diventata occasione di una pasquetta ritardata, di un giorno di riposo in mezzo alla settimana, o qualche soldo in più in busta paga. Ma oggi, che la crisi corrode e corrompe, avvilisce ed umilia, la crisi che colpisce ormai larghissimi strati di popolazione, che si sentivano ormai al sicuro, dopo decenni di continuo sviluppo, oggi la forza della festa non solo festeggiata, ma celebrata, partecipata è cresciuta.

Tocca, allora, riprendere i vecchi fazzoletti rossi sbiaditi, stinti, e le vecchie bandiere, riposte in soffitta, rosse di nuovo sangue e bagnate di nuove lacrime, e tornare in piazza, partecipare ad una qualunque delle tante manifestazioni organizzate. Tocca andare e portarci i figli ed i nipoti e spiegar loro che le generazioni sono legate da questo rosso filo che unisce gli uomini alle donne, gli anziani ed i vecchi ai giovani, gli occupati a quelli che il lavoro non ce l’hanno ancora o che l’hanno perso, quelli che hanno lavorato ed ora dovrebbero godersi la pensione a quelli che non lavorano e non sono ancora in pensione, i lavoratori italiani ai lavoratori venuti in Italia a cercarlo, pur umile e scartato, in nome di quella canzone che ancora ci suscita emozioni e solidarietà:

In piedi, dannati della terra,

In piedi, forzati della fame!

La ragione tuona nel suo cratere,

È l’eruzione finale.

Del passato facciam tabula rasa,

Folle, schiavi, in piedi! In piedi!

Il mondo sta cambiando base,

Non siamo niente, saremo tutto!

Quarto stato. Pellizza Da Volpedo

Il Quarto Stato, dipinto realizzato dal pittore Giuseppe Pellizza da Volpedo nel 1901, inizialmente intitolato ‘Il cammino dei lavoratori’.

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