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Oltre Ponza: in giro per isole. Procida (9)

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di Rosanna Conte

 

Per l’articolo precedente (8), leggi qui

Giardino della villa Scotto di Pagliara.9

Giardino con affaccio sulla Chiaia

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Dalla proposta di Marcello Scotti alla sua realizzazione passeranno diversi anni.

Bisogna arrivare al 1833 per far sorgere sull’isola la ‘Scuola comunale di navigazione’, antesignana dell’attuale Istituto Tecnico Nautico, quando lo sviluppo dell’attività marinara a Procida aumenta la necessità di avere personale qualificato a cui affidare le navi (sono esattamente 180 anni e il seguente manifesto illustra le attività sportive e culturali che sono state organizzate per la ricorrenza).

Per i  180 anni dell'Istituo Nautico

Iniziative per i 180 anni dell’Istituto Nautico

Nella prima metà dell’800, grazie anche alle leggi emanate da Ferdinando I nel 1818 – esenzione parziale delle tasse per le importazioni dal Baltico e dall’India, premio di duemila ducati a tonnellata per la costruzione di nuove imbarcazioni, franchigie per le esportazioni di alcuni prodotti utilizzando navi superiori a duemila tonnellate – si è formato un forte ceto armatoriale.

Le famiglie Mazzella, Assante, Florentino, Scotto, Scotto di Pagliara, Nugnes lavorano, uomini e donne, all’armamento e al noleggio delle imbarcazioni di loro proprietà, costruite nei cantieri procidani da Giacinto Scotti e, successivamente, da mastro Arcangelo Lubrano di Vavaria e suo figlio Nicola. L’equipaggio non è più pagato con “la parte” del guadagno del singolo viaggio, ma col salario, e ciò consente di aumentare l’autonomia della forza lavoro isolana.

Villa Scotto di Pagliara, oggi sede dell'associazione Vivara.NO

Villa Scotto di Pagliara, oggi sede dell’Associazione Vivara

 

Giardino della villa Scotto di Pagliara.7

Giardino della villa Scotto di Pagliara

Ricordiamo che l’indotto si amplia con una notevole ricaduta economica sui settori collaterali. Così la ricchezza di una parte molto ristretta della popolazione porta, a cascata, il benessere fra le famiglie imprenditrici dei settori artigianali e quelle che forniscono la sola manodopera e, man mano che aumenta il numero delle navi, aumenta il numero delle famiglie che possono vivere con una certa tranquillità economica su questa piccola isola.

A metà ‘800 Procida arriva ad avere 120 imbarcazioni di grande portata – da 200 a 700 tonnellate di stazza- e di lungo corso che, ormai, doppiano il Capo di Buona Speranza, attraversano l’oceano Indiano e arrivano fino in Indocina ed Australia. Le loro rotte portano anche ai porti del Nord Europa, del Baltico e del mar Nero, della costa occidentale dell’Africa, delle Antille, della Martinica e del Brasile.

Pinco

 Pinco

Le tartane e le marticane sono sostituite dalle polacche e dai pinchi con le vele quadrate, la conduzione delle imbarcazioni viene affidata a capitani con equipaggi preparati e stimati tanto che il prof. Scotto La Chianca nel “Discorso per i suoi allievi della pubblica scuola nautica di Procida” (Napoli,1847), può dire con orgoglio: “I marinai procidani sono forniti di naturale accorgimento ed attività senza pari nelle manovre navali, e nell’incontro delle procelle mostrano più di tutti aver petto marino, che con agevolezza resistono, e ne scansano al meglio possibile l’aggressione con coraggio e prudenza… In pari circostanze i legni di Procida hanno intrapreso le più ardue spedizioni marittime, mentre i naviganti del Regno se ne sono astenuti”.

Dopo l’unità d’Italia gli armatori procidani si daranno da fare per cogliere con prontezza la possibilità di inserirsi nell’ulteriore espansione dei traffici e di estendere le loro rotte spingendosi dai porti del nord Europa a quelli al di là dell’Atlantico e del Pacifico.

Brigantino a palo

 Brigantino a palo

Così l’affermazione della marineria procidana raggiunge il suo culmine con la costruzione e l’utilizzo del brigantino a palo, un tre alberi di oltre 400 tonnellate, e con la traformazione delle forme armatoriali. Per gli investimenti non sono più sufficienti i capitali delle singole famiglie: alcuni vecchi armatori scompaiono, ma ne compaiono altri che attraverso la forma societaria possono consentirsi investimenti notevoli e adeguati alle nuove necessità.

Entrano nell’armamento: i Guida, i Mignano, i Lubrano di Scampamorte (antenati del giornalista RAI “Mi manda Lubrano”), Scotto La Chianca, i Fevola ecc. I comandanti isolani portano le loro navi dappertutto e doppiano anche il terribile capo Horn dirigendosi verso Valparaiso e Callao, in Perù. Abbiamo memoria anche di una donna, Marialuisa Ambrosino, che in seguito ad un malore del marito, il comandante Domenicantonio Scotto di Santillo, prese il comando della nave e riuscì a condurla in porto.

Palazzo Scotto La Chianca

Palazzo Scotto La Chianca

L’attività marinara è talmente sviluppata che nascono, nel 1867 la “Mutua di assicurazione procidana” e nel 1873 la Banca popolare “Giovanni da Procida”. Nel 1885 Procida occupa il settimo posto fra le marinerie italiane per numero di tonnellate (23.521) e il quarto per numero di navi con 133 bastimenti: 49 velieri di lungo corso, 12 di gran cabotaggio e 72 di piccolo cabotaggio.

La decadenza arriva già a fine ‘800 con la sostituzione definitiva delle navi a vela con quelle a vapore. Questo passaggio è rivoluzionario sull’organizzazione dell’armamento e della navigazione: l’equipaggio tradizionale deve far largo ai nuovi esperti delle macchine e il capitano non ha più il comando su tutto quello che avviene a bordo; inoltre, gli scafi col vapore diventano di ferro e più grandi. Gli armatori procidani cercano di restare in campo comprando le navi di legno che negli altri paesi erano state sostituite con quelle in ferro e buona parte dei marinai, falegnami e calafati (circa cinquemila persone) dovette abbandonare l’isola e andare in cerca di lavoro in Francia, in Africa e in America.

L’ultima nave in legno costruita a Procida e varata nell’estate del 1891 è il brick a palo, di 1000 tonn., il Teresina Mignano, dell’armatore Andrea Mignano, presente sulla scena fin dalla prima ora.

Navi nel porto di Procida inizio '900Navi nel porto di Procida agli inizi del ‘900

Ci sono stati tentativi di riprendere l’attività armatoriale nel secondo dopoguerra, ma non sono andati in porto; i procidani hanno, però, continuato a navigare distinguendosi sempre come bravi marinai.

 

[Oltre Ponza. Procida (9) – Continua]

 

 

 

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